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Reportage dicembre 2006

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  Nino Calarco, webmaster,  ideaz., prog., testi, fotografia

 

 

 

 

 

 

 

 

Erice si estende sulla sommità del monte San Giuliano ad un’altezza di 753 m. L’abitato ha mantenuto nella struttura viaria e nell’architettura degli edifici le caratteristiche delle struttura originaria medievale. La cittadina è contenuta in un perimetro triangolare che, data la sacralità del luogo, nel passato ha alimentato diverse interpretazioni suggestive.

Erice, con Segesta ed Entella, era una delle tre città della Sicilia occidentale appartenenti alla misteriosa popolazione elima che la leggenda vuole provenisse da Troia. Secondo Virgilio, Enea approda sulla costa ai piedi del monte e celebra il rito funebre per il padre Anchise.

L'incidente di alcune navi lo costringe poi a lasciare qui alcuni suoi compagni che fondano, appunto, la città:  E qual piú grata altrove, / o piú commoda riva, o piú sicura  / aver mai ponno le mie stanche navi, / di quella che ne serba il caro Aceste,  / e l'ossa accoglie del buon padre mio?

Tucidide narra che: Dopo la caduta di Troia alcuni troiani fuggendo su barche giunsero in Sicilia e, abitarono al confine dei Sicani, i quali sommariamente furono chiamati Elimi; le loro città erano Erice ed Egesta  (Segesta). Sopraggiunsero anche alcuni Focesi provenienti anch’essi da Troia, i quali in quel periodo furono gettati prima da una tempesta nella Libia e poi in Sicilia”.  Si ritiene che gli Elimi avevano denominato la città da loro fondata Iruka.

L'esistenza di un centro abitato sul monte San Giuliano si può porre in un'età molto antica, certo intorno al IX-VIII secolo a. C.: ne fanno fede alcuni frammenti di ceramica incisa tipica di quell'età.

Narra ancora Tucidide che i fenici, prima dell’arrivo dei coloni greci, abitavano sparsi sulle coste siciliane per facilitare i commerci con l’interno del paese e quando sopraggiunsero i greci essi furono costretti a concentrarsi a Mozia, Solunto e Panormo, vicino agli Elimi dove abitarono, rassicurati dall'alleanza degli Elimi stessi e dal fatto che quel punto della Sicilia distava pochissimo da Cartagine”.

Diversi autori antichi ammettono concordemente che la fama del santuario e delle sacerdotesse di Erice si sparse velocemente lungo le rive del Mediterraneo, tanto che, in poco tempo, divenne il luogo di culto più famoso dell'eparchia fenicio-punica in Sicilia. Il culto era dedicato ad una divinità femminile identificata dai fenicio-punici con Astarte, dai Greci con Afrodite e dai Romani con Venere, detta poi Ericina.

Un folto gruppo di sacerdotesse operava i rituali religiosi alla dea il cui culto comprendeva anche la prostituzione sacra: l'origine di questa pratica, tipicamente orientale, si perde nella notte dei tempi, ma il suo uso perdurò in Erice più che in ogni altro luogo, tanto da giungere sino alla fine del paganesimo.

E’ logico, quindi, ritenere che sul monte Erice esistesse un santuario, cioè un insieme di costruzioni entro un recinto sacro, il cui posto principale era forse occupato da un altare all'aperto. Questa disposizione perdurò nei secoli sino a quando,in epoca romana, gli imperatori Tiberio e  Claudio apportarono rimaneggiamenti e ricostruzioni.

Di queste opere sono rimasti solo pochi resti peraltro di dubbia identificazione, essendo stata ricostruita in epoca medievale tutta la spianata.

Tuttavia esiste una moneta, coniata nel 50 a.C. (denarius), della “gens Considia” su cui è raffigurata la riproduzione del santuario di Erice come era in quell’epoca. Inoltre, esistono a  Roma, negli orti sallustiani, i resti del tempio di Venere Ericina che è stato costruito in forme simili a quello di Erice.

Di Erice antica, il monumento più cospicuo rimastoci, peraltro abbastanza ben conservato, è costituito dalla mastodontica cinta muraria costruita probabilmente nel VIII-VII secolo a. C. Si tratta di una fortificazione che a tutt'oggi cinge per un lungo tratto la cittadina e sulla quale si possono distinguere torri quandrangolari,  cortine, postierle e tre porte: Carmine, Trapani e Spada.

Alcuni massi che formano la cinta sono contrassegnati da lettere dell'alfabeto punico, certamente marche di cava o di scalpellino. In epoca romana e nel medioevo vi furono vari rimaneggiamenti e adattamenti, ma a tutt'oggi le mura di Erice conservano l'antico percorso e in gran parte la struttura originaria, costituita da grandi massi connessi da piccole pietre.

Alcune caratteristiche peculiari, come le torri quadrate poste a difesa delle porte e i grandi massi che spesso formano architravi sulle portierle, ricordano costruzioni simili di varie località della Grecia.

Erice visse sempre nell'orbita punica: era, infatti, la più munita fortezza cartaginese sull'isola,contesa spesso da Cartaginesi e Siracusani, e rimase sempre sotto il dominio punico anche dopo l’occupazione da parte di Pirro, nel  277 a. C. Durante il dominio cartaginese Iruka prese il nome punico di Harucas o Erech.

All'epoca della prima guerra punica, nel 260 a. C., fu distrutta dai Cartaginesi comandati da Amilcare e gli abitanti vennero deportati a Drepanum (Trapani) che già nel passato aveva costituito il porto di Erice. Nel distruggere la cittadina di Erice i cartaginesi si guardarono bene dal toccare il santuario. La deportazione aveva lo scopo di incrementare la popolazione e quindi disporre di una pronta difesa al porto.

