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Comunità rurale - parte I |
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Veronica Aretini: autrice dei testi - Nino Calarco webmaster, ideaz., prog.,fotografia |
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Parte1
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Comunità rurale La comunità di San Roberto, collocata alle falde sud-occidentali del massiccio dell’Aspromonte, si costituisce come comunità rurale tipo per un complesso di ragioni che potremmo definire di carattere teorico. Riteniamo, infatti, che questa comunità nel suo divenire storico racchiuda, sia pur a scala riduttiva, tutte le principali caratteristiche dell’ambiente rurale |
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calabrese: contemporanea presenza di differenti vocazioni territoriali, prevalente attività agricola e silvo-pastorale della popolazione locale, regime feudale dominante, coesistenza della grande e piccola proprietà fondiaria. Il comprensorio, con un’estensione pari a circa 3431 ettari, si estende per buona parte della dorsale aspromontana degradante verso Punta del Pezzo, che include porzioni dei Campi e Piani d’Aspromonte e dei Piani della Melìa, per parte delle propaggini della dorsale degradante verso Catona e per parte della sezione mediana della profonda incisione valliva racchiusa tra le due dorsali e solcata dalla fiumara di Catona. |
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Nonostante i pesanti condizionamenti del lungo vassallaggio, la comunità rurale sorta nel X secolo per urgenze di carattere difensivo, ancora alle origini del proprio insediamento costituiva un’entità territoriale relativamente omogenea e parzialmente autonoma, sebbene la presenza in essa di differenti ambiti geografici abbia sempre favorito una costruzione del paesaggio agrario diversificata e contrapposta. Ancora agli albori dell’insediamento, la sopravvivenza della comunità si basava sulla produzione agricola, prevalentemente concentrata nel fondovalle, e sulla fruizione silvo-pastorale delle risorse montane, cui non era certo estranea l’integrazione funzionale con le marine. |
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Pur tuttavia alla vigilia dell’occupazione francese della Calabria, la comunità di San Roberto non conta più di un migliaio di unità residenti, evidenziando il sensibile peggioramento delle condizioni di vita dei suoi abitanti nel progressivo degradarsi dell’economia locale in relazione al deteriorarsi dei rapporti di produzione di matrice feudale. S’imponeva, quindi, in modo improrogabile la necessità di un’accorta azione riparatrice da parte dello Stato, in funzione di agente modificatore degli squilibri socio-spaziali. |
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Il ricorso all’immaginario ci consente di prospettare, con l’arrivo dei Francesi, un intervento di governo mirato a risolvere, anche alla scala locale, i tanti problemi che affliggono lo spazio rurale del Mezzogiorno, a partire dalla realizzazione di una riforma agraria capace di dare nuovo impulso al settore produttivo ed ai commerci. Ciò è prospettabile perché il modello di organizzazione politico-amministrativa francese, importato in Calabria durante il breve regno di Giuseppe e Gioacchino, in quanto emanazione di uno Stato centralistico e autoritario, ma fortemente modernizzatore, attribuiva al governo locale competenze soprattutto per quanto concerne la direzione e il controllo democratico sul territorio. |
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Siffatte competenze, se esercitate in modo razionale, avrebbero potuto consentire anche agli spazi rurali più marginali della regione di concorrere al processo di sviluppo che andava interessando gli spazi urbanizzati costieri. Inoltre il nuovo modello di gestione territoriale
introdotto dai Francesi nel Regno di Napoli se da un lato ridimensionava
drasticamente funzioni e competenze tradizionalmente d’appannaggio dei Comuni,
d’altro lato per la prima volta creava i presupposti per l’instaurarsi del
senso di appartenenza ad una Nazione nella popolazione locale, cui si permetteva
di agire entro un ben preciso quadro territoriale di riferimento, dotato di
coesione e fondato sull’organizzazione capillare della vita collettiva. |
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In tale prospettiva prospettiamo una classe dirigente locale che fa propria la partecipazione democratica al governo del territorio generata dal decentramento amministrativo, impegnandosi in uno sforzo volto a superare quel ruolo parassitario e quell’inerzia che la storia le attribuisce. Sotto questo lume, essa guarda ai nuovi interventi di governo come a fattori di sviluppo, potenzialmente in grado di garantire il proprio riscatto attraverso una gestione più attenta delle risorse locali che risponda alle effettive esigenze della collettività. |
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D’altra parte il governo francese, nel proposito legislativo d’infrangere l’ordinamento feudale delle campagne, offre effettivamente gli strumenti più idonei ad un’azione incisiva sul territorio. Il Murat, non potendosi avvalere per la ripartizione delle imposte fondiarie, del preesistente catasto sui terreni imponibili, assai impreciso e risalente alle disposizione adottate in materia ancora da Carlo III di Borbone, dà avvio in tutto il Regno di Napoli alla compilazione di un nuovo Catasto fondiario, secondo metodi di rilevazione moderni e rigorosi. |
