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Teatro calabrese:  Autori di teatro

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L'Ottocento ha finalmente un suo autore teatrale calabrese.

Un autore di teatro, però, del tutto occasionale e molto singolare: lo scrittore e sacerdote Vincenzo Padula, nato ad Acri (Cosenza) nel 1819 e morto nel 1893, autore di un unico testo teatrale, il dramma in cinque atti "Antonello capobrigante calabrese" scritto, probabilmente, nel 1850 e apparso in appendice su un giornale redatto interamente dal Padula, "Il Bruttio", di contenuto sociale e politico.

Il Padula, presi gli ordini sacerdotali, fu insegnante nei licei e ottenne, in seguito, la cattedra di letteratura Italiana nell'Università di Pavia.

Uomo di vasta cultura, partecipò fin dalla giovinezza ai fermenti liberali e fu più volte sottoposto a sorveglianza dai borbonici.

Nel 1948 propagandò e favorì i moti contadini per l' occupazione delle terre demaniali usurpate.

Nello stesso anno, in un'aggressione degli avversari politici, vide morire al suo fianco il fratello più piccolo Giacomo accorso in suo aiuto.

Al fratello e, in generale, alle idee di riscatto nazionale e di libertà, dedicò sonetti, odi, canzoni.

Dopo la liberazione del Mezzogiorno, coltivò assiduamente il giornalismo, con scritti a volte molto polemici di chiaro indirizzo democratico.

 

 

Compose anche novelle e poemetti, qualche volta in dialetto, ispirati alle storie e alle tradizioni della sua terra.

 L' "Antonello capobrigante calabrese" è una denuncia delle secolari ingiustizie sociali e della profonda miseria che caratterizzavano la vita calabrese.

La figura del fuorilegge divenuto strenuo vendicatore mette in risalto alcune delle più gravi piaghe sociali della regione: i soprusi dei prepotenti "galantuomini", la fame, il banditismo, l'omertà.

La critica, pur rilevando la deficiente struttura del dramma e una certa sua meccanicità, ne sottolineò sempre l'incisivo contenuto sociale, che supera il carattere letterario romantico per proiettare, in una luce di efficace realismo, i personaggi: il protagonista, altri briganti, il "galantuomo" Brunetti, i contadini, i pastori, le donne.

Il dramma fu rappresentato con successo nel 1960 dal Teatro Stabile della città di Torino ed è stato anche trasmesso via radio.

Francesco De Sanctis,  nel poderoso suo saggio La letteratura italiana nel secolo XIX,  dedica parte della sua attenzione critica al “romanticismo naturale” calabrese. Ne fu rappresentante anche Vincenzo Padula, ma il De Sanctis non dà notizie sulla vita e sulle opere di questi autori calabresi.

Benedetto Croce, dopo aver aggiunto al testo del De Sanctis una serie piuttosto copiosa di note, non parlò molto dei romantici calabresi, fatta eccezione per Vincenzo Padula, al quale dedicò una pagina nella storia letteraria italiana.

Pasolini, inoltre, vide nel Padula uno dei pochi scrittori che hanno praticato il "realismo poetico": senza vergogna o paura, aveva descritto la miseria del suo popolo.

 

 

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