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Comune di Ricadi VV

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Nino Calarco webmaster, ideaz., prog., fotografia - Mariella Di Pasquale: testi

 

   L’antico Porto Ercole, cioè l’odierna Baia di Santa Maria, oggi fa parte del comune di Ricadi, ed è diventata, da circa trent’anni a questa parte, un ameno luogo di villeggiatura, come del resto tutta le zone  a ridosso del Capo.

      Quando ancora era in vita, lo scrittore Giuseppe Berto, che con amore costruì la sua casa sul Capo,  accoglieva gli ospiti con simpatia nel suo piccolo ristorante ed era bello e interessante scambiare qualche parola con lui che gentilmente si soffermava ora a un tavolo ora a un altro.

Certo  negli anni settanta la fama del suo libro «Il male oscuro», in cui  Berto ci parla di Capo Vaticano come il posto dove egli è riuscito a trovare la sua pace, ha contribuito a dare notorietà a queste zone e i turisti anno dopo anno cominciarono a scendere a frotte.

 Soprattutto la vicina cittadina di Tropea diventò un ottimo centro turistico da gareggiare quasi con Taormina e Capri, con i suoi splendidi e nobili palazzi e i vari negozi dove magari potevi trovare qualche attore o attrice famosi, personaggi del mito dei nostri tempi, che ti invitavano a entrare a comprare la merce, come ad esempio Marisa del Frate nel suo accogliente negozio di antiquariato.

Anche la Baia di Santa Maria, come altre della zona (baia di Grotticelle, spiaggia del Tono) cominciò ad animarsi con conseguente costruzione di ville e villette e villaggi turistici su per le colline una volta terrazzate  secondo tecniche arabe e piene di vigneti con superbi grappoli di zibibbo e di piante di ulivo e di limoni importate quasi sicuramente durante la dominazione araba. Purtroppo però, per fare spazio a qualche costruzione, è sparita la Torre di avvistamento di Santa Maria che ancora era visibile cinquant’anni fa sull’altura che da un lato

chiude la baia (zona che appunto si chiama ancora oggi Contrada Torre Santa Maria) e da cui si segnalava l’eventuale arrivo di pirati turchi affinché gli abitanti dei dintorni potessero trovare alla svelta un più sicuro rifugio.

Il villaggio di pescatori di S.Maria, al centro della baia, ancora oggi si presenta piccolo e grazioso con la sua piazzetta affacciata sul mare dove  domina tuttora la chiesetta, divenuta santuario, di Santa Maria  di Loreto o di Galilea, una della poche chiese della zona non dedicata a santi di origine orientale come S.Nicola o S.Basilio o Sant’Irene, la cui venerazione in quasi tutto il comprensorio, al tempo dell’iconoclastia del cesaropapismo bizantino, fu portata dai monaci basiliani nei quali la Curia romana (sec.XI) indicava appunto i monaci italo-greci dell’Italia meridionale.

   A ridosso della balconata a mare della piazzetta  durante l’inverno si possono vedere a volte, allineate in fase di riposo, le barche dei pescatori odorose di pesce locale come i pregiatissimi surici (che si pescano in prevalenza nei fondali del Mantineo o nei pressi dello scoglio del Vàdaro o sull’orlo della fossa di Grotticelle), da gustare sempre freschi di mare, nelle trattorie dei dintorni, dal pescatore alla tavola.

Il lunedi di Pasqua, in onore della Madonna di Galilea, o nei festeggiamenti del ferragosto, il villaggetto si anima risvegliandosi con il suono dei luccicanti ottoni della banda e il mormorio della processione a mare sulle barche, tutte dietro quella più grande che porta la statua della Madonna.

 Certo oggi il piccolo borgo si è molto dilatato per le nuove costruzioni (del resto in tutte le spiagge d’Italia è accaduta pressappoco la stessa cosa) ciò non toglie che è sempre bello ammirare l’incantevole scenario della baia: l’antico Porto Ercole riesce, malgrado tutto, a mantenere intatto il suo splendore specialmente in primavera, maggio-giugno, quando inondato quasi sempre dalla luce del sole, pare voglia amorevolmente racchiudere il mare fra le sue braccia: da una parte il braccio dell’alta costa di contrada Torre S.Maria pietrosa alla base con disseminati vari piccoli scogli frequentati dai pescatori subacquei, dall’altra il braccio della zona di Porticello con la Grotta dell’Aspide (si diceva infestata da serpenti) e gli scogli della Galea che, allungandosi nel mare sparsi come briciole di roccia a volte ricamati di bianca schiuma quando batte lo scirocco, hanno come spinto lontano per un tratto quel piccolo scoglio che spicca là isolato fra le onde, punto fermo a chiusura della baia.

