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Cultura tradizionale calabrese: artigianato

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  Nino Calarco: webmaster, ideaz., progettazione - Caterina Marra: testi.

 

 Introduzione

 Ceste e cestai u

 La seta

 Le pipe di radica

 La ceramica

 L'oreficeria

 

   

 

 I cestai hanno sempre avuto un posto  di rilievo nell’artigianato locale dell'antico agglomerato di San Giorgio Morgeto, piccolo paesino che vive in simbiosi coi contrafforti aspromontani che delimitano la piana di Gioia.

La lavorazione di queste ceste in legno di castagno è tipica di San Giorgio ed è ben distinta dalla lavorazione delle ceste in giunco, in vimini, in salice e canna. Ogni paese produttore di ceste ha modelli propri di lavorazione.

 A San Giorgio questo è uno tra i lavori più antichi. Era diffuso che le donne apprendessero l’arte dell’intrecciatura, tanto è che, nel secolo scorso, fornivano la manodopera all’intera provincia.

Negli anni  ’50, quando una cesta costava press’a poco 10 lire, le sangiorgesi, grazie alla loro rinomata abilità, prestavano la loro opera lavorativa presso gli agrumicoltori di Gallico e producevano in loco  i recipienti atti a contenere gli agrumi.

 Da San Giorgio, invece, le ceste utili in agricoltura arrivavano direttamente agli agricoltori dell’intero territorio della regione.

Arrivando a San Giorgio si notano subito sui marciapiedi, ad asciugare al sole, liste bianche di legno di castagno che ingombrano la via e creano un tappeto insolito per il visitatore.

In una piccola stanza che da’ sulla strada un uomo e tre donne sono intenti al lavoro.

Il sapore che si respira è unico, antico e nuovo al tempo stesso.

E’ come se per una delle feste del paese sia stata allestita una rappresentazione degli antichi lavori del borgo.

Poi la festa passa e l’uomo e le tre donne, attori di un sol giorno, tornano alle proprie occupazioni.

 Ma non è così! Di fatto l’occupazione unica di questo nucleo artigianale è proprio quella di produrre ceste. Le mani sapienti intrecciano il legno di castagno, lista su lista e, pian piano, la cesta prende forma.

Le donne non parlano, sono intente alla loro opera ed è come se fossero lì da sempre ad intrecciare, canestro dopo canestro, le loro vite al legno di castagno ed al luogo.

Soltanto l’uomo anima con la sua presenza la piccola stanza; è molto loquace, fiero del fatto di aver continuato l’arte di suo padre, che era già stata di suo nonno e di suo bisnonno ed indietro ancora per chi sa quante altre genìe.

Parla perché ama raccontarsi attraverso il proprio lavoro  e descriverne i gesti antichi, sempre uguali e destinati a rimanere tali.

Non agisce come colui che avendo ereditato un oggetto di valore lo mostra ai visitatori quale bene prezioso, testimone di un’altra epoca, della quale il possessore stesso non ha però contezza; egli sa bene di avere perpetuato il tempo dei suoi avi dandogli significato attuale, rendendolo  dunque vivo a dispetto dei secoli.

Ciò che ha appreso da bambino e che gli è familiare lo colloca in una posizione rara oggigiorno: quella di poter essere se stesso grazie alle proprie radici, senza il bisogno di doversi uniformare a cliché preconfezionati  e dal dubbio sapore.

Ferlazze 

La genuinità e l’intuito sono la sua forza ed egli li usa con l’ intelligenza  di chi non resta avulso dal mondo esterno, anzi si inserisce nella globalità della comunicazione con originalità offrendo, tramite essa, i suoi manufatti a chiunque ne faccia richiesta.

