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Castelli Calabresi

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Nino Calarco webmaster, ideaz., prog., fotografia

 

Il castello aragonese è sicuramente, assieme alle terme greco-romane, il monumento più antico della città di Reggio Calabria. La sua fondazione è incerta. Se è vero che questa città, situata in riva dello Stretto di Messina, fu sempre soggetta al passaggio di invasori e dominatori che dalla terra ferma andavano alla conquista della Sicilia e viceversa, è anche vero che essa dovette essere per necessità in qualche modo fortificata e munita “..cominciando da' tempi de' Calcidesi e dei Messinesi ..”.

Reggio, nel corso dei secoli, ha visto passare molti dominatori: Siracusani,  Ateniesi, Cartaginesi, Brutii, Romani, Vandali, Goti, Bizantini, Saraceni, Normanni, Svevi,  Aragonesi, Angioini, Turchi, Spagnoli, Austriaci, Francesi, Piemontesi, Tedeschi e Americani e ognuno di essi, in qualche modo, ha lasciato le sue impronte sul castello.

Alcuni studiosi avanzano l’ipostesi che le prime fortificazioni della città risalgono ai tempi della II guerra punica, altri ai tempi della guerra greco gotica.

Lo Spanò-Bolani scrive che nel 1852 si tentava di abbattere la parte staccata del castello che costituiva il “mastio della vetusta fortezza de’ tempi della guerra punica”, la quale era attaccata ad esso con una volta a mattoni.

Nel 906 i Bizantini riconquistarono Reggio strappandola ai Saraceni che la detenevano dal 901.

Da quell’anno Reggio diventa  metropoli dei bizantini in Italia, intendendo per “Italia” quella denominazione che i coloni della  magna grecia diedero alla Calabria: “i greci (bizantini), postala a propugnacolo del loro dominio, la munirono con gran  gagliardia”.

In questo periodo essi diedero il nome di Sicilia anche alla Calabria, da qui poi venne il nome di “Regno delle due Sicilie”.

I bizantini rimasero a Reggio sino al 1060, anno della conquista della città da parte di Roberto il Normanno.

Quest’ultimo, dopo aver conquistato in seguito anche la Puglia, rientrò a Reggio e “qui dimorando, fortificò la città con nuova cinta di mura, e rifecela de’danni che grandissime le aveva già fatto patire nell’espugnarla”.

Nel 1085 l'emiro Bonavert (Ibn el Werd), che aveva base in Siracusa, sbarcò sul promontorio di Calamizzi e assediò il Castello; non riuscendo nella sua impresa mise a ferro e fuoco i dintorni di Reggio, compresi il convento di San Nicolò e la chiesa di San Giorgio.  

 Il conte normanno, Ruggero, venuto a conoscenza dei misfatti compiuti dall'emiro, inviò il figlio Giordano ad assediare Siracusa ed egli stesso, il 25 Marzo 1086, affrontò l’emiro e lo sconfisse mentre tentava la fuga sul mare davanti a Siracusa e pose d’assedio Siracusa stessa.

Si narra che, durante la presa di Siracusa, al Conte Ruggero sia apparso in soccorso San Giorgio “ .. sopra un bianco destriero e con la lancia in asta..” sicchè, da quel tempo, i Reggini adottarono la figura di San Giorgio a cavallo come stemma per la loro città.

Il 9 settembre 1325, Carlo Duca di Calabria,  nel corso delle continue lotte tra Angioini e Aragonesi, nel confermare a Reggio i suoi privilegi, ordinò la ristrutturazione delle mura della città. Una stessa ordinanza venne fatta da re Roberto il 26 luglio 1328, poichè la città era esposta alle minacce siciliane.

 

L’8 luglio 1369 la regina Giovanna I,  durante le lotte contro Federico, re di Sicilia, ben coscia dell’importanza che Reggio “fosse conservata nel suo dominio e messa” in grado di difendersi, considerato “che dalla città di Reggio dipendeva la salute di tutta la circostante regione di Calabria e che questa città aveva ... bisogno di esser raffortificata”, ordinò la ricostruzione delle mura e delle torri della città a cura del Capitano Giovanni Bolani.

Nel 1381 la stessa regina si apprestava a contrastare l’invasione di Carlo di Durazzo, fortificando e munendo le sue città; fra queste, Reggio ebbe le sue maggiori attenzioni. Infatti ordinò che le mura della città fossero ricostruite nuovamente ed altre ne fece aggiungere.

In seguito alla conquista del Regno, Carlo di Durazzo, nel 1382, sempre nella guerra con i d’Angiò, ordinò al Capitano governatore di Reggio la restaurazione di quel castello, indicando anche a chi spettasse sostenere le spese:

"La torre maestra del castello, detta Magna de' Cola, circondata di mura, e la torre lombarda dovevano essere restaurati a spese della regia Curia; la torre Palombara a spese dei Giudei di Reggio; la torre di Mese a spese dei cittadini di Mesa; la torre detta di S. Niceto dagli abitatori di S. Niceto; la torre ch'era sulla porta dagli abitatori di Amendolea; la torre, detta Malerba da quei di Malerba ..."

