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La seta nel reggino |
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Nino Calarco: webmaster, ideaz., prog. - prof.ssa Veronica Aretini: autore dei testi |
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La
seta di Reggio Calamità, corruzione, crisi, peste
Foto/Immagini
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All'appuntamento
con il nuovo secolo, Reggio giunge in condizioni per molti versi assai critiche,
anche se un intervento pubblico "di tipo riparatore" nel 1584 offre
alla città nuove e concrete prospettive di sviluppo, promuovendola al rango di
capoluogo. A Reggio, infatti, in quell'anno è stabilita la sede del Preside della Provincia e della Regia Udienza, fino a quel momento localizzate a Catanzaro.
Pertanto la città e il suo territorio, godendo di nuovi benefici e privilegi,
malgrado la minaccia piratesca, conosce un periodo di relativo benessere. E’ a quest'epoca che si ascrive la ripresa economica del comprensorio di pertinenza della città, con lo sviluppo su larga scala delle tradizionali industrie locali che avevano fatto la fortuna della zona ancora in età aragonese. Tra esse in particolare l'industria della seta, che aveva a lungo stentato a decollare come vera e propria attività trainante. |
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La ripresa del settore serico avviene, dunque, a fine Cinquecento quando il settore in espansione, non più monopolizzato dalla comunità ebraica, lascia largo spazio a nuovi operatori economici. Ciò consente ad alcune famiglie locali, d'origine borghese e particolarmente intraprendenti, di avviare iniziative di tipo imprenditoriale, accumulando capitale e acquisendo crescente prestigio all'interno della società reggina, ancora chiusa e scarsamente differenziata in classi. Se è vero che nella Reggio del tempo sono per lo più i mercanti genovesi e lucchesi che risiedono in città ad arricchirsi mediante la commercializzazione del prodotto, altrettanto vero è che la produzione del la seta è nelle mani di poche ma attivissime famiglie locali. |
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Basti pensare ai Melissari, forse originari di San Roberto e i Monsolino, provenienti da Santo Stefano, famiglie al tempo residenti in città ma proprietarie di ampi possedimenti a gelseto nei casali dell'immediato retroterra reggino. I “mangani per la trattura" della seta sono dislocati un po' ovunque nel territorio reggino, affiancando le terre tenute a gelseto e i numerosi allevamenti di bozzoli cui le foglie del gelso sono destinate. In città si dà vita ad una produzione di tessuti di seta meno pregiata rispetto a quella prodotta nei Casali a vocazione specializzata come Sambatello (8), ma assai richiesta sul mercato per la gran varietà e originalità dei colori. I "mangani" si concentrano soprattutto alla Marina, in un'area che dal Forte San Francesco a Giunchi e dalla Fontana della Dogana giunge fin sotto al Forte più tardi denominato Lemos. |
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I maestri della seta
reggini utilizzano per loro produzione le acque del lido, raccolte in apposite
vasche che al tempo caratterizzano significativamente il paesaggio della città
come segni tangibili di lavoro umano (9). Il dinamismo del settore serico reggino trova al tempo ragioni in una produzione ancora remunerativa sul mercato in quanto, seppur fortemente tassata, non è ancora soggetta a pesanti gravami fiscali". La gabella civica sulla seta prodotta nel comprensorio reggino si risolve nel dazio di grana 12 per ogni libbra di prodotto, lasciando ancora un certo margine di profitto ai produttori locali.
A Reggio il prezzo ordinario della seta, fissato dai sindaci della città
ogni anno il 22 luglio, giorno della Maddalena, pur risentendo delle
oscillazioni di un mercato internazionale sempre più orientato verso la
produzione a basso costo che proviene dall'Oriente, non scende mai sotto i
18 carlini per ogni libbra di seta prodotta. |
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