Le ceste a San Giorgio hanno sempre rappresentato il quotidiano, utili strumenti per  la vita in casa e in campagna, esse venivano e vengono adibite a vari usi. E per usi diversi esistono varie tipologie di ceste, per esempio:

A ferlazza =cesta di forma rettangolare con l’orlo basso utilizzata come portafrutta o per seccare funghi , melanzane o pomodori;

fìscina = ceste di forma bislunga che si adattano ai due lati del basto della cavalcatura;

u scèpamo = cesta quadra o tonda che le donne ponevano sulla testa per il trasporto della verdura;

a sporta= la sporta era un’unità di misura per le olive. Vi erano e vi sono sporte da una misura o da due misure;

u panàru= unità di misura e raccoglitore di olive;

squejou= unità di misura per cereali ( mais e grano) corrispondenti all’ottavo di un quarto di tomolo;

gistùni= contenitori per il grano. Unità di misura da 5q a 12 q;

naca= cesta usata come culla. Serviva per portare i bambini in testa da casa fino in campagna. Le misure erano standard ( 32x90x25 cm);

 

 

 

spurtùni= cesta rettangolare atta a contenere il pane, veniva realizzata col coperchio;

sportìne= ceste ottenute mediante una fascia fatta a mano a forma di palma e cucite con un laccio di castagno con un apposito ago;

Ventagliu = il classico ventaglio che serviva per alimentare il fuoco dei focolari.

Un particolare, aggiunto dall’uomo al suo racconto, è che le ceste usate per il commercio dalle donne di Bagnara, erano produzione tipica di Barritteri ove tutt’oggi vive ancora un intrecciatore che, secondo l’antica tradizione locale, realizza ceste in canna e castagno.

La tecnica di lavorazione del legno di castagno è abbastanza complessa.

 

 I castagni che si trovano a 500/600 m di altezza, ai confini del paese, si prestano a questo tipo di lavorazione perché il loro legno è tenero.

Il taglio avviene da novembre a fine aprile quando sono in riposo linfatico, poiché, in questo periodo il loro legno risulta essere più resistente. In fase di risveglio e di germinazione lo stesso, traversato dalla linfa, si rende più fragile.

Se tagliato nel periodo sbagliato diviene facile preda del tarlo. I castagni vengono abbattuti all’età di cinque o sei anni quando il legno ha raggiunto la giusta consistenza; se tagliati  al secondo o terzo anno di vita si rompono facilmente.

Il taglio viene praticato al primo nodo perché è da lì in poi che il legno si rende più malleabile alla lavorazione.

 

 

Nei tempi antichi, i fusti, dopo essere stati ridotti in tronchetti, venivano messi in forno a cuocere. In seguito  erano spaccati a metà, quindi ridotti in strisce e selezionati.

Oggi il castagno viene segato in modo da ottenere fusti di varie dimensioni. Essi vengono poi  bolliti in caldaie di rame che devono essere sempre in ebollizione perché soltanto così i fusti non si inzuppano d’acqua.

I tempi di cottura dipendono dalla stagionatura del legno. Al momento opportuno, i tronchetti vengono tolti dalla caldaia cinque, sei alla volta per evitare che si raffreddino. Poi sono divisi a metà e privati della corteccia.

Il cuore del legno è chiamato “libro”; tra la corteccia e il “libro” vi è una parte detta “cambio”, essa viene utilizzata per le “cuciture” perché più flessibile.

Il libro viene tagliato in strisce molto sottili per la lavorazione.  Con una macchina chiamata “spaccatrice” esso è ridotto in fogli di diverso spessore.

Avviene quindi la selezione tra prima e seconda scelta. Le parti più dure del legno sono utilizzate per la base di alcuni particolari tipi di ceste. Per la bordatura delle stesse ceste vengono utilizzati tronchetti di castagno.

A questo punto l’uomo che è artefice di questa prima fase della lavorazione, ha finito il suo compito. Spetta dunque alle donna la parte finale: quella dell’intreccio per la realizzazione di forme e modelli che rispondono alle richieste dei committenti.

 
 

L’immagine di queste figure femminili, silenziose in un’umile stanza spoglia, vestite semplicemente e intente ad un  lavoro che geneticamente può appartenere soltanto a loro è unica.

Esse trasmettono coi loro visi espressioni antiche, legate ad una quotidianità semplice ed industriosa che  ha saputo usare dignitosamente le proprie mani per affermare la propria emancipazione e la libertà da stereotipi vuoti.

 

SK

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 By Spider kapp