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Le più belle chiese della Calabria

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San Brunone

Dopo la morte di Guglielmo (arcivescovo di Reggio), (papa) Urbano II, in sul principio del suo pontificato, nominava alla sede metropolitana di Reggio s. Brunone, che con esemplare umiltà rinunziava al pesante carico. (...)

Egli abbandonati tutti gli onorevoli ufficii che godeva a Reims, nel 1081 ricoveravasi in un orrido deserto presso Grenoble, ove fondava un ordine religioso così austero, che destò la più alta ammirazione in un secolo tutto dedito alla sensualità ed alla cupidigia.

Dopo alcuni anni di asprissime penitenze fu chiamato a Roma da Urbano II, ch'era stato suo antico discepolo, quando Brunone insegnava a Reims, per giovarsi de' suoi consigli nel governo della Chiesa. Gli convenne, benché a malincuore, di ubbidire, e per qualche tempo servi il papa e la Chiesa portando con religiosa rassegnazione il grave carico che gli era stato imposto.

Desideroso di tornare alla antica sua solitudine, dopo aver rinunziato la sede arcivescovile di Reggio, che il papa con vive istanze già gli avea offerto, ottenne finalmente di allontanarsi dalla corte pontificia con la condizione però di non uscire fuori d'Italia e di stabilirsi in un luogo non molto lontano da Roma, affinché appena chiamato vi potesse subito accorrere.

Recossi nella Puglia ove sperava di incontrare quella solitudine che tanto bramava ; ma tornate inutili le sue ricerche, di là avviossi per la Calabria, che così bene si presta alla vita eremitica, ed in questa provincia Brunone già stanco del mondo rinvenne ben presto la quiete dello spirito e la pace del cuore.

(..) la Calabria (..) alla fine dell'XI secolo vi attirava il fondatore dell' ordine cartusiano.

L'aere purissimo che si respira sugli alti gioghi degli Appennini, le sue selve sempre verdeggianti, i prati amenissimi smaltati di fiori e di erbe olezzanti ed aromatiche, le acque  cristalline che l'irrigano in tutte le direzioni,  le numerose schiere degli uccelli che vi gorgheggiano con melodiosi concerti, tutte queste bellezze  naturali  erano  stimoli  potentissimi  per  eccitare  lo  spirito  del  santo

anacoreta, elevandolo dalla contemplazione della natura a quella sublimissima del creatore.

Ricevuto in dono dalla munificenza del conte Ruggiero una estesa pianura nella diocesi di Squillace detta la Torre, che incontrasi sulla vetta degli Appennini, tutta circondata di monti ed egualmente distante dal Jonio e dal Tirreno, colà fondava l'eremo, educando i suoi monaci alla vita contemplativa con l'esercizio di tutte le religiose virtù.

Esultò il grande anacoreta di tanto gaudio per aver incontrato quel piacevole soggiorno, che scrivendo da quella solitudine al suo intimo amico Rodolfo il Verde, allora prevosto della chiesa di Reims, per indurlo ad abbandonare il mondo, così gliela descrive:

 

 

Io dimoro in un deserto su' confini della Calabria, lontano dal commercio degli uomini, e solo unito co' miei religiosi fratelli, che come sentinelle vegliano di continuo aspettando la venuta del Signore. Come mai posso io dipingerti la bellezza di questo luogo e la bontà dell' aere che vi respiro? Immaginati un' ampia ed amena pianura che si distende gran tratto fra' monti, rallegrata dai prati sempre verdeggianti e da pascoli, che vi rigogliano in ogni stagione.

Non posso descriverti a parole la vista dilettevole che offrono i colli che dolcemente si elevano, ed il cupo profondar delle valli, ove l'occhio è ricreato dagli zampilli delle fonti, dallo errar de' ruscelli, dall' ampio letto de'  fiumi che le traversano.

Qui ti si presentano pur anco al guardo deliziosi giardini, ove ammiri alberi di ogni specie, che cedono al peso di squisita frutta. Ma a che prò descriverti il piacevole soggiorno della nostra solitudine? Altri più cari diletti e più che terreni, dir voglio i celesti, v'incontra l'uomo prudente.

Non pertanto quando lo spirito è già stanco dal meditare e dal peso della regolare disciplina, ricerca sempre fra questi santi diletti qualche innocente sollievo, perocchè l'arco sempre teso diminuisce di forza. Qual giovamento poi reca la solitudine ed il silenzio dell'eremo a coloro che lo ricercano, quei soli lo intendono che già lo han gustato”.

(...) Egli cessava di vivere in sul principio del XII secolo (6 ottobre 1101) pochi mesi dopo la morte del suo gran benefattore il conte Ruggiero, ed il suo istituto monastico minacciato da rischi incessanti non perì, ma sopravvisse e pervenne insino a noi conservando lo spirito del suo santo fondatore.

Tratto da:

G. Can. Minasi, Le chiese di Calabria, dal V al XII sec., stab tipografico Lanciano e Pinto, Napoli, 1896, cap.XX

 

 SK

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