Già in maggio-giugno o dopo l’estate in settembre e fino a ottobre e anche novembre, se il tempo è bello nella baia assolata, si possono fare dei bagni stupendi in acque marine sempre chiare e trasparenti, punteggiate di polvere d’oro, dove i pescatori subacquei, fra gli scogli di destra o di sinistra possono ancora trovare delle belle cernie.

 Al tramonto, quando il cielo assume sfumature diverse di colore man mano che il sole si abbassa, è gradevole percepire nell’aria l’odore di nepitella e origano ed è bello poter ammirare in qualche angolo della zona rimasto intoccato, la delicata orchidea serapias lingua o il pancratium maritimum (giglio marino).

Per parlare di piaceri più prosaici ma gustosi, in agosto, sempre al tramonto, quando il sole sparisce dietro Stromboli, ancor oggi come ieri, si possono gustare, a cena in qualche buon ristorante della zona, antichi sapori come i fileja (maccheroni fatti a mano) con la salsa alla ’nduja, quel saporitissimo e molle insaccato di Spilinga che sa di fumo e... di peperoncino (da andouille, salame o salsicciotto in francese) o come l’ insalata di cipolle crude aceto olio e sale, o la crema, sempre di cipolle, all’agro-dolce spalmata su fette di pane tostato.

Le dolcissime cipolle, cosiddette cipolle  di Tropea, forse provenienti dalla Persia e coltivate da Fenici ed Egizi, quelle rosse di forma rotonda o ovoidale, sono famose a livello nazionale e anche fuori Italia, perchè solo quelle che si coltivano in una zona piuttosto limitata (che abbraccia in particolare il territorio del comune di Ricadi) hanno quel dolce sapore e quindi sono le vere cipolle di Tropea.

Altre cipolle, coltivate altrove, possono avere la stessa forma o lo stesso colore, ma non avranno mai quel sapore e quella dolcezza.

La procedura di coltivazione è particolare: dai vivai (cioè solchi nella terra di forma quadrata o rettangolare), dove si depositano i semi in agosto coperti con le felci del Poro per proteggerne la germinazione, si raccolgono in ottobre (generalmente le donne fanno questo lavoro) i fili di cipolle (i cipujmi) che verranno trapiantati subito per raccoglierne in primavera i frutti ormai maturi.

  Nei tardi pomeriggi estivi invece, può essere molto piacevole fare anche delle amene passeggiate nelle belle campagne dei dintorni arrivando ad esempio alla mitica Torre Marrana a Brivadi i cui ruderi fanno intravedere ancora la sua forma cilindrica (era una Torre di avvistamento o Torre di guardia, come tutte le altre torri della Calabria che il

Vicerè di Napoli Don Pietro De Toledo diede ordine di costruire fra il 1537 e il 1540) su cui volano le poiane dalle larghe ali.

O ancora si può arrivare, inoltrandosi all’interno della campagna, al mulino ad acqua di Lampazzone del XVIII sec. ancora funzionante, che qualche anno fa ci accompagnò a visitare il sig. Rizzo, padrone del mulino, simpatico ottantenne e gran camminatore.

Appoggiandosi al suo lungo bastone, bene ci spiegò, col suo colorito dialetto, il funzionamento del mulino: l’acqua del Torrente della Ruffa dalla presa, cioè il luogo dove l’acqua viene deviata per mezzo di un argine, arriva a cascata attraverso la gora (un canale

scavato artificialmente) sulle pale di una grande ruota la quale, girando, muove la ruota superiore di granito che con il suo movimento di rotazione in orizzontale trita i chicchi dei cereali versati nella bocca della tramoggia.

Nel farinaio si raccoglie così la farina che insaccata viene consegnata poi ai contadini in attesa.

- Viditi comu funziona bonu ‘u mulinu - concluse quel giorno il sig. Rizzo mentre cibava i suoi gatti e le galline - ancora oggi ‘nci putimu macinari ‘u granu e puru u frumentu.

 
 

“Qui mi costruirò con le mie mani un rifugio di pietre e avrò intorno un pezzo di terra  per farne un orto, non molto grande naturalmente perché non ho la forza nelle braccia che troppo poco conoscono la fatica; e penso che in conclusione questo potrebbe andare bene come luogo della mia vita e anche della mia morte…”.

  Così ha scritto Giuseppe Berto che infatti ha voluto essere sepolto lì, a Capo Vaticano, luogo di voci antiche, dove Dio ha reso più tangibile la bellezza del creato.

                                                                                       Mariella Di Pasquale

 

 

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