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Dai dati catastali, che gli amministratori francesi rilevano in territorio comunale, si ottengono indicazioni preziose, assai utili per attuare una riforma agraria sotto il controllo e la tutela dei pubblici poteri. Dalla documentazione catastale originale da noi rinvenuta si evince che, tra il 1806 e il 1809, periodo durante il quale furono effettivamente fatte le rilevazioni, nel fondovalle comprensoriale la proprietà fondiaria era frazionata in piccola-piccolissima e media proprietà. |
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La classe dei proprietari, in prevalenza residenti in loco, s’individua a partire da una rendita minima di 22 ducati annui, con terreni coltivati di limitatissima estensione come quelli situati in Contrada S. Roberto di proprietà delle famiglie Musolino e Calarco, fino ad una rendita massima che si aggirava intorno ai 240 ducati. In questo caso si tratta, però, di terreni localizzati in Contrada S. Peri, di estensione pari a 60 moggi, ossia pari a circa 20 ha, di proprietà di Antonino Griso residente in Reggio. |
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Tale proprietà si costituisce come la più estesa del fondovalle, se si escludono le terre di proprietà del cav. Antonio Melissari, localizzate nelle contrade di Acquacalda e di Serro del Mulino. Quest’ultima proprietà, infatti, seppur compresa nella sezione di fondovalle del territorio comunale, è da annoverare tra le notevoli estensioni di terra che il cavaliere possiede nella sezione comprensoriale più propriamente montana. Invece l’estensione più modesta dei fondi di proprietà della famiglia Griso ci autorizza a definire i titolari come medi proprietari, al di là dell’effettiva consistenza della rendita annua dei terreni. |
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Tra i limiti estremi della piccola e media proprietà fondiaria si colloca una serie di terreni di più modeste dimensioni, come quelli situati in Contrada Favani, di proprietà di Pasquale Cama, residente in Salice. Questa proprietà di estensione pari a 9 moggi, ossia pari a circa 3 ha, dà una rendita annua complessiva pari a 205 ducati. Intermedia sembra potersi definire anche la più estesa proprietà fondiaria della famiglia Abbadessa, i cui membri risiedono a Reggio, anch’essa concentrata in Contrada Favani. Difatti questa proprietà, con un’estensione di 24 moggi, pari a circa 8 ha, dà una rendita di soli 123 ducati annui. |
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In tutte le contrade esaminate gli impianti colturali vanno dagli agrumeti lungo il corso della fiumara, ai vigneti, uliveti e alberi da frutto intramezzati da ortaggi, lungo i primi terrazzamenti di monte, fino a comprendere i boschi, da legname e fruttiferi, collocati sui terreni più impervi del fondovalle comprensoriale. Completamente diverse si presentano, invece, le condizioni della proprietà fondiaria rilevate dai periti francesi nella sezione propriamente montana del comprensorio comunale. Qui si concentrano le proprietà fondiarie di notevole estensione presenti all’interno dei confini comunali, che si possono considerare come latifondo. |
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Queste grandi proprietà si localizzano soprattutto nell’area dei Piani d’Aspromonte, dove si collocano le terre di proprietà dell’ex feudatario duca della Bagnara e principe di Scilla, all’epoca francese residente in Napoli. In Contrada Pidima e in Contrada d’Aspromonte l’estensione delle terre di proprietà del duca raggiungeva i 3500 moggi, pari a circa 1177 ha, prevalentemente adibiti a bosco da legname, a pascolo e, in parte minore, ad aratorio, con una rendita complessiva pari a circa 6000 ducati annui. A cavallo tra il latifondo e la grande proprietà si collocano le terre del già menzionato cav. Antonino Melissari, residente in Reggio, localizzate in Contrada Donica e in Contrada Forini. |
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I fondi di estensione pari a 101 moggi, ossia pari a circa 33 ha, sono mantenuti prevalentemente ad aratorio, con impianti alborati a vigna. A questi fondi si devono aggiungere quelli adibiti al pascolo che il cavaliere possiede sparsi un po’ ovunque sul territorio comunale, come le terre localizzate in Contrada S. Tecla, di estensione pari a 8 moggi, ossia circa 3 ha, dove si rileva la presenza dei gelseti, unico e ultimo retaggio della ben più vasta produzione antica, le terre in Contrada Sant'Angelo, di estensione pari a 130 moggi, ossia circa 43 ha, a prevalenza di castagneto. |
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Alla proprietà fondiaria della famiglia Melissari fanno capo anche i fondi di limitata estensione precedentemente individuati nella sezione comprensoriale di fondovalle. Dall’insieme delle terre di proprietà Melissari deriva una rendita complessiva pari a 818 ducati annui, calcolata su un’estensione fondiaria che raggiunge i 360 moggi, pari a circa 122 ha. Se si escludono queste grandi proprietà a prevalenza boschiva ed a pascolo, gli appezzamenti di terra residui nell’area montana si presentano molto simili, per frazionamento e dimensioni, alle proprietà fondiarie collocate nel fondovalle comprensoriale. |
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Laddove non esiste la grande proprietà, né quella media, diviene numerosa la schiera dei proprietari-contadini, che lavorano personalmente fondi di estensione non superiore ai due ettari. Pur tuttavia la maggior altitudine dei terreni si traduce, nella sezione montana del comprensorio, in impianti colturali prevalentemente tenuti ad aratorio, coltura assai meno redditizia di quelle pregiate di lungo fiume. |
| SK | ||
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