Nel giugno del 1519 una nuova armata turca con 36 navi sbarcò alla marina; gli abitanti, spaventati, fuggirono “fuori delle mura della città”.  I turchi, senza incontrare alcuna resistenza, saccheggiarono la città per tre giorni, ma quando tentarono di assalire il castello, questi “furono validamente respinti dal presidio spagnuolo”.

Nel 1458 Ferdinando I d'Aragona, da cui deriva l’aggettivo che qualifica il castello, venuto a conoscenza che Giovanni d’Angiò marciava contro di lui, si era premurato a ben fortificare le principali città e i castelli.

 

Tra questi anche quello di Reggio che, in questa occasione, subì le modifiche e gli ampliamenti più consistenti.

Furono aggiunti al maniero le due grosse torri cilindriche coronate da merli (1459) le quali erano unite tra di loro da un corpo merlato di 20 metri, il rivellino, collocato approssimativamente nell'area dove è oggi ubicata la Scuola Media "Galileo Galilei"; il fossato, un avvallamento a forma di conca, con la condotta che portava le acque del torrente Lumbone per il suo riempimento.

L’aggiunta del fossato contrastava efficacemente la scalata delle sue mura da parte degli assalitori: la profondità stessa del fossato più l'altezza delle attuali due torri (22 m.).

Così fatto il castello rappresentava nell’animo dei reggini un rifugio sicuro contro le invasioni, anche se in realtà quasi mai riuscì a respingere efficacemente le orde turchesche.

Infatti, poco tempo dopo, nel 1543, quando i Turchi, guidati dal terribile Kairedden noto come Barbarossa, sbarcarono sul promontorio di Calamizzi, molti Reggini cercarono scampo nel castello.

Intanto i reggini impauriti “pregavano il castellano (Don Diego Gaetano) che volesse accoglierli dentro il medesino (castello), ma egli non volle aderirvi”.

Intanto i turchi lo espugnarono, quasi senza colpo ferire, e lo utilizzarono come carcere per i moltissimi reggini catturati che vennero poi ridotti in schiavitù. Nel castello il Barbarossa vide Flavia, la bellissima figlia di Don Gaetano, della quale si innamorò follemente e dopo averla rapita la condusse con se a Costantinopoli e la sposò.

I due forti allora esistenti a Reggio, quello sulle “alture e l’altro in Santa Caterina” erano troppo distanti per impedire lo sbarco dei turchi che “soleva sempre aver luogo nei pressi di Punta Calopinaci”.

 
 

Pertanto il vicerè Pietro Toledo ordinò la costruzione di un nuovo castello alla marina, nei pressi del “lato meridionale della città”, anche a protezione delle porte tramite le quali i “Turchi si aprivano l’entrata in città”.

I lavori procedettero alacremente: ma dopo 8 anni, nel 1556, furono sospesi e il motivo rimase sconoscito.

Un curioso episodio che riguarda il castello è accaduto quando Sinan Cicala, un rinnegato messinese, dopo aver tentato, varie volte ed in tempi diversi, di impadronirsi della città, era nascosto alla fonda nella zona di Motta in attesa di trovare il momento opportuno per  penetrare in città.

Egli inviò un altro rinnegato messinese, abile nell’arte del tradimento, per ordire un inganno e così prendere la città senza spargimento di sangue.

Sulla marina di Reggio, questo traditore, incontra un nano originario dalla Sardegna che militava nelle righe spagnole, anch’egli molto scaltro, il quale accettò di aiutarlo.

Per far ciò occorreva che durante la notte una nave leggera, carica di pirati turchi, si avvicinasse alle porte del castello e rimanesse in attesa che il nano facesse saltare la polveriera del castello.

A quel punto, nella confusione che si sarebbe venuta a creare, i pirati avrebbero dovuto raggiungere indisturbati la porta del castello che, nel frattempo, il nano avrebbe lasciata socchiusa.

Ma così non andò perchè non appena il nano, durante la notte, entrò nascostamente nella polveriera con una torcia accesa, venne sorpreso casualmente  dal castellano, il quale diede l’allarme.

 
 

Al nano, catturato, non rimase che confessare e “il dimane fu fatto meritatamente strangolare, ed appendere ancora palpitante su’ merli delle mura, col capo in giù, e con in petto uno scritto che a tutti pubblicasse la tentata perfidia e il seguitone castigo”.

Dal 1673, quando Messina si sollevò contro il governo spagnolo passando ai francesi, Reggio venne dichiarata piazza d’arme, base per le operazioni militari in Sicilia. Qui il vicerè di Napoli fece ammassare soldati, armi, viveri, munizioni e nuove opere di fortificazioni vennero aggiunte al castello.

Stessa cosa fecero gli austriaci, tra il 1707 e l’anno seguente, per la conquista dell’isola rimasta spagnola.

