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Letteratura calabrese: 500 e 600

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 Letteratura 900/2000

 Bibliografia

 

 

Oggi esistono numerose pubblicazioni di poesia dialettale calabrese, ma chi è stato il primo che si è cimentato nel campo della poesia scritta?

La più antica testimonianza giunta fino a noi è un Lamento, pubblicato a Cosenza nel 1478 da  Joanni Maurello, in morte del giovane don Enrico d'Aragona, trapassato per avvelenamento da funghi nel castello di Terranova, di cui il Maurello pare sia stato servitore.

Nel lamento il Maurello esprime il suo profondo dolore e quello di tutti per la prematura scomparsa del conte.

Altro poeta fu Francesco l'Orbo, così conosciuto perché cieco dalla nascita, che nel dialetto del suo paese natale, Cropani in provincia di Catanzaro, scrisse in ottava rima la vita del Beato Paolo Ambrogi del terz'ordine di San Francesco.

Cesare Quintana di Castrovillari fu un altro autore che scrisse una favola interamente nell'idioma locale.

Un paesello della presila cosentina,  Appigliano,  tra il Settecento  e l'Ottocento,  acquistò  quasi un  monopolio  nella poetica dialettale calabrese in cui primeggiò il  sacerdote  Domenico  Piro, detto  Duonnu Pantu, e i fratelli 

Ignazio e Giuseppe Donati, zii materni di Duonnu Pantu.  Successivamente si fecero notare Francesco e Gennaro Stefanizzi, Liborio Vetere, Luigi Gallucci e, molto più tardi, Gustavo Le Pera.

Domenico Piro detto "Duonnu Pantu" (1664-1696) nacque ad Aprigliano da una nobile famiglia. Era solito trascorrere molte ore, nei mesi estivi, con il fraterno amico Carlo Casentino.

Con "Duonnu Pantu" il dialetto assume una sua dignità storico-culturale. Le  immagini del Pantu espresse con la forza del dialetto immediato e verace fanno parte del patrimonio della vita quotidiana del suo popolo.

Carlo Casentino (1671-1758) fu un conosciuto ed apprezzato poeta anche nel mondo della letteratura inglese e francese. Il Casentino ( o Cosentino) fece una magistrale traduzione in dialetto apriglianese della "Gerusalemme Liberata", dedicandolo a Francesco Maria Carafa, Principe di Belvedere".

In quest’ opera sembra che il Casentino abbia tenuto traccia del poema del tasso sostanzialmente per dare vita al suo mondo lirico  riversandovi dentro l’anima della gente di Aprigliano.

Scrisse anche una commedia  dal titolo “Il colambrosio” non pervenuta fino a noi.

 
 

 

 

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