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Le chiese della Calabria

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Nino Calarco webmaster, ideaz., prog., fotografia

 

“L'architettura bizantina in Calabria trasse di preferenza i suoi motivi dall'ambiente greco-orientale, ma non mancano, e non potevano mancare, contatti con l'ambiente arabo-siculo, mentre le esigenze del luogo ed il materiale costruttivo che era a disposizione, nonché il sostrato delle tradizioni classiche, dettavano aluni particolari atteggiamenti di gusto”1.

Verso la fine di tale periodo, ma più strettamente legata al periodo e alle esperienze di gusto normanno, è l’antico monastero italo-greco di S. Maria del Patire, o Pathirion, situato in una località denominata Ronconiate, a 609 m. "sulla dorsale pianeggiante di una propaggine della Sila Greca, dominata da creste boscose, con splendido panorama sul mare" e sulla Piana di Sibari.

Fondato intorno al 1095 da S. Bartolomeo da Simeri con l'appoggio del conte Ruggero e dell’ammiraglio normanno Fulco di Balberg detto Cristodulo, il monastero venne dedicato alla madonna dei mari "S. Maria Nuova Odigitria", anche se è conosciuto come "S. Maria del Patìr", o semplicemente "Patire" (il termine dal greco "patèr" = padre sta a indicare il Padre - o Pàtire - Beato Bartolomeo di Semeri, oggi Simeri in prov. di Catanzato), attribuzione data come segno di devozione al padre fondatore.

La chiesa pare sia stata eretta sulle costruzioni di una precedente chiesa bizantina, un oratorio fondato da un monaco di nome Nifone.

In tale periodo tutto il territorio attorno a Rossano era considerato un Monte Santo per il gran numero di laure eremitiche.

Le donazioni ed i privilegi concessi dai Normanni furono innumerevoli tanto da diventare uno dei più ricchi e rinomati dell'Italia Meridionale. Il padre fondatore era un grande studioso delle sacre scritture, tanto da istituire nel convento il famoso “scriptorium” per la trascrizione dei codici antichi di molte opere classiche.

Durante la sua permanenza presso l’imperatore di Costantinopoli, ricevette molti oggetti sacri e soprattutto codici antichi che, assieme ad altri acquisti operati sempre da padre Bartolomeo, contribuirono ad arricchire la biblioteca.

 Alla fine del '600 gran parte di tale biblioteca, circa sessantacinque manoscritti, passarono alla Biblioteca Vaticana, altri nell'abbazia di Grottaferrata e qualcuno nell'Ambrosiana di Milano, dove tutt’oggi sono conservati.

Tutta questa ricchezza attirò le mire del vescovo di Rossano Nicola Malena che avanzò diritti di giurisdizione sul convento.

Ma, nel 1105, padre Bartolomeo si recò a Roma per protestare presso il Papa Pasquale II, il quale riconfermò l’autonomia alla comunità monastica sottoponendola alla diretta competenza del papa.

Al monastero del Patire è legata la "Carta Rossanese" del 1114, oggi conservata nell’archivio segreto Vaticano, in cui è contenuta la Platea dei suoi possedimenti e che costituisce il più antico documento dialettale calabrese.

Il 19 agosto 1130, nello stesso monastero, moriva il fondatore.

Intanto il convento era diventato così prospero da possedere perfino una flottiglia nel mar Ionio.

E così fino al  XV sec. quando comincia il degrado dei monasteri italo-greci, che portò, nel giro di qualche tempo, alla loro quasi totale scomparsa.

 La chiesa in questione fu in parte spogliata ma successivamente, in varie epoche, venne nuovamente restaurata.

Il Patire sopravvisse fino al 1809, quando con l’eversione feudale venne soppressa dai francesi.

Sul lato sinistro della chiesa si trovano le ampie arcate residue che intro­ducono al chiostro ed ai resti dell'antico monastero, risalenti al tardo sec. XVI;

tutte queste opere furono eseguite, in gran parte dopo la riforma basiliana del 1580 e ai successivi restauri condotti nel 1672 dal cardinale Carlo Barberini così come iscritto nella lapide che si trova a sinistra del portale settentrionale.

