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Escursione del 13 marzo 2005

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  Nino Calarco, webmaster,  ideaz., prog., testi, fotografia

 

Mussomeli CL: il castello. Il maniero si erge alto, possente, sulla cima di una roccia isolata e quasi impervia, che domina d'ogni lato la ricca e vasta campagna circostante. Non potrebbe immaginarsi posizione più idonea per un maniero dei tardi tempi medievali (fu eretto nel trecento da Manfredi III Chiaramonte), ed è incredibile con quanta straordinaria abilità si sia riusciti ad adattarne la costruzione alle scabre accidentalità della roccia a picco.

Il  territorio di Mussomeli, sicuramente, fu abitato in epoca preellenica dai sicani, i quali abitarono la Sicilia centrale e sud-occidentale a cominciare dal III millennio a.C., attirati, molto probabilmente, dall’imponente rocca che qui si erge alta come a offrire protezione. 

 Nel corso dei secoli, ad essi, si sono succeduti greci, romani, bizantini, saraceni. Nel 1080 i normanni posero fine alla dominazione araba.

Si giunge, infine, attorno alla metà del XIII sec. quando Manfredi III Chiaramonte, appena investito da Federico III d'Aragona della signoria di Castronovo, da cui Mussomeli dipende, decise di costruire il castello sulla rocca di Manfreda, antico nome di Mussomeli.

Esso venne inaugurato il 16 novembre del 1374, in grande stile, da Manfredi Chiaramonte che, anche per l'occasione, ospitò, per due giorni, Federico e la regina Antonia del Balzo e la piccola Maria, figlia di Federico e prima moglie Costanza d'Aragona.

Il 10 luglio 1391 Manfredi organizzò una riunione di baroni siciliani con l'intento di resistere agli Aragonesi. I baroni si ritrovarono nella grandiosa Sala dei Baroni, dove giurarono fedeltà.

Ma subito dopo vennero meno al patto e passarono tutti agli aragonesi, nuovi dominatori.

L’anno successivo, re Martino, che aveva sposato Maria, figlia di Federico IV, conquistò militarmente l'isola e impose il suo dominio, nello stesso tempo cercò di recuperare le proprietà reali usurpate dai feudatari.

Andrea Chiaramonte, succeduto al cugino Manfredi, si ritrovò da solo a fronteggiare gli aragonesi, i quali confiscarono tutti i suoi beni ed egli stesso venne condannato a morte.

Nell'aprile 1392,  lo stesso re concesse a Guglielmo Raimondo Moncada tutti i feudi che erano in possesso di Manfredi Chiaramonte, fra questi anche "castrum Musumelis".

Da questo momento  molte famiglie si sono succedute: dai Moncada, ai Castellar di origine catalana, da Giovanni di Perapertusa (1450) a Federico Ventimiglia (1467), ad Andreotta del Campo, ultimo barone di Mussomeli nel 1548.

A metà 500 il feudo venne acquistato dal conte Cesare Lanza.  Il conte rimane famoso perché ucciderà la figlia Laura, baronessa di Carini, in quanto creduta adultera.

L’episodio, al tempo, fece molto scalpore e diede origine a molte leggende popolari. Tutt'oggi tale episodio è vivo e viene richiamato con rappresentazioni teatrali e televisive.

L'ultima famiglia che abitò il "nido d'aquila fuso nella rupe" fu quella di don Ottavio Lanza conte di Mussomeli e barone di Trabia.

Infatti don Ottavio e i suoi dieci figli abitarono al castello fino al 1603, poi si trasferirono nel loro palazzo, costruito precedentemente, al centro.

Da quel momento, per un determinato periodo, la fortezza venne adibita a carcere  per poi essere abbandonata a se stessa.

A partire dal 1884 furono iniziati lavori di restauro che riguardarono, in quella fase, alcuni elementi decorativi.

Ai primi del Novecento il principe di Trabia affidò il progetto di restauro all'architetto Ernesto Armò, che dopo un qualificato lavoro consegnò il castello così come si trova nella versione attuale.

Il "nido d'aquila" incastonato nella roccia manifesta tutta la sua imponenza sul lato sud della fortezza che scende a strapiombo sulla pianura, con le sue mura merlati e le finestre bifore.

La parte meno scoscesa è quella relativa alla zona dell'ex ponte levatoio, attraversata la quale si giunge ad un portale in pietra oltre il quale si trova la scuderia, che si presenta con una volta gotico-normanna a botte e direttrice ogivale; questo locale era capace di contenere 50 cavalli.

Dal secondo portale con gli stemmi della famiglia Lanza, si entra nel cortile delle abitazioni.

Sulla destra  si accede alla sala delle guardie e alla cappella.

Sulla sinistra si apre la storica Sala dei Baroni, primieramente detta la sala del trono, venti metri di lunghezza per sette di larghezza, seguono altri saloni e ambienti, fino all'ultima sala col tetto a doppia crociera.

Nei sotterranei, la sala d'armi e una serie di pozzi e prigioni.

La natura fredda, austera e ancestrale degli ambienti della fortezza ha, probabilmente, alimentato molte credenze e leggende popolari:

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il fantasma del soldato spagnolo Guiscardo de La Portas che si aggira per i locali, più volte “avvistato” dall’ex custode del maniero al quale ha raccontato la sua storia;

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la storia cavalleresca del barone geloso che, dovendo assentarsi per una battaglia, avrebbe murato le tre sorelle nella "Sala delle tre donne", un cunicolo ad imbuto tutt'oggi visibile, con viveri sufficienti per il tempo di una campagna militare. Ma i tempi del conflitto si dilungarono e le donne morirono di inedia;

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la storia di un altro barone che nel '700, dal castello, avrebbe condotto le operazioni per catturare il bandito di Pietraperzia Antonino Di Blasi, detto il Testalonga.

Oggi il castello "manfredonico - chiaramontano" appartiene all’amministrazione comunale.

 

Bibliografia

- Ferdinando Maurici, Castelli medievali in Sicilia. Dai bizantini ai normanni, Palermo 1992

- Orazio Cancila, Baroni e popolo nella Sicilia del grano, Palermo 1983

- San Martino de Spucches, La storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia, Palermo 1931

- J. De Burigny, Storia generale di Sicilia, Palermo 1788

- Tommaso Fazello, Storia di Sicilia, Palermo 1817.

 

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