Tra il 1721 e il 1723, le celle del castello furono utilizzate quale prigioni per i tumulti popolari avvenuti in città.

Intanto sin dal 1730 l’Austria si era adoperata a munire e fortificare i suoi stati italiani e alla Spagna premeva di riconquistare il regno di Napoli.

A Reggio il comandante delle truppe imperiali in Calabria, Girolamo Adamo Formentini, fece riadattare le trincee esistenti e ne costruì di nuove  in pietra e calce.

Nel triennio 1743-1746 il castello perde il suo carattere difensivo e le sue celle vengono utilizzate per imprigionare e torturare tanti reggini per ordine del malvagio governatore Diego Ferri.

Il 5 febbraio 1783 un terribile terremoto sconvolse la provincia di Reggio, danneggiando le strutture del castello.

Il 19 marzo 1806 il generale napoleonico Rejner, inseguendo il Damas, giunse a Reggio, dove il presidio napoletano si era imbarcato per la Sicilia lasciando “la città  ed il vecchio castello, allora più che ad altro addetto ad uso di prigione”.

 
 

Il 31 maggio dell’anno successivo il generale  napoletano Nunziante, rinchiuso nel Castello, riesce a resistere ai vari attacchi del comandante francese Abbè.

Il 2 febbraio 1808 il generale francese entra in Reggio e apre il fuoco contro il castello. “Risposero i difensori con soli nove cannoni” e il giorno dopo “i cannoni del forte restavano smontati e le mura screpolavano”.

Il “Rejnier, preso il castello, fece demolire con una mina gran parte del muro orientale dello stesso...”

Dopo la firma della Santa Alleanza, nel 1815, venuta meno la possibilità di nuovi pericoli, si cominciò a trascurare il castello e il fossato pian piano venne colmato, e in questo spazio si cominciarono a costruire prima piccole casupole, poi anche piccoli fabbricati a due piani.

In questi anni il governo borbonico era propenso a cederlo al comune o a privati, ma dopo gli sconvolgimenti del 1847 e 1848, si rese conto dell’importanza del vecchio Castello e si apprestò a eseguire “efficaci e sollecite riparazioni”, preparandosi così contro quei nuovi avvenimenti politici che erano già maturi nella coscienza del popolo italiano.

Così tra il 1851 e il 1852 il Castello di Reggio venne ristrutturato, munito con batterie di cannoni, ricostruito il fossato e stabilita una zona militare, libera da qualsiasi opera muraria, che potesse servire di spianato intorno alla fortezza.

Nel far questo “..si tentò di demolire quella parte staccata del Castello ... ma tale baluardo staccato, ch'era il mastio della vetusta fortezza de' tempi della guerra punica, si trovò di siffatta solidità, che riusciva difficilissimo di poterla sdrucire ed abbattere...”

 
 

Nel 1860 viene preso dai mille di Garibaldi e con lui passa ai piemontesi. Con il nuovo piano regolatore della città del 1869, esso venne considerato un “corpo estraneo” per la nuova pianta urbana.

Così il comune nel 1874 lo acquista dal Governo, con l'idea di demolirlo e al suo posto ricavare una grande piazza affinchè sia cancellato ogni ricordo delle angherie subite dai reggini all’interno delle sue mura.

Ma il vero motivo del suo abbattimento era che la sua grande struttura rappresentava un ostacolo per il nuovo assetto urbano della città.

All’idea del Comune di Reggio si oppose l’allora Ministro della Pubblica Istruzione, il quale affermò che il castello era un monumento archeologico.

Nel 1892 la commissione provinciale dei beni archeologici decretò per una parziale demolizione e la conservazione delle due torri perché “Monumento storico della città” e cinque anni dopo venne dichiarato monumento nazionale.

Nei primi anni del secolo successivo i suoi locali furono utilizzati da una brigata di artiglieria.

Il terremoto del 28 dicembre 1908  danneggiò i locali più antichi lasciando illese le due torri.

Si decide così di abbatterlo e un decreto legge del Genio Civile del 1917 indica le modalità di demolizione. Ma subito dopo, nello stesso anno, il castello fu risparmiato in quanto venne adibito a caserma.

 
 

In seguito, ai fini della realizzazione del Piano Regolatore per la sistemazione delle strade adiacenti, vennero demoliti i 9/10 della sua struttura in diverse occasioni.

Dal dopoguerra al 1986 è stato sede dell'Osservatorio dell'Istituto Nazionale di Geofisica e dotato di un centro sismico ed di uno meteorologico.

Nel 1986 durante i lavori di consolidamento, crollò la parte di nord-ovest, cioè parte della cortina di collegamento tra le due torri. I lavori di restauro si conclusero nel 2000, ma venne aperto al pubblico solo nel 2004.

Ciò che rimane oggi della sua struttura sono solo le due torri aragonesi e il corpo di fabbrica le collega.

Bibliografia

D. Spanò-Bolani aa.vv., Storia di Reggio Calabria, ed. La voce di Calabria, Reggio Calabria, 1957;

 

 

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