Così Trapani da villaggio diventa una città con una zecca propria, ciò è dimostrato dalla presenza di monete in argento e bronzo su alcune delle quali vi è inciso il nome “Drenpanon”.

Dopo la famosa battaglia  delle Egadi (241 a. C.), Erice passò definitivamente sotto il dominio di Roma col nome greco-romano di Eryx. Da questo momento termina l'importanza politico-militare di Erice, mentre accresce l'importanza del suo santuario che i Romani fanno tutelare da un presidio fisso e lo mettono a capo di una federazione religiosa di diciassette città siciliane.

Dopo questo periodo per quanto manchino notizie precise fino all’anno mille, tali da renderci un'idea più completa della sua importanza, piccoli reperti, giunti sino a noi, ci fanno capire che la città era abitata in epoca bizantina.

Durante il periodo di dominazione araba la città assunse il nome di Gebel-el-Hamed (montagna di Hamed).

Con la venuta dei normanni, secondo un'antica leggenda, in virtù dell'intervento di San Giuliano Ospedaliero, essi riuscirono a cacciare dall'antica Erice gli ultimi Musulmani annidati nelle fortificazioni del monte. Il conte Ruggero avrebbe voluto che da allora il nome del Santo sostituisse quello primitivo della città. Lo stesso Ruggero avrebbe fatto innalzare, circa nel 1080, il tempio al nuovo patrono.

Tuttavia, e più probabilmente, la nuova denominazione e il culto per il Santo dovettero essere introdotti a Erice da quel primo clero cristiano che si preoccupò di allontanare dal territorio ogni traccia dell'antico e pagano culto per Venere Euploia, alla quale era stato dedicato un tempio sull'acropoli della città.

Durante l'età normanna Erice, oltre a veder più prospera la sua condizione di ricco centro agricolo, vide anche utilizzata la sua posizione militare e strategica a guardia del canale di Sicilia.

Lo storico Edrisi, nel XII sec., così descrive la cittadina:una enorme montagna, di superba cima e di alti pinnacoli, difendevole, ripida. Al sommo di essa stendesi un territorio pianeggiante da seminare, abbonda l'acqua. Havvi una fortezza che non si custodisce, né alcuno vi abita…

Nell'età dell'imperatore Federico, un più ordinato sistema amministrativo accompagnò un aumentato sviluppo delle colture nel vasto territorio della città esteso sino a Castellammare del Golfo. Tale florida condizione pose continuamente Erice in concorrenza con Marsala e Trapani, allora povera di retroterra.

Rimasta demaniale, la città aveva notevolmente contribuito in uomini e denaro alle esigenze militari e fiscali del regno prima e della nuova monarchia iberica poi, partecipando attivamente alla presa di Tunisi.

La cacciata degli ebrei, in conseguenza dell'editto del 31 marzo del 1492 firmato dai sovrani di Spagna, Isabella e Ferdinando, ed esteso anche alla Sicilia a quel tempo protettorato spagnolo, avviò Erice ad un declino inesorabile. Delle botteghe degli ebrei resta ancora traccia lungo il corso Vittorio Emanuele.

Nel 1555, regnando Carlo V, per i bisogni della Corte indebitata dalla politica militare, ne fu decisa la vendita. Gli ericini, gelosi delle loro libertà, con enorme sforzo, trovarono i seimila scudi necessari per  poter ottenere che la città restasse demaniale. Carlo V riconoscente, conferisce ad Erice il titolo di “Città excelsa”.

Tuttavia, in quel tempo, era incominciato il declino economico del quale veniva ad avvantaggiarsi soprattutto Trapani. La città si vedeva  privata di alcune fra le sue tante terre concesse dalla monarchia ai privati. Così, nel 1507, il territorio di Inici fu concesso da Ferdinando il Cattolico a Simone Sanclemente e poi passato alla Compagnia di Gesù. Così accadde anche per altri feudi.

Lentamente, il territorio di Erice continuava a restringersi per cui gli abitanti furono costretti ad esulare nella pianura alla ricerca di una più sicura e continua possibilità di vita. Durante il XVII secolo, sulla scia della stessa causa, la maggior parte di ericini si trasferì nella vicina Trapani.

Cosi, sempre più avulsa dall'economia locale e priva delle forze atte ad un rinnovamento, Erice non poteva risentire della ripresa dell'economia e dell'agricoltura del territorio negli ultimi decenni del Settecento.

“Intorno al 1846 Ferdinando II di Borbone avocava a Castellammare del Golfo buona parte dei beni e delle terre acquistati nei secoli passati dai giurati di Erice. L'opposizione al Borbone ebbe qui il suo massimo esponente in Giuseppe Coppola (1821-1902) che, tra l'altro, durante la campagna garibaldina in Sicilia, guidò una colonna di 865 ericini unitisi ai Mille presso Salemi, ed egli stesso restò ferito combattendo a Calatafimi”1.

 

Bibliografia:

1. Enzo D'Alessandro, Ultimo caposaldo musulmano

2. Vincenzo Tusa, Le fortificazioni Puniche

3. Vincenzo Scuderi, Un gusto eclettico

4. AA.VV. Sicilia, Touring Club Italiano, Milano, 2005

5. Vincenzo Adragna, Erice, Coppola Editore, 1998

6. Alessandro Corretti (a cura di), Quarte giornate Internazionali di studi sull’area elima, Erice 1-4 novembre 2000, Pisa, 2003

7. A. Milano, Storia degli ebrei in Italia, Torino, 1992 

 

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