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Le città magnagreche della Calabria: Sibari

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  Nino Calarco, webmaster,  ideaz., prog., testi, fotografia

 

 Città:

    - Hypponion

   - Rhegion

    - Kaulon
    - Kroton

   - Locroi

   - Laos

   - Medma

   - Skilletion

   - Sybaris

 

Personaggi:

    - Ibico

    - Stesicoro

    - Pitagora

    - Zaleuco

 

 

 

 

La colonia fu fondata probabilmente  tra il 720 e il 708 a. C. dagli Achei provenienti dalla riva meridionale del golfo di Corinto. La fondazione fu quasi contemporanea a quella di Cuma e Rhegium.

Si trattava di una colonia mista formata da Achei e da abitanti della città Trezene sul Peloponneso: “…Sibari (fu) fondata dagli Achei, tra due fiumi, il Crati e il Sibari: suo ecista fu Is di Elice.”

Sicuramente il sito venne scelto per la vastità e la fertilità della sua pianura e per la strategica posizione che ben si adattava ai piani commerciali della città, in quanto le foci dei fiumi Krathis e Sybaris facilitavano l’attracco delle imbarcazioni: Sibari diventò così una stazione obbligata e ponte di traffico tra la Grecia, l'Etruria e la Sardegna. Le merci seguivano molteplici vie per giungere dalla costa Ionica a quella Tirrenica.

Le maggiori direttrici giungevano sul Tirreno attraverso le valli del Crati, dell'Esaro, del Coscile e del Lao.

Una prima direttrice attraversava la valle del Crati, raggiungeva Pandosia (Cosenza), capitale degli Enotri, si immetteva poi nella valle del Savuto e raggiungeva Temesa sulla costa, importante centro per la lavorazione dei metalli.

Le altre due vie si completavano a vicenda: seguivano per un certo tratto il fiume Sybaris, e successivamente una seguiva la valle dell’Esaro per sant'Agata e il Passo dello Scalone e portava a Cirella, l'altra arrivava, attraverso il fiume Fullone, alle miniere d' argento di San Marco Argentano.

La terza via seguiva la valle del Sybarise, per Morano e il bacino del Mercure, si immetteva nella valle del Fiume e attraverso Schidros (Papasidero) giungeva a Laos.

Da Laos si arrivava poi a Poseidonea (Paestum) confine dell’influenza sibarita.

Da qui le attività commerciali sibarite raggiungevano l’Etruria, la Sardegna e Marsiglia.

Dall’altra parte, attraverso il mar Ionio, le attività commerciali raggiungevano l’Asia minore. La città di Mileto, infatti, era il più importante centro di raccolta e smistamento delle merci con l’entroterra e le isole vicine.

Fu così che in poco più di un secolo la città raggiunse un alto grado di sviluppo e di ricchezza creando un vasto potere politico e militare.

Con la sua potenza riusciva a controllare gli innumerevoli interessi economico-commerciali e il notevole flusso di nuovi coloni che giungevano dalla Grecia: il numero dei suoi abitanti, tramandatoci dagli storici antichi, tra cui Strabone, si aggirava tra le centocinquantamila e le trecentomila unità.

La disponibilità di poter manovrare questo enorme flusso di coloni permise a Sibari di fondare molte altre sub colonie.

" ... di tanto eccelse questa città (Sibari) in antico, per la sua prosperità, che regnò su quattro popoli vicini ed ebbe alla sua sudditanza venticinque città…”.

E' da tenere presente che a Sibari lavoravano solamente gli schiavi, mentre i cittadini si occupavano di cucina, di moda e di sport.

Così, mentre la potente colonia si cullava sempre più nella ricchezza e nel lusso, la mollezza degli abitanti era divenuta proverbiale, tanto che una legge proibiva di tenere galli nelle case, poiché questi con il loro canto mattutino svegliava gli abitanti. Inoltre erano vietate ".... quelle attività - di artigiani, di fabbri o di carpentieri - che potevano, coi loro rumori disturbare le pennichelle pomeridiane dei cittadini".

La città era circondata da stupende ville costruite sui colli adiacenti e lungo le sponde del fiume Sybaris dove i cittadini si riparavano dalla calura estive.

Le ricchezze venivano usate dai Sibariti per mantenere un lusso sfrenato:  “ ... nessuna casa benestante presso di loro, che non avesse i suoi nani ed i suoi piccoli cani di Malta, comperati a gran prezzo. Vi era l'uso di far portare ai bambini, sino alla pubertà, delle vesti di porpora e una ricca benda di oro ai capelli …”.  

I materassi dei letti di molte famiglie ricche erano pieni di petali di rose.

I sarti e i cuochi erano considerati degli artisti: Plutarco nel descrivere i loro proverbiali pranzi, racconta che le donne erano invitate ai banchetti con largo anticipo affinché potessero procurarsi i pregiati vestiti.

I cuochi avevano il diritto di "brevettare" i loro piatti per un anno ne detenevano il monopolio accumulando un patrimonio con cui campare di rendita per tutta la vita. Tubature di argilla portavano direttamente il vino dalle campagne alle ricche case in città.

