|
Ambiente Calabria |
||
|
Nino Calarco: Webmaster, ideaz. progettaz. fotografia; Www: elaborazione ed adattamento testi; Angelo Raso: legambiente Villa S.G.- Angela E. Calarco: committenza locale |
||
|
L'ambiente è lo spazio che ci circonda, in cui viviamo ed operiamo e da cui siamo condizionati. |
||
|
Le montagne
Curiosità
|
Una visione d’insieme del territorio calabrese
mette in evidenza l’importanza che ha il rilievo nella geografia della
regione, dove le pianure e le aree sub-pianeggianti e collinari
rappresentano solo una ridotta percentuale della superficie totale. Degradando verso i due mari, disegnando coste piuttosto frastagliate, arcuate da golfi e irte di capi, l’Appennino Calabrese, staccandosi da quello Lucano, si erge sull’acrocoro della Sila, si prolunga nella Catena delle Serre e, quindi, si alza di nuovo davanti allo Stretto di Messina, nel massiccio dell’Aspromonte. Ultimo balzo dell’Appennino Lucano, imponente sul confine con la Basilicata è la Catena del Pollino, che culmina nella Serra del Dolcedorme (m 2271), nel monte Pollino (m 2248), nella Serra del Prete (m 2186). |
|
Dai suoi fianchi scendono numerosi corsi d’acqua,
dei quali il più importante è il fiume Cosciale, che, bagnata la conca
di Castrovillari, esce dalla piana di Sibari e va ad affluire nel fiume
Crati. Tra il massiccio del Pollino e il mar Tirreno si erge
il gruppo dei monti di Lungo, Verbicaro e Orsomarso, detti anche di Montea.
Cime che raggiungono i 2000 metri, un susseguirsi di alture, di vallate,
di selve e di torrenti incontaminati, che fanno di questo posto uno
degli angoli più belli dell’Italia meridionale. Nei monti di Orsomarso, dove si può ammirare il lembo di foresta più suggestivo e vergine dell’Appennino, su terreni calcari triassici dolomitici, poco conosciuti dai turisti, vegetano, accanto ai faggi, il pino nero e il pino loricato. |
|
|
|
Non mancano vasti piani carsici a pascolo e lembi di
bosco in cui vegeta qualche raro esemplare di abete bianco e, nella
valle dell’Abatemarco, un paesaggio inconsueto: creste rocciose
ricoperte di selve, con alberelli di faggio, piegati a bandiera dai
venti che soffiano in direzioni costanti. Anche la fauna reperibile su
questo monte è degna di attenzione sia per la ricchezza e l’eterogeneità
che per la rarità degli esemplari. Un fenomeno che incuriosisce molto in questo
massiccio è quello della Pietra Campanara: un pinnacolo alto decine di
metri, creato dall’erosione della roccia calcarea, con il vertice
ricoperto di macchia mediterranea. Uno spettacolo incantevole offre il versante
tirrenico, in prossimità del fiume Lao, dove la montagna presenta
pareti, dirupi e valloni di colore rosa, che al tramonto del sole creano
mille riflessi. |
|
Alla dorsale sud-occidentale del monte Pollino, con
direttrice nord/nord-ovest e sud/sud-est, si allaccia la Catena
Costiera che si spinge fino al
golfo di S. Eufemia con valli boscose e profonde che si aprono
sul litorale tirrenico, adornato dalle uniche isolette della Calabria:
isola
di Dino e isola di Cirella. La Catena Costiera, nel suo tratto terminale, si
biforca in due rami: uno si arresta a nord della foce del fiume Savuto,
l’altro, con un’ampia deviazione dell’orientamento originario va a
costituire la catena di monte Repentino e monte Portella che domina la
depressione tra Sant’Eufemia e Catanzaro. Il monte più alto della
Catena Costiera è il Cocuzzo (m 1541). Tra il corso meridionale del fiume Savuto e la piana di Sant’Eufemia, vi è il monte Mancuso (m 1328), non molto conosciuto ma sicuramente interessante per gli aspetti di grande valore naturalistico. |