E’ ipotizzabile che i resti del chiostro e del campanile giunti sino a noi esistessero già in epoca normanna, i quali più volte danneggiati dai tanti terremoti sono stati sempre ricostruiti.

La Chiesa è a pianta basilicale latino-normanna con 3 absidi. Misura m. 27,20 di lunghezza, m. 14,40 di larghezza e m. 15,85 di altezza.

L’architettura della chiesa si presenta ancora oggi compatta anche se giunta fino a nei filtrata da contaminazioni o addirittura ricostruzioni posteriori: quelle del sec. XVII hanno alterato in qualche modo la forma originaria.

 
 

La facciata ha un portale ogivale del sec. XV rimaneggiato, sormontato da un oculo moderno e uno antico ed originario posto al vertice della cuspide; lateralmente si aprono due monofore probabilmente antiche.  Due colonnine antiche in arenaria reggono l'arco ad ogiva.

All'origine questa facciata presentava tre porte maggiori, ma nel corso degli anni ha subito diversi ritocchi ed oggi resta una sola porta centrale molto sobria.

Le porte poste ai lati della chiesa risalgono attorno alla metà del XII sec.

Quella a nord consta di due colonnine in arenaria, appoggiate agli stipiti e senza capitelli. L'arco a tutto sesto è per­corso da decorazioni delle forme arabesche.

La porta a sud è più ricca di decorazioni. Due colonne di arenaria reggono l'arcone. I due capitelli decorati reggono due mensole. L'arco presenta tarsie policrome dove si ripetono i motivi arabeschi dell'altra porta.

Sempre all’esterno le tre absidi proiettate verso Oriente costituiscono la parte meglio conservata sin dal tempo dell'abate Biagio attorno alla metà del sec. XII.

Ogni abside ha cinque archeggiature con alternanza di conci chiari o bigi e due strati di mattoni: alcune di tali archeggiature racchiudono una stella in un cerchio, di vario disegno.

Le archeggiature ripetono un motivo di chiara ispirazione arabo-normanna.

 
 

L’interno è a tre navate divise da grossi pilastri cilindrici: la navata centrale è divisa dalle due laterali da 4 ordini di arcate a sesto leggermente acuto, poggianti su colonne di coccio in arenaria a base ionica e senza capitelli.

L'area presbiterale è delimitata da 4 pilastri, affiancati da 4 colonne con capitello corinzio in funzione decorativa, provenienti probabilmente dall'antica città magnogreca di Thurio.

Questi 4 pilastri sorreggevano una cupola crollata probabilmente nel terremoto del 1876.

Il pavimento a mosaico delle prime due campate della navata mediana risale al tempo dell'abate Biagio quindi al sec. XII.

Nei 4 tondi sono raffigurati: un felino con testa umana; un cavallo con criniera sciolta; un grifone alato; un centauro con testa e busto umano nell'atto di suonare il corno.

Nella terza campata della navata sinistra, sulla porta a mezzogiorno, si trovano altri frammenti del pavimento originario di forme musive circolari di grandezza più piccola che rappresentano un centauro, un cavallo, un grifo, una pantera, un cervo, un sagittario.

 
 

Nella chiesa di Sant'Adriano a San Demetrio Corone, fondata poco tempo prima, si trovano mosaici pavimentali analoghi anche se più misteriosi.

Nel 1587 il pavimento della chiesa era costituito per un terzo da mosaici e per il resto da marmi pregiati di cui oggi non rimane quasi nulla.

Nella chiesa si conserva ancora un Crocifisso ligneo del sec. XVII.

Bibliografia:

- Alberto Busignani, L'eredità di Bisanzio, Ed. Sedea Spa FI, 1963

- Opuscolo illustrativo a cura di Mons. Luigi Renzo

- TCI, Calabria e Basilicata, Touring editore, MI, 2005

- Alfredo Gradilone - Storia di Rossano, Ed. Mit, Cosenza, 1967

 

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