Mitico l’opulentissimo personaggio Smindiride, figlio di Ippocrate, che raggiunse i massimi livelli dell’eleganza e dello sfarzo: egli si faceva accompagnare nei suoi viaggi da mille servitori. Era solito dormire su petali di rosa; alle volte andava lagnandosi, raccontando di notti turbati dall'accartocciarsi di un petalo. Sono rimasti famosi i suoi balletti rosa-verdi”.

Il genere di vita condotta dai Sibariti  era il culmine del lusso concepibile a quell' epoca, passato alla storia come la proverbiale “sibaritica ricchezza” della "dolce vita"  della città, definita però come "città corrotta”.

La mollezza e la petulanza dei sibariti era divenuta proverbiale presso gli antichi. Qaundo qualcuno mostrava boria nell'andatura, si diceva che camminava come un sibarita.

Sibari aveva trovato un sistema che consentiva la convertibilità della loro moneta negli scambi commerciali sia col mondo greco che con le città dell’Egeo e il Mediterraneo.

La loro moneta base era lo statere in oro con un valore abbastanza alto, il quale aveva tre valori frazionari: 1) la dracma che equivaleva ad 1/3 dello statere; 2) il triobolo equivalente ad ½ della dracma 3) l’obolo del valore di 1/3 del triobolo.

Questi valori frazionari erano usati anche da molte altre città nelle loro attività commerciali, per cui ovunque la moneta di Sibari era riconosciuta e ciò facilitava gli scambi.

Le monete erano per lo più d’argento (Sibari possedeva diversi giacimenti di tale metallo) battute con un sistema a incuso su cui era impressa la figura di un robusto toro retrospicente. E’ da tenere presente che tale simbolo era utilizzato anche dalle popolazioni degli enotri, dagli italici, ed era presente anche a Rhegium.

Sibari mantenne per molto tempo rapporti amichevoli con la città di Crotone, seconda potenza della Magna Grecia, anche per via della comune origine achea.

Tuttavia negli anni subito precedenti al 510 a.C. si andò delineando un certo attrito tra le due città, sia per motivi di predominio, sia per  le differenti forme di governo: il confinante governo democratico sibarita  costituiva infatti una continua minaccia per quello aristocratico crotonese.

Nel 510 a.C. Sibari era dilaniata da lotte interne tra gli opposti partiti. "Telys un demagogo con notevoli capacità si servì di una classica furbizia politica, utilizzata dai vecchi e nuovi demagoghi; da tempi immemorabili essi ottenevano credito presso la plebaglia sfruttando la loro animosità contro i nobili ed i ricchi e favorendo la loro rapacità. Egli convinse alcuni suoi concittadini a cacciare 500 facoltosi sibariti per potersi poi spartire  tra di loro i beni trafugati. I cacciati cercarono e trovarono rifugio presso Cotrone (ndr Crotone)" 1

Tale fuga verso Crotone, però, mise in crisi la vita economica di Sibari.

Telys, minacciando di guerra i crotonesi, chiese subito "l’estradizione" degli esuli. Crotone, in un primo momento, vacillò di fronte alla minaccia, ma incontrò l'aperta opposizione di Pitagora intenzionato fermamente a non cedere alle richieste della città avversaria.

Crotone allora, ben coscia della potenza sibarita inviò trenta ambasciatori per trovare una soluzione alla crisi. La loro delegazione fu massacrata e la guerra divenne inevitabile.

 Lo scontro decisivo avvenne sul loro stesso confine, presso il fiume Traente. L’evento fu terrificante per l’enorme numero di soldati impegnati nella lotta: i sibariti, infatti, si mossero con un enorme esercito, mentre i crotonesi, meno numerosi, erano condotti dal celebre atleta Milone, vincitore di sei giochi olimpici. Nonostante l'inferiorità numerica, Crotone ebbe la meglio.

Tutt'oggi si racconta di come i soldati crotonesi attesero i sibariti armati di flauto: quando questi cominciarono a suonare i cavalli di Sibari, abituati all'arena e ai giochi, cominciarono a danzare e i cavalieri, in balia dei loro destrieri, furono facilmente massacrati dai rozzi crotonesi.

Vinto lo scontro del Traente, gli uomini di Crotone presero d'assedio Sibari. Nel frattempo, i sibariti, spaventati, uccisero Telys e i suoi sostenitori.

I crotoniati, dopo settanta giorni di assedio,  deviarono il corso del fiume Crati sulla città cancellandola totalmente. "Tutto ciò accadde nel terzo anno della 57a olimpiade, nel 507 a. C., e Sibari, "famosa e maledetta” cessò di esistere: “ …nella guerra contro i Crotoniati schierò trecentomila uomini e gli abitanti del Crati riempivano un circuito di cinquanta stadi.

Ma, a causa del lusso e della tracotanza, perdettero nel giro di settanta giorni tutta la loro fortuna ad opera dei Crotoniati; questi, presa la città, vi condussero sopra il fiume e la sommersero…".

 

Bibliografia:

1. Friederich L. von Stolberg, Viaggio in Calabria, Rubbettino ed., Soveria Mannelli, 1986.

 

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