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Nuove gabelle

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A fronte di una situazione divenuta insostenibile a partire dagli anni '40 del XVII secolo l'amministrazione municipale reggina ricorre all'incanto praticamente di tutte le gabelle civiche.

 Il 20 giugno 1643, infatti, i Sindaci della città pongono all'incanto l'acqua della fiumara di S. Francesco di Paola (Calopinace) al prezzo base di 65 ducati annui.

Data la mancanza d'acquirenti, il prezzo scende a 50 ducati e la gabella è assegnata al notabile reggino Carlo De Masi.

Il 3 ottobre dello stesso anno si apre l'incanto della "gabella delli frutti", imposta alla città dallo stesso governo viceregnale per pagare il debito dalla stessa contratto con il duca di Bruzzano per rientrare in possesso delle terre di Sambatello che, prima dell'anno 1638, erano sempre state sotto la giurisdizione di Reggio.

 La gabella è affittata per un anno a tal Bartolomeo Ventiano (13).

Il 12 giugno 1666 i Sindaci di Reggio affittano lo “jus... [sulla] ... buona tenenza delli forestieri" imposto dal governo agli stranieri che possiedono beni nelle città e nei territori ad esse pertinenti del Viceregno.

Questo diritto della Corona è causa della fuga non solo dalla Calabria, ma dall'intero viceregno, della gran parte dei mercanti stranieri che, sia pur monopolizzando il mercato, avevano comunque investito i propri capitali in loco favorendovi la circolazione rnonetaria e, in ultima analisi, gli investimenti (44).

Il 30 aprile 1670, nonostante le gravissime difficoltà economiche, la città di Reggio è tenuta a versare, a titolo d'elemosina, tumula 6 di sale ad ogni Convento e Monastero localizzato sul proprio territorio.

L'incarico è affidato dai Sindaci a tal Vittorio di Bitto, "sub istituto del Regio Fondaco di Sale della città " che, per ottemperare all'incarico ricevuto, di fronte allo stato d'indigenza della gente compie impunemente una serie di soprusi ai danni soprattutto delle famiglie più povere (15).

Il 4 dicembre 1674 i Sindaci della città pongono all'incanto la gabella del grano, particolarmente odiata dai  reggini in quanto il grano, da sempre prodotto in

modo insufficiente al fabbisogno locale, in gran parte è importato dalla provincia del nord della Calabria, dalle città pugliesi di Barletta e Manfredonia tramite il porto di Crotone e più raramente dalla Sicilia e, pertanto, è soggetto alla tassa d'importazione.

La gabella del grano ascende a 5 aquile per ogni tomolo ed è affittata a tal Minichello Palestrino. La quantità di grano sottoposta alla tassazione è pari a 12.000 tomoli, quantità assai modesta di cui si avvalgono anche le famiglie più povere.

Pertanto la tassa grava anche sui ceti più deboli scatenando la rabbia popolare e l'insorgere dei tumulti di piazza.

 Inoltre le modalità del versamento della somma di denaro che la città deve al tesoriere dell'Erario, tal Onofrio Merlo, prevedono una soluzione in "tande ", ossia rate, assai  vicine  nel  tempo: la  prima  da  pagarsi a fine febbraio del 1675, pari alla somma complessiva di 2000 ducati; la seconda a fine marzo successivo d'importo equivalente; mentre il resto è da pagarsi entro il 30 aprile dello stesso anno a compimento dell'intera somma complessiva di tassazione che è prevista annualmente.

A fronte delle grandi difficoltà incontrate dal Palestrino nel riscuotere i pagamenti, i Sindaci autorizzano il  gabelliere a trattenere dall'intera somma di denaro

 riscossa una provvigione, pari al 5,5 %, il cui importo va ad aggiungersi a quello di 100 ducati che gli stessi Sindaci si impegnano ad offrire a garanzia del gabelliere medesimo".

Il 19 settembre del 1677 i Sindaci di Reggio affittano per un anno a tal Francesco Russo il "partito dell'oglio". Al gabelliere è consentito di detenere il monopolio sulla vendita dell'olio in tutto il reggino, al prezzo pattuito di 4 Grana di Sicilia la misura ("cafisi").

Il monopolio sulla vendita del prodotto consente allo stesso Russo, che nell'esercizio della carica non è sottoposto ad alcun controllo, di riscuotere la tassa arbitrariamente e a danno dei ceti più deboli (47).

 

Sono molti gli esempi che ancora si potrebbero offrire a conferma di come la pratica dell'incanto delle gabelle civiche sia particolarmente diffusa nella Reggio di età barocca.

Pur tuttavia quanto evidenziato dai documenti originali, riportati in questo studio, ci attesta in modo inconfutabile la stretta relazione intercorrente a Reggio, come d'altro canto nella gran parte delle città calabresi, tra povertà e pratica truffaldina, tra debito pubblico e ricorso generalizzato all'espediente.

                                                                             Veronica Aretini

 

 SK

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