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Reportage - Segesta

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  Nino Calarco, webmaster,  ideaz., prog., trattamento testi, fotografia - Silvana Comi, traduzione testi

 

Lo Swimburne, ricco viaggiatore inglese del 700, così descriveva Segesta nella narrazione del suo viaggio compiuto in Sicilia nel 1784: "Ai piedi della montagna (ndr. monte Barbaro) guadai il fiume S. Bartalomeo che si suppone sia l’antico Crimisus, così famoso per il suo dio che sotto l’aspetto di un cane trovò favore agli occhi della ninfa Segesta ed è così rappresentato sulle monete di Segesta …. Egesta o Segesta (fu) fondata dai troiani (ndr. Tucidide narra che dopo la guerra di troia i profughi frigi, presero il nome di Elimi, giunsero in Sicilia fondando  Segesta ed Erice. Questa popolazione si mescolo poi con i Sicani).

Fu sottomessa dai Cartaginesi e cadde spesso in rovina ma per la sua felice posizione e per i contrasti tra i suoi nemici risorse da ogni crisi fino alla desolazione totale dovute alle conquiste saracene o normanne; dato che tutto è oscuro nelle cronache di questo periodo. Fu successivamente completamente distrutta.

Rimasi sorpreso che sul posto rimanesse così poco di quel materiale con il quale la città è stata costruita.

Averlo portato via per costruire altrove sembra un’impresa troppo faticosa e troppo poco conveniente perché si possa attribuire a ciò la causa della sua attuale inesistenza, né vi sono grandi città o altre costruzioni nei dintorni che possano aver usufruito delle pietre.

La natura della pietra è troppo compatta per poter essere dissolta dall’acqua o dal maltempo.

Nulla potrebbe essere stato scelto con più giudizio della posizione di Segesta; essa si trova su una catena di colline che declinano dolcemente verso il nord riparate da sud ed a est da altri picchi rocciosi ai piedi dei quali serpeggia il corso di due scroscianti ruscelli che circondano la città.

Mentre Segesta era in piena fioritura ed i suoi dintorni popolosi e ben coltivati, l’aspetto della zona doveva essere delizioso; i pestilenziali venti che soffiano attraverso i mari provenienti dalle calde sabbie dell’Africa non potevano raggiungere questa valle ben protetta, mentre il salubre vento del nord ha libero accesso per rinfrescare l’atmosfera.

Le mura si vedono ancora in molti posti. L’emporio si trovava alla foce del fiume nel posto ove ora sorge Castellammare. Segesta aveva il vantaggio di avere nel suo distretto acque minerali calde che tutt’ora vengono sfruttate a scopo medico. Si distingue la forma del suo teatro, alcune cisterne e fondamenta di case si trovano lungo il declivio.

Sul ciglio di un’altra roccia che sovrasta perpendicolarmente il fiume all’estremità orientale della città si può vedere un grandioso e ben conservato monumento di antica magnificenza;  su questa aspra rupe sorge un tempio dorico di trentasei colonne tutte perfettamente intere eccetto una. La colonna danneggiata fu rovinata con parte del basamento da un fulmine.

Questo edificio è un parallelogrammo di 163 piedi per 66. Il colonnato si trova su un comune pliuto o fila di pietre che è tagliata a mo’ di entrata negli ultimi intercolunnii di ogni fianco.

Sulle facciate è lo stesso tra una colonna e l’altra; all’interno in ogni intercolunnio è  lasciato uno  spazio di metà  diametro come nicchia per una statua o un altare, le colonne sono più grandi di quelle di Paestum e quindi suppongo che questo tempi sia più recente; queste si rastremano molto avendo alla base un diametro di sei piedi ed in cima solo uno di quattro, senza nessun rigonfiamento al centro; esse non hanno base ma c’è una scanalatura vicino alla base dove sembra che ci sia stato un orlo di metallo fissato con chiodi;  è probabile che gli architetti dei periodi seguenti alla sua fondazione desiderosi di conciliare questo vecchio stile dorico al loro modo usuale di esprimere quest’ordine abbiano legato una base di ottone intorno ad ogni colonna.

I capitelli sono semplici, ma i dentelli e le gocce dell’intelaiatura sembrano più moderne di quelle delle rovine di Paestum.

L’architrave è costituito con una grande pietra verticale al centro della colonna tra due pietre molto lunghe e piatte che si estendono da un capitello  o dall’altro.

Il fregio e l’architrave sono completamente rotonde, e ed eccezione del frontone così è anche la cornice.

Non c’è né muro interno né cella, né alcun segno del tetto, perciò alcuni osservatori hanno concluso che questo edificio non fu mai terminato, e fu forse il vero tempio che tanti di Segesta ottennero il permesso di costruire da Tiberio

Cesare; ma a meno che la gente non seguisse scrupolosamente le regole e le proporzioni tramandate loro dagli antenati, senza adottare le variazioni introdotte dagli architetti moderni, lo stile di questo tempio si rifà ad un’epoca precedente rispetto a quella dei cesari.

Dato che i tetti sono fatti in genere di legno, piombo, rame, tegole o tegole di ardesia, è facile pensare come tali materiali possono essere stati rubati o distrutti, sebbene la solidità delle colonne abbia resistito a tutti gli attacchi del tempo o dei nemici.

I frontoni sono molto rovinati; la parte nord è corrosa dalle intemperie; dato che la pietra è grigio-porosa di concretezza marina.

Il colore chiaro e la disposizione maestosa di tante colonne sulle quali luci ed ombre di proiettano in diverse direzioni, e la posizione isolata di un così grandioso edificio in un’austera altura in mezzo al deserto hanno un effetto altamente singolare".

 

 

 

 

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