|
|
|
E’ qui possibile ammirare enormi esemplari di pino
domestico dalla caratteristica forma a ombrello che dominano i campi
coltivati e, subito dopo i campi coltivati, l’immensa foresta, boschi
estesi di roverelle, castagni, ontani napoletani, carpini, aceri e faggi,
alberi di agrifoglio. Presso i torrenti che attraversano il monte, un
affascinante spettacolo di felci, muschi ed epatiche. Risalendo dal monte Mancuso verso Cosenza c’è il gruppo montuoso più bello della regione e uno dei più affascinanti d’Italia: la Sila. Esso è formato dal grandioso massiccio granitico che dal cuore della Calabria avanza come una tozza penisola tra il golfo di Taranto e il golfo di Squillace. Paesaggio pacato e solenne, terra dei grandi laghi e di pinete interminabili, la Sila, contornata da fianchi dirupati, si presenta con una serie di altipiani sui mille metri di altitudine, ondulati da rilievi le cui cime maggiori sono quelle del Botte Donato (m 1929), del Montenero (m 1881) e del Gariglioso (m 1765). |
|
Il suolo, originato dalla disgregazione di graniti,
dioriti, micascisti e porfidi, offre un ambiente naturale diverso dal
consueto appenninico a cui si aggiungono il clima oceanico, in contrasto
con quello caldo della vicina costa e la ricchezza delle acque. Meraviglia della Sila sono le maestose foreste di pini e di faggi che rivestono gli altipiani, che le fanno meritare il nome di “gran bosco d’Italia”. Lo stesso nome della Sila deriva dal latino “Silva Brutia”, che ricorda la sterminata selva dei Bruzi, passata poi ai Romani, che la sfruttarono per costruirvi navigli e basiliche. Ancora oggi gli alberi di queste selve, vicine al mare e ai fiumi, recisi al piede, sono trasportati ai porti vicini, e da qui al resto dell’Italia, per la costruzione di navi e case. |
|
|
|
Quelli che invece crescono lontani dal mare e dai
fiumi, fatti in pezzi, vengono utilizzati per costruire remi, aste per
attrezzi militari, vasi domestici; dalla parte degli alberi più resinosa
viene, invece, ricavata la pece. La storia della Sila comincia nel periodo romano, quando migliaia di ettari di bosco furono destinati a pascolo. Successivamente, al tempo delle incursioni saracene, vennero creati i primi centri abitati, i “casali”. Durante la dominazione normanna, dal 1200 al 1300, sorse nella valle del Neto il convento di San Giovanni in Fiore e la Sila, che era un territorio demaniale, fu divisa in due zone: la Sila Regia della corona e la Sila Badiale del monastero. Tale situazione fu confermata da un editto di Roberto D’Angiò che stabilì i confini tra le due zone. Tuttavia, la lontananza dei luoghi, l’impraticabilità degli stessi, la mancanza di strade portarono la Sila a diventare regno di briganti e preda di usurpatori che privatizzarono alcune zone, in continuo contrasto con gli abitanti di Cosenza e dei casali, dando luogo a secoli di distruzioni e incendi dolosi. |
|
Con la caduta dei Borboni, le popolazioni locali, prive di ogni scrupolo, incendiarono grandi estensioni di bosco per ridurle a pascolo e a colture estensive. Non meno deleterio fu l’intervento dello Stato che divise il demanio tra i comuni silani, mantenendo solo quelle zone destinate alle costruzioni navali. Solo nei decenni successivi si è dato avvio ad una
campagna di riacquisto che ha portato alla ricostruzione di un demanio di
33000 ettari, alcuni dei quali appartengono attualmente alla Regione.
