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Nino Calarco, webmaster,  ideaz., prog., testi, fotografia

 

 La stradina che da Roccaforte porta a Roghudi Ŕ desolata, deserta e solitaria. A poco pi¨ della metÓ del percorso si giunge al ponte sulla fiumara dell'Amendolea a monte di Roghudi, oramai sotterrata dalle tante piene. Attraversato il ponte il paesaggio cambia, da verde e folto di vegetazione diventa brullo, arido e selvaggio cosý come la stradina rotta e invasa da terreno di smottamento.

Ad un tratto la stradina si anima, un montanaro fa il segno di richiesta di uno strappo a cui acconsento. E' un pastore, uno dei vecchi abitanti di Roghudi Vecchio che adesso ... pernotta a Roghudi Nuovo. Ogni mattina giunge con la corriera a Roccaforte del greco e percorre a piedi i nove km che lo separano da Roghudi dove l'attendono il gregge e il cane.

E' meravigliato della mia presenza in questa "desolazione"... finchÚ non lo rendo partecipe del motivo della mia venuta.

Il "paese ... posto sul taglio di una roccia, che si erge paurosa dal greto di due selvaggi torrenti, che lo rodono alla base"1.  Questa roccia, tra le due fiumare, Ŕ posta in fondo a una valle a 627 m. slm ed Ŕ circondata da monti impenetrabili, desolati e brulli, senza alcuna radura pianeggiante.

Le "casupole" piccole e "sgraziate"1 sono poste a strapiombo e in alcuni casi sospese nel vuoto dell'abisso. Il Nucera, per descrivere il paese usa una frase molto colorita: "Un grosso nido di falchi appeso a una rupe".

Il territorio, denominato Bovesia (Vuný, Bunion, dal greco Boun˛s), rientra pienamente nell'area grecanica, un'oasi linguistica ellenofona, che oggi ricade nel parco nazionale dell'Aspromonte.

Francesco Nucera nelle sue "Rovine di Calabria" dice che Roghudi deriva dal greco "Rachodes" o "Roch¨dios" che significa "dirupo", e dal reuclisiano "rauchoudi" il cui significato non cambia "monte roccioso, dirupo".

Giuseppe Pensabene2 riporta la citazione pi¨ antica che riguarda il toponimo: "Richoudon t˛" che si trova nel BrÚbion e, con un lungo e appropriato ragionamento, riporta il toponimo al latino "riguus" (irrigato), riguardo alle due fiumare; diremmo noi "bagnato". I greci, giunti pi¨ tardi, hanno adattato questa radice latina alla loro lingua.

Rohlfs2 lo fa derivare, come il Nucera, dal greco antico "Rech˛des" che significa "Aspro, ruvido".

Non esistono notizie circa l'origine del paesello ed anche in seguito le notizie sono pochissime.

Francesco Nucera avanza l'ipotesi che all'origine era abitato da una famiglia di pastori giunta qui per pascolare il suo gregge.

Giuseppe Pensabene, ritornando alla latinitÓ del suo toponimo, vuole che questo sito sia stato occupato da uno stanziamento umano risalente al periodo romano per una questione di commercio: la raccolta della famosa pece dell'Aspromonte e il legname che qui si produceva in abbondanza, necessari entrambi per la costruzione di navi.

A mio avviso il sito nascosto in queste valli selvagge ha costituito per questi abitanti, nel corso dei secoli, un rifugio e una sicurezza dalle incursioni di nemici provenienti dal mare o comunque dal litorale.

Inoltre la conformazione a fortezza naturale di questa cresta di roccia, inaccessibile per il 90% del suo perimetro e, comunque, facilmente difendibile, ha costituito un deterrente e una difesa da assalti di banditi, briganti e animali selvatici.

Secondo il Nucera il paesello Ŕ sorto assieme all'Amendolea, posta pi¨ a valle ... "di cui era pagus (Casale) assieme a la Roca (Roccaforte), Gallicum (Gallician˛)"1 e, pi¨ tardi anche Condofuri.

L'unica ricchezza era formata da quel minimo di industria armentizia, con la quale nessuno si Ŕ mai arricchito e, comunque, fino a quando le leggi forestali degli ultimi tre secoli, con le loro restrizioni, hanno prima limitato e successivamente fatto scomparire.

La vita in queste montagne brulle, desolate, grigie, ferrigne, quasi nude in "un susseguirsi monotono di vette, di speroni e di abissi"1 senza alcun tratto di terreno pianeggiante idoneo alla coltivazione "col tormento di selvaggi torrenti ai fianchi"1, non Ŕ stata certo facile.

Per questa povera gente sono stati secoli di enormi sacrifici, segregata in questo anfratto impraticabile fuori dal mondo, isolata dal resto degli stessi paesi ellenofoni del luogo. Si differenziano dal resto dei calabresi per usi, costumi e lingua.

Castagne, ghiande, qualche albero da frutto ed erbe, erano gli unici prodotti della terra che assieme alla cacciagione e ai prodotti degli animali domestici costituivano il ciclo alimentare.

D'estate la grande calura che si concentra in fondo a questa valle rende l'aria irrespirabile e il paesaggio desertico; d'inverno, invece, quando i due fiumi si gonfiano, isolano il costone dal resto del mondo. Infatti sembra un'isola in mezzo al mare i cui flutti erodono la sua base.

Nell'inverno del 1971 una piena eccezionale investe il costone, isolandolo ancora una volta dal resto del mondo e producendo alla sua base una forte erosione.

Lo stesso evento si ripete a distanza di due anni, con maggiore intensitÓ.

La reale possibilitÓ di uno smottamento costrinse i suoi abitanti a lasciare il paesello in massa e in fretta per sempre.

Oggi il paesello Ŕ completamente abbandonato. A vedere le molte case sventrate e molte altre scoperchiate in un silenzio tombale viene una stretta al cuore.

Durante il mio servizio fotografico, giunto nel punto ove il paesello comincia a degradare verso il letto dove le due fiumare si ricongiungono, circondate dai monti che ora si stringono, ora si allargano, ora ripiegano, mi sono sentito come a bordo di un'astronave che avanza lentamente su quella fiumara, trasportando questo minuscolo mondo del passato, in un tempo del passato.

Bibliografia

1. Francesco Nucera, Rovine di Calabria, Casa del libro editrice, 2a ed., Reggio Calabria 1982;

2. Giuseppe Pensabene, Roma nel lessico e nella toponomastica reggina, Grafiche Barcella, Reggio Calabria 1985;

 

 

 SK

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