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L'economia nel cinquecento

Il comprensorio reggino aveva conosciuto un discreto dinamismo economico a partire dalla metà del XVI secolo, quando nuovi fermenti socioeconomici avevano comportato la ripresa delle più remunerative tra le attività agricole tradizionali.

La città di Reggio, in questo felice contesto, aveva restaurato gli antichi rapporti commerciali con la dirimpettaia Messina con conseguenze positive sul piano della circolazione monetaria che, con l'avanzare degli anni, va incrementandosi a beneficio non solo della classe dominante cittadina, ma in qualche misura anche dei ceti subalterni urbani e rurali.

Con l'avvicinarsi del XVII secolo, però, questo relativo benessere goduto dalla città viene in gran parte a cessare.

Il processo di "rifeudalizzazione" delle campagne reggine determina che in esse tornino ad instaurarsi sistemi economici di tipo autarchi.

Ciò ha dirette ripercussioni anche in città, sia perché va a spezzare quel rapporto "città-campagna" che, nel Cinquecento, aveva visto quest'ultima soddisfare la domanda della prima grazie ad un surplus produttivo, sia perché Reggio, pur continuando a godere dell'antica demanialità, vede buona parte del proprio territorio di pertinenza gravato da "enclaves" feudali.

 A rendere gli ultimi anni dei Cinquecento particolarmente difficili per Reggio concorre in maniera determinante il dominio incontrastato esercitato sul mare dall'Islam, che minaccia il traffico marittimo e condiziona pesantemente anche lo sviluppo dell'economia locale. Inoltre, ancora a partire dalla metà di quel secolo lungo tutte le coste reggine erano tornate a verificarsi, con frequenza crescente, incursioni piratesche ad opera dei Turchi.

Nel 1543 la città di Reggio è incendiata dalla pirateria turchesca che, a partire da quella data e per tutto il corso della seconda metà del secolo, si dedica al sistematico spoglio, anche di capitale umano, dei litorali costieri, razziando e depredando intere comunità.

La nuova organizzazione produttiva comprensoriale risente gravemente di questo clima di precarietà e di costante minaccia. Fertili terreni di lungocosta al tempo sono abbandonati dai piccoli proprietari-contadini, che trasferiscono le loro residenze in zone più interne e sicure, preferendo spesso il giogo feudale al rischio di essere catturati e depredati dai Turchi.

Ancora alla fine del Cinquecento, pertanto, una parte del paesaggio costiero torna lentamente ad assumere l'aspetto desolato del burrascoso periodo del conflitto franco-aragonese, evidente nello sfacelo dei terreni abbandonati o lasciati alla transumanza delle greggi. Impianti di crescente dimensione a colture povere, quali cereali ed ortaggi, si concentrano al tempo nei pianori dell'immediato entroterra e, fatta eccezione per alcune aree a forte specializzazione agricola, tendono a sostituire l'antico orizzonte del "giardino mediterraneo".

                                                                                             Veronica Aretini

 

 

 

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