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Le gabelle

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La battuta d'arresto che si rileva in tutte le attività trainanti l'economia reggina e l'indebitamento raggiunto dall'Università ci spiegano le ragioni per le quali la locale classe degli amministratori comunali, a partire dagli anni '40 del XVII secolo, ricorre in misura crescente all'appalto delle gabelle civiche, secondo una pratica assai diffusa nella gran parte delle università calabresi ancora a partire dalla seconda metà del '500 (36).

La crisi in cui sono precipitate le finanze comunali e il forte disavanzo pubblico, che anche a Reggio fanno temere l'invio da Napoli dei Commissari di redenzione, sono motivo di tale decisione che, nelle intenzioni degli amministratori locali, è presa per risolvere la situazione e risanare il bilancio.

Pur tuttavia nella corruzione dilagante a Reggio, l'appalto delle gabelle, cosi come d'altro canto il prestito all'Università che è

investimento prediletto dai ceti emergenti reggini, si rivela un espediente di assai dubbia efficacia.

Difatti mentre assicura a poche famiglie dominanti più larghi margini di utile offrendo loro anche le occasioni per evadere il fisco, nello stesso tempo pone la stragrande maggioranza della gente in condizioni di estrema miseria".

L'espediente, oltre a favorire abusi di potere da parte dei gabellieri, soprattutto ai danni dei piccoli produttori che sostengono l'economia locale, si risolve in un sostanziale aggravio del deficit finanziario del Comune.

Difatti la connivenza tra elementi del l'amministrazione municipale e alcuni "particulari" cittadini consente al privato  detentore della carica pubblica di pagare la

somma pattuita all'incanto usufruendo d'agevolazioni e di compensi "di garanzia", che azzerano nella sostanza il contributo economico che esso stesso è tenuto a versare nelle casse comunali.

Basti qui pensare alla viticoltura il cui reddito stazionario, se non regredente, ancora nel secolo precedente aveva portato nel reggino alla riconversione di molti coltivi a favore del gelso.

Agli avvii del '600, dunque, questo settore produttivo registra una generalizzata perdita di vitalità e offre una produzione limitata al solo consumo locale.

La resa in mosto, sempre più modesta, non soddisfa neppure la domanda interna e richiede l'importazione di crescenti quote del prodotto che provengono soprattutto dal la provincia di Calabria Citra e, in misura minore, dalla Sicilia.

La decisione di mettere all'incanto la gabella del mosto, presa dal l'amministrazione municipale di Reggio il 10 settembre del 1610, dà il colpo di grazia a questo settore produttivo, tradizionalmente assai sviluppato nel reggino, decretandone la definitiva uscita dal mercato.

D'altro canto nell'appalto di questa  gabella  si  deve leggere  un tentativo di far fronte alla nuova tassa imposta  in quell'anno alla città dal Reggimento per pagare

"dispendis di guerra" e per prestare denari per l'approvvigionamento "dei soldati della Paranza di Sugliano del Capitano Cesare Spatafora per ordine del sig. Geronimo Ronitel Capitano della città" che presidiano Reggio contro possibili incursioni turchesche.

La gabella, da pagarsi al "gabellotto", è imposta alla ragione di 2 Carlini del Regno per ogni "salma" (al tempo misura ordinaria di Napoli) "... di mosto come di acquetine seu acquati ".

Pertanto essa grava non soltanto sul mosto prodotto localmente, ma anche su quello importato "tanto per mare come per terra" ed è causa del fallimento di molti operatori economici locali, sia produttori che mercanti.

L'instabilità economica e la corruzione dilagante, che hanno inevitabili ripercussioni sul sociale rischiando di rendere ingovernabile la città, richiedono un mutamento nella strategia politica portata avanti fino a quel momento dalla classe dirigente reggina.

Pertanto nel 1636 si giunge alla decisione di apportare modifiche alla legge organica del Municipio, risalente ancora al 1473, a garanzia del controllo sociale (31).

 

 SK

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