www.maridelsud.com

Dal 1800 al 1861

Indietro|Home|Index|Foto|Avanti

  Nino Calarco: Webmaster, ideaz.,prog., fotografia - www: trattamento e rid. testi- Marcello Condorelli: autore

 

Home

La toponomastica

Origini 

Periodo normanno

Periodo angioino

Dal 1500 al 1800

Dal 1800 al 1861

La Catona di Dante

San Francesco

La spiaggia

Artisti/pers. illustri

 Letture:

    - Il palazzo reale

    - La torre di Catona

    - San Franceschello

    - Carlo V a Catona

Immagini/Foto

 

 

Durante il periodo che va dal 1815, cioè dal ritorno di Ferdinando I, fino all’unità d’Italia, Catona superò i vecchi problemi derivanti dalla scarsa sicurezza delle coste per la continua minaccia di incursioni, ormai definitivamente finite.

 Aveva anche superato i danni causati dal terribile terremoto del 1783, soprattutto perché i morti e i feriti non erano stati molti come in altre zone, mentre imponenti erano stati i danni causati alle abitazioni e ai pochi ruderi rimasti dalle precedenti incursioni moresche e dai passati cataclismi.

La ricostruzione c’era comunque stata anche se molti documenti che avrebbero potuto far luce su tante cose, furono distrutti assieme alle case, dal terremoto e dal mare.

Il mare e il fiume avevano sommerso il porto di Catona e nessuno aveva pensato a ricostruirlo, per cui quello che era stato un commercio fiorente e continuo con Messina, si ridusse a una serie di grosse barche che trasportavano bestiame, legname e agrumi da Catona a Messina e viceversa. Catona aveva così perduto l’antica importanza e il grosso commercio si era spostato a Villa San Giovanni, di cui era diventata distretto.

Catona, durante il periodo borbonico, era un piccolo paese retto da un consiglio chiamato Decurionato, in seno al quale veniva eletto il Sindaco.

Dei 2675 abitanti, 500 erano possidenti, 3 liberi professionisti, 8 preti, 36 suore, 380 contadini, 49 tra artisti e domestici, 186 tra marinai e pescatori, 42 mendici.

Il numero dei marinai rispetto a quello dei contadini evidenzia come il mare, che era stato per tanti secoli fonte di ricchezza e di lavoro, aveva ceduto il posto alla terra e alla sua coltivazione.

Non più popolo di costruttori di navi e di navigatori ma di contadini, che cominciavano a popolare i giardini e le colline, lontano dal terribile fiume, verso le alture.

“Le tre fontane” diventarono in seguito il golfo naturale del paese, mentre il mare abbandonò l’altra parte, quella dell’odierna fiumara, coperta di sabbia e detriti e, quindi, non più una zona abitata.

I 42 disoccupati, diventati 118 nel 1840, ci fanno capire che Catona in quell’epoca versava in condizioni precarie, per cui il Sindaco era costretto ad avanzare continue richieste all’Intendente della Calabria Ulteriore.

Il numero dei preti e delle monache evidenzia, invece, il prestigio che vantava il Clero in epoca borbonica: il Parroco, ritenuto autorità a tutti gli effetti, insieme al Sindaco, rappresentava, per le autorità provinciali, l’uomo di fiducia, i cui pareri, resi ufficiali da un archivio a parte, diventavano in molte occasioni vincolanti per ogni decisione, compresa l’elezione del Sindaco e del Consiglio.

Il parroco del 1840 era don Domenico Colosi, discendente di quel Pietro marinaio che qualche secolo prima aveva rifiutato il traghettamento sulla sua barca a Francesco da Paola.

Ad aiutare il Parroco, un tale Giuseppe Polimeni, con la carica di economo della parrocchia, mentre un altro prete, Giuseppe Michelizzi, gestiva nel Comune una scuola privata, autorizzata dall’Intendente.

Numerose erano le chiese, distrutte poi tutte dal terribile terremoto del 1908 e non tutte ricostruite: S. Dionigi, vecchia parrocchiale che aveva resistito al sisma del 1783 e alle varie alluvioni, fu distrutta nel 1908 e poi ricostruita così com’è oggi;

la Chiesa di S. Francesco da Paola, che si trovava in prossimità dell’attuale palazzo Spina e fu ricostruita in contrada Fontanelle;

le chiese di San Giovanni, del Carmine e dell’Immacolata, amministrate dal Comune, distrutte, ma mai ricostruite.

Da alcuni documenti si evince, comunque, che l’apparato burocratico, durante il periodo borbonico operava con molta sollecitudine, infatti, molti interventi richiesti venivano prontamente autorizzati dalle autorità del tempo.

Un documento, conservato nell’archivio di Stato di Reggio Calabria relativo alla costruzione di un muro di cinta, accanto l’abitato di Catona, mette in evidenza quali fossero le condizioni del paese, la necessità della ricostruzione del muro per fronteggiare il pericolo del torrente e la viciniorità del vecchio abitato alla foce del fiume.

Un altro documento inviato all’Intendente tratta della necessità della costruzione di una strada lungo la marina di Catona, poiché le abitazioni avevano, quale confine marino, solo l’arenile e questo permetteva al mare di inondare le case, creando problemi non solo agli abitanti ma anche alle attività commerciali con conseguente spostamento su Villa S. Giovanni del grosso commercio.

Catona venne, quindi, migliorata dopo ogni calamità naturale con prontezza e perizia: anche se tante avversità si abbattevano su Catona, dai documenti si rileva sempre un intervento immediato delle autorità.

Probabilmente tanta solerzia era dovuta al fatto di essere un Comune autonomo e di avere, quindi, quell’indipendenza amministrativa che consentiva le spese necessarie al miglioramento del Paese.

 

 

 

 Sk

Torna su       Indietro|Home|Index|Foto|Dante

 

Tutti i diritti riservati webmaster@maridelsud.com

 

  Sul web dal 1997

 by Spiderkapp