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Letture su: Giovan Dionigi Galeni

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 G.B. Galeni  "Occhialì"

 

Giovan Dionigi Galeni detto Occhialì

Dopo la presa di Tunisi da parte di Carlo V, il Barbarossa, agli inizi della primavera successiva, con quarantacinque galere, si diresse verso la Calabria e, il 29 aprile del 1536, arrivò sul mare antistante Le Castella, dove intimò la resa al presidio del castello.

La popolazione locale e i soldati si rinchiusero dentro le mura del castello.

 La rocca fu difesa fieramente, ma dopo sette giorni di assedio i castellani dovettero cedere. I cristiani catturati furono imbarcati e condotti come schiavi a Costantinopoli. Tra questi vi era un ragazzino, Giovan Dionigi Galeni, destinato a diventare uno dei personaggi più importanti di quei tempi.

Figlio di un marinaio di Sant'Agata di Reggio, Birno Galeni e di Pippa di Cicco, nato nel 1525 circa.

Venne soprannominato "Occhialì" dagli storici cattolici, mentre per gli ottomani divenne Kilige-Alì cioè “Alì la spada”.

In seguito alla cattura fu venduto, a  poco prezzo, al mercato degli schiavi di Costantinopoli ad un certo rais Giafer.

Le Castella: busto di G. Dionigi Galeni

 Anche se di salute malferma, dimostrò presto acume e destrezza nelle arti marinare, al punto da essere preso a ben volere dal rais che gli concesse in moglie la figlia Bracaduna e il comando di due navi (anche al fine di addestrare il figlio al mestiere del pirata).

Agli ordini di Dragut partecipò alla conquista di Tripoli dove imparò a conoscere i segreti e le arti del mestiere di condottiero.

Il 14 febbraio del 1560, alle Gerbe ottenne un'altra vittoria. Catturò trentaquattro legni alle Peschiere. Assaltò Villafranca e Nizza guastando le nozze di Emanuele Filiberto con Margherita, una principessa francese.

In seguito alla morte di Dragut, caduto in uno dei ripetuti attacchi all'imprendibile La Valletta, gli venne concessa la sovranità su Tripoli.

Nel 1570 fu inviato a capo di una potente flotta a coprire via mare le truppe impegnate nell'assedio terrestre a Nicosia e Famagosta, dove l’eroica resistenza dei veneziani si concluse con il sacrificio di Marcantonio Bragadin. Subito dopo conquistò Curzola e penetrò nel porto di Ragusa, dove venne a sapere della costituzione e dei preparativi della Santa Lega.

 Il 7 ottobre 1571 a Lepanto avrà luogo la più grande battaglia  navale di tutti i tempi.

 La velocità delle artiglierie della flotta cristiana mise subito in grosse difficoltà la flotta turca; alla fine rimase solo l'ala destra al comando del calabrese Occhialì.

Quando questi capì che la sconfitta era imminente, cercò portare i soccorsi nei punti deboli della flotta turca rimasta e, nello stesso tempo, tentando anche di prendere alle spalle la capitana cristiana.

A frapporsi fra le due navi, in soccorso dei cristiani, arrivò la capitana di Malta che riuscì nell'intento, ma fu completamente distrutta.

Occhialì prese a rimorchio la capitana di Malta distruggendo, frattanto, tutte le galee che incontrava sulla rotta; catturò persino la "Fiorenza" del Papa.

Don Giovanni, capitano supremo della flotta cristiana, abbandonando il bottino soccorse insieme alle altre navi il lato destro del Doria. Occhialì, oltre a tenergli testa da solo, arrivò quasi a cambiare le sorti della battaglia.

Frattanto il Doria, liberatosi, cercò di impedire ad Occhialì di accerchiare il centro della flotta, ma solo l'intervento unito di tutta la flotta cristiana riuscì a far desistere Occhialì.

Il Gran Visir, Selim II, dopo la sconfitta, intimorito per una eventuale sortita via mare della flotta Cristiana, in soli 24 giorni e impegnando circa 35000 operai, fece costruire una fortezza all'ingresso dei Dardanelli per sbarrare il passaggio alle eventuali navi nemiche.

Oramai quando lo scoramento si era impossessato della popolazione, Occhialì, il solo comandante di rilievo sopravvissuto alla battaglia di Lepanto, il 18 novembre 1571 entrò nel porto di Costantinopoli con le navi superstiti sparando delle salve come se venisse da una vittoria.

In conseguenza del suo comportamento in battaglia a Costantinopoli venne accolto come il salvatore delle sorti dell'Impero Ottomano.

Come premio per le sue vestigia che avevano allontanato le  paure della sconfitta e suscitato nuove speranze, fu nominato Capitano Generale dell'Armata, con l'incarico di ricostruire la flotta.

Ormai era il padrone dei destini della Turchia. Fondò anche una nuova città, Navarrino.

Successivamente combattè a Corone contro gli spagnoli, il nemico di sempre.

Si presentò poi nel Mediterraneo con la più grande armata mai vista su quel mare: 398 vascelli e 40 mila uomini.

Con una manovra diversiva tornò in Sicilia ed in Calabria per poi, all'improvviso, volgere le prore a sud e piomba fulmineo sulle coste africane a riconquistare Tunisi, e sancire la vendetta musulmana per la sconfitta di Lepanto, a quarant'anni dalla conquista della città da parte di Carlo V.

Costeggiando il Tirreno arrivò fino a Napoli per poi tornare in Calabria.

 

Nel 1576 si presentò davanti a Trebisacce dove 2000 uomini sbarcarono per assalire la città; tuttavia il principe di Bisignano, prontamente soccorso da consistenti forze, costrinse i turchi a reimbarcasi.

Con quest'ultima azione Occhialì lasciò per sempre la Calabria e fece ritorno a Costantinopoli dove oltre alla corona di Algeri, Tripoli e Tunisi altri grandi onori lo attendevano, tanto che fu la figura più popolare dell'impero.

La morte del Sultano e la guerra contro i persiani fece fallire alcuni sui ambiziosi progetti: riunire in un solo regno tutta l'Africa del Nord e il taglio dell’istmo di Suez.

E’ sua la costruzione della grande Moschea, sul colle di Top-Hana di Costantinopoli, dell’ospedale e di una Accademia ove il suo corpo riposa: la data della sua morte è il 4 luglio del 1595.

 

 SK

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