Nonostante le speranze riposte nella realizzazione del Parco Nazionale
della Calabria, la più bella foresta del Mezzogiorno ha perso molto del
suo splendore a causa degli insediamenti residenziali, degli impianti
turistici e della costruzione di strade che non hanno avuto riguardo
alcuno dell’ambiente. L’acrocoro silano comprende: la Sila grande, al
centro; la Sila greca a nord; la Sila piccola a sud, in territorio
catanzarese. |
|
|
|
La Sila grande è la più ricca di flora e di fauna, la più suggestiva, ma anche quella dove l’uomo ha lasciato tracce più marcate del suo passaggio. Qui, accanto alla flora tipica, si possono ammirare molte piante introdotte artificialmente: larici, abeti rossi, betulle, castagni e pini silvestri. Il sottobosco non è molto ricco, presenta solo pochi arbusti; in compenso, l’ombra delle immense conifere favorisce la diffusione dei funghi commestibili e non. Solo quando la pineta degrada, affiora un sottobosco ricco di felci aquiline. Molto ricca e interessante è anche la fauna che va dagli animali tipici della montagna, alle varie specie di volatili, ai pesci dei fiumi e dei laghi silani. |
|
La Sila piccola,
fino a poco tempo fa era la zona più selvaggia e poco frequentata, ma,
oggi, molte strade hanno facilitato l’accesso
all’uomo ed ha perso molto del suo aspetto originario. Per secoli è
stata celebrata la foresta del Gariglione, che deve il nome al cerro (in
calabrese gariglio), come una foresta vergine, incontaminata, unica in
Europa che accoglieva pini e abeti barbuti e colossi vegetali di
straordinarie dimensioni. Oggi quei colossi sono stati
abbattuti per degradare l’ambiente e preparare l’erosione del
terreno, per cui gli unici superstiti sono i faggi, gli abeti bianchi, gli
ontani, i pioppi e il pino laricio. La scure dell’uomo non ha
risparmiato neppure il bosco di Armento Mazzaforte, ridotto ora ad una
fustaia artificiale. L’aver tolto alla foresta le sue caratteristiche
naturali ha avuto come conseguenza anche l’impoverimento della fauna
originaria che non ha più trovato angoli in cui rifugiarsi per sfuggire
all’uomo devastatore. |
|
|
|
La Sila greca, così chiamata perché nel Medioevo vi si stabilirono moltissimi Albanesi, è la più aspra e brulla delle tre Sile. Brani letterari testimoniano comunque un passato unico per la ricchezza della flora e della fauna. Esemplari sopravvissuti sono oggi il lupo, il cinghiale, lo sparviero, l’aquila reale e perfino il rarissimo avvoltoio degli agnelli, proveniente dalla penisola balcanica. La flora, invece, degna di interesse, è possibile
reperirla nelle vicinanze del monte Paleparto, soprattutto nella pineta di
Gallopane, nella zona del Cupone o nel bosco Lamparo, ricco di enormi
rovere, rifugio di ghiri e gatti selvatici. |
|
Prosegue l’Appennino Calabrese con la
Catena
delle Serre, gruppo di belle montagne granitiche e ricoperte di
fitta vegetazione, che prendono il nome di Gran Serra,
Serra
San Bruno e Serra di Vibo Valentia e collegano la Sila all’Aspromonte,
culminando nel monte Pecoraro (m. 1420) e nel monte Crocco (m1268). Si
tratta di due catene che procedono parallele, separate dalla valle dell’Ancinale.
Il fiume Mesina le divide dal tavolato del Porro, alto 500 metri, proteso
nel Tirreno con un caratteristico sperone che culmina nel Capo Vaticano,
una delle località più suggestive del Mezzogiorno. Nonostante i profondi cambiamenti, il paesaggio delle
Serre è un quadro stupendo di pascoli e boschi e vastissime foreste,
soprattutto quelle concentrate intorno a Serra San Bruno, sulle pendici
del monte Pecoraro, o le celebri selve di Mongiana, Stilo e Ferdinandea. |
|
|
|
Dall’alto delle Serre balza evidente la differenza
tra il litorale ionico e quello tirrenico. Il primo, che dopo Punta Stilo
procede fino al Capo Spartivento, è fiancheggiato da aride colline di
marna, scavate da fiumare, visibili dalla strada tra Locri e Cittanova.
