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La produzione serica nell'alto medioevo reggino

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Nel reggino, intorno al XIV sec., il mercato legato alla produzione della seta si affermò in modo estremamente rapido tanto che, in pochissimo tempo, divenne, quasi, l’unico prodotto di scambio della sua economia e così si mantenne per altri quattro secoli ancora per poi, nel XX sec., nell’arco di un solo decennio, altrettanto rapidamente, scomparire senza quasi lasciare traccia.

Oggi rimane solo qualche rudere di filanda e qualche ricordo nella mente dei nostri nonni.

I bachi da seta furono importati in occidente dalla Cina in modo alquanto rocambolesco.

Intorno al 1533, con l'appoggio dell'imperatore di Bisanzio, due monaci bizantini che operavano in Cina, portarono a Costantinopoli le uova del baco nascoste dentro alcune canne di bambù.

Nel sud dell’Italia la seta venne introdotta,  nel XII sec., da Ruggero II, re di Sicilia, con l'aiuto di artigiani fatti venire appositamente dalla Grecia.

Secondo alcuni studiosi si trattava, invece, di ben 15.000 prigionieri prelevati a Corinto e trascinati a Palermo, città che divenne uno dei principali centri per la fabbricazione della seta. 

Nel reggino tutto lascia presupporre che l’arte della seta e del gelso sia stata introdotta dagli Ebrei, i quali giunsero a Reggio in due ondate diverse: la prima nel periodo successivo alla conquista di Gerusalemme da parte dei romani, la seconda al seguito dei Mori.

Gli Ebrei, quali abili maestri nell’arte del mercanteggiare e nella loro geniale industriosità, valorizzarono l’industria della seta e le attività ad essa connesse: allevamento del baco, coltivazione del gelso, fabbriche di tessuti, tintorie tra cui quella famosa dell'indaco, immessa sui mercati europei per la prima volta dai produttori reggini.

I tessuti serici prodotti a Reggio erano considerati tra i più pregiati. In particolare erano rinomati quelli di Sambatello per la loro lucentezza e resistenza alla trazione.

Grazie all’operosità degli Ebrei la città aveva un posto di rilievo nei traffici commerciali e lo stesso porto era, per questi motivi, frequentatissimo.

I commercianti di questa città, in massima parte ebrei, si accaparravano tutta la seta grezza, anticipando acconti ai produttori e saldando l'importo con uno sconto sulla tariffa fissata dall’università (l'odierno comune), il 22 luglio (detto Voce della Maddalena).

 Questi commercianti ebrei rivendevano la seta, quasi in regime di monopolio nella fiera franca di agosto, direttamente ai mercanti Genovesi, Lucchesi e Veneziani.

Nel 1510 o 1511, gli ebrei vennero espulsi dalla città, si dice ad opera dei mercanti Genovesi.

La tesi più accreditata è che i grossi proprietari locali, ritenendo di saper mercanteggiare anche loro e speranzosi di trarre gli stessi lauti guadagni degli Ebrei, fecero forti pressioni sul viceré, Raimondo di Cardona, il quale  emise un ordine di espulsione per i cittadini ebrei di Reggio.

Ben presto, però, l’incapacità dei produttori improvvisati commercianti si fece sentire pesantemente. La qualità dei prodotti dell’industria serica divennero scadenti e la quantità frammentata; sicché i grandi mercanti genovesi, lucchesi, pisani e veneziani furono costretti a rivolgere altrove la propria domanda.

Comunque anche dopo la dipartita di questi grossi mercati, il commercio serico locale fu molto proficuo per chi lo esercitava sulla piazza ma le dimensioni, oramai, modeste e il porto cittadino poco attrezzato, non riuscì ad attirare più le navi straniere di grossa portata.

Messina, al contrario, aveva la sicurezza di un porto attrezzato, dove le navi di qualsiasi portata potevano fermarsi a lungo anche per lavori di raddobbo.  

I grossi produttori reggini furono costretti, quindi, a ritrovarsi un nuovo mediatore al posto degli ebrei e rivolsero la loro offerta ai mercanti messinesi.

Quindi Messina diventò il porto di concentramento delle merci destinate a Reggio e di quelle che Reggio destinava all’esportazione.

In quel periodo a Reggio circolava una grande quantità di denaro anche se non aveva il grosso giro di mercato che, invece, possedeva Messina.

  Infatti Reggio poteva esportare, quasi, soltanto seta in pagamento di ciò che importava e poiché non tutti accettavano il pagamento in seta, non poteva sfuggire alla pesante mediazione Messinese che deteneva la chiave dell’esportazione.

 In quegli anni a Reggio si era sviluppata  una monocultura in quanto la seta da sola bastava a pagare tutto.

Essa infatti "...rappresentava per Reggio Calabria  una specie di eldorado".

Nel 1611 si ha notizia che la produzione di seta nel reggino con i suoi casali era stimata in 100.000 libbre.

La produzione e il traffico della seta raggiunse dimensioni tali che si arrivò, persino, a spostare la data delle elezioni dei sindaci di Reggio, dal mese di maggio al mese di giugno, in quanto in quel periodo la maggior parte dei cittadini erano "... impediti nelli nutricati delle sete ...".

Infatti bastava un'alimentazione errata o un colpo di calore o una ventata di freddo per provocare una moria di bachi e quindi la rovina economica per il proprietario.

La maggior parte degli allevatori di bachi da seta disponeva di  scarse possibilità finanziarie per l'acquisto dell'apposito materiale utile all'allevamento, erano, quindi, costretti a chiedere delle anticipazioni ai commercianti di seta, con l'impegno di cedere, a suo tempo, la propria produzione serica.

 Al momento del saldo, questi anticipi, venivano defalcati insieme agli interessi dovuti.

Uno dei tanti motivi che concorsero alla cacciata degli ebrei, esperti nell'arte di mercanteggiare con il denaro,  fu appunto il fatto che loro specularono in modo eccessivo nell'accaparrarsi quasi tutta la seta prodotta, adottando il sistema dell'anticipazione di somme di denaro, forse aumentandone via via anche gli interessi.

Nel 1600, la pirateria turchesca, con i suoi continui assalti alle navi mercantili e le incursioni sulle zone costiere prevalentemente agricole, provoca l'abbandono delle stesse portando alla crisi dell'attività agricola, e con essa anche la produzione della seta cominciò ad incrinarsi. 

Nel '700 la maggiore richiesta di filato era legata alla nascente industria tessile che si evolveva in continuazione con macchinari sempre più sofisticati: il filatoio ad acqua, la macchina di Jenny, il Mule etc.

All'inizio '800 l'energia idraulica veniva utilizzata su vasta scala, per poi, successivamente, passare alla macchina a vapore. 

Dalle macchine per filare in legno si giungeva a quelle di ghisa e, infine, a quelle automatiche in acciaio.

 

SK

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