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Reportage

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a cura di:  Nino Calarco  webmaster, fotografia - Silvana Comi, traduzione.

 

 

"… I resti di Selinunte si trovano in alcuni stupendi mucchi di ruderi con molte colonne ancora in piedi e da lontano rassomigliano ad una città piena di guglie …. Il corpo della città si trovava su una catena ad ovest del fiume e vicino al mare … il porto era alle foci del fiume; alcune mura del molo esistono ancora sulla spiaggia.."

BREVE PRESENTAZIONE

La lettura del viaggio compiuto in Sicilia dal ricco viaggiatore inglese  Swinburne nel 1787, mi ha stimolato a ritornare ed a rivedere ancora una volta, sotto la descrizione dell’attento viaggiatore, alcune delle più belle località della Sicilia.

Ho trovato sempre attuale la sua descrizione per cui la propongo qui grazie alla traduzione della prof.ssa Silvana Comi.

“… I resti di Selinunte si trovano in alcuni stupendi mucchi (di ruderi) con molte colonne ancora in piedi e da lontano rassomigliano ad una città piena di guglie ….

Il corpo della città si trovava su una catena ad ovest del fiume e vicino al mare … il porto era alle foci del fiume; alcune mura del molo esistono ancora sulla spiaggia.

La collina ad est, che non sembrava si trovasse all’interno delle mura non è sovrastata da nessuna altra altura e cade con un rapido pendio verso il mare abbassandosi con un declivio più dolce nella parte settentrionale; la cima è una spianata molto estesa su cui giacciono i resti rovinati di tre templi dorici distanti tra di loro 30 iarde in linea retta da nord a sud.

Il tempio più a nord che era pseudodipperos, era molto superiore agli altri per dimensioni e superiorità, ed ora costituisce una delle rovine più gigantesche e sublimi che si possono immaginare.

 Le colonne del proneo che fronteggiavano il sole nascente sono scanalate, quelle che reggevano i lati del tempio sono lisce; una delle prime e due delle seconde sono ancora in piedi sebbene non intere, il capitello e il basamento cono completamente capovolti.

Le colonne misurano alla base 9 piedi e 3 pollici di diametro e 6 piedi e 3 pollici sotto il capitello.

 Credo che l’altezza complessiva non superava 5 diametri o 50 piedi. I capitelli sono fatti con un unico solido blocco stranamente grosso nella parte semisferica chiamato ovolo.

Sebbene queste nobili rovine siano crollate insieme con grande confusione e sia difficile misurare le loro dimensioni, penso che potrei dire dalle misure …. che la lunghezza dell’interno edificio era di circa 330 passi e la sua larghezza 39.

Il secondo tempio è crollato con più ordini ed è facilmente descrivibile, aveva 6 colonne sui 2 fronti e undici su ogni lato, in tutto 34; il loro diametro è di 5 piedi; erano tutte scanalate e la maggior parte di essi rimane in piedi fino all’altezza della seconda fila di pietre.

Le colonne del terzo tempio erano pure scanalate, e sono cadute completamente intere, tanto che i cinque pezzi che le componevano giacciono uno accanto all’altro nell’ordine in cui erano poste quando erano in piedi, la cella non è più grande del vestibolo.

Tutti questi templi sono del vecchio ordine dorico,  senza base e di proporzioni molto più grandi dell’edificio di Segesta.

I due templi minori sono più delicati nelle loro parti e nei loro ornamenti della rovina principale, la pietra di cui tutti sono composti è liscia