Solo qualche cittadina, fra cui Locri, memore dell’antico e glorioso
centro della
Magna
Grecia, anima la solitudine della marina. Il litorale tirrenico, la celebre Costa Viola, è il
tratto di costa più bello e famoso: lungo di essa si susseguono baie
luminose, orlate di spiagge, scogliere fantastiche, strapiombi di roccia
che si immergono nelle acque dalle trasparenze talora viola e talora
smeraldo. Raggiungendo le Serre dai giardini e dagli agrumeti
di Vibo Valentia o da Stilo, che corrispondono ai versanti
tirrenico
e ionico del massiccio, si ha un susseguirsi di ambienti
continui e variati: grandi estensioni di oliveti, ai quali fanno seguito,
più in alto, campi intercalati a boschi di castagni, e poi dolci pendii
di abetine oppure strette forre rocciose verdeggianti di lecci. |
|
L’ultimo balzo della catena Appenninica è il massiccio dell’Aspromonte, un acrocoro che dalla sua vetta più elevata, il Montalto (m 1959) si espande a raggiera. Tutto intorno una serie di colline a terrazze degrada
verso i due mari dando luogo a paesaggi diversi sui due versanti: quello
tirrenico degrada in una serie di ampie gradinate, detti piani ad alta
quota e campi a bassa quota ed offre uno spettacolo di rocce granitiche,
scisti micacei e quarzosi, filladi; quello ionico presenta formazioni
terziarie, arenarie grossolane e conglomerati, sovrapposte ai micascisti. Due importanti strade congiungono i due mari
incontrandosi nella splendida conca di
Gambarie,
a 1300 metri di altitudine, dove i turisti affluiscono sia in estate per
godere il fresco di dolcissime praterie e deliziose faggete, sia in
inverno per sciare lungo i declivi del
Montalto,
animato da alberghetti, sciovie e seggiovie. |
|
|
|
Ma
accanto a questo Aspromonte incantevole e sereno, c’è un altro
Aspromonte che mostra aspetti sconvolti, desolati o addirittura selvaggi,
che ha conservato lo stesso volto di quando, millenni or sono, emerse
dalle acque in seguito a grandiosi sconvolgimenti tellurici. E’ l’Aspromonte dei picchi scoscesi e quasi
inaccessibili su cui sorgono numerosi paesini che, visti da lontano,
solitari e quasi confusi con la roccia, sembrano sospesi tra cielo e
terra. E’ l’Aspromonte delle
fiumare
che solcano con profonde gole, i ripidi gradini fra un ripiano e l’altro,
scendendo a raggiera dai fianchi della montagna. Solo poche di queste
fiumare sono ricoperte di splendida vegetazione. La
maggior
parte presenta greti biancheggianti aridi e sassosi e si
gonfiano in inverno di acque impetuose che, precipitando con fragore
spesso arrecano distruzione e rovina. |
|
E’ l’Aspromonte su cui l’uomo da secoli deve sostenere una durissima lotta contro una natura avversa e a volte crudele. E non solo l’uomo, anche la vegetazione, pur ricca e varia, a causa dell’aridità del clima, ha dovuto assumere speciali adattamenti xerofili, come è avvenuto per il castagno, il faggio e l’abete bianco. Tuttavia sono presenti tutte le specie della
flora
tipica delle montagne appenniniche meridionali, dalle colture di agrumi,
viti e olivi della costa, ai fitti boschi delle quote più elevate. |
|
| Sk | ||
|
Risoluzione racc.: 800x600 pixels - 16 mil. colori Browser min. indicato: Internet Explorer 4.0 |
||
|
by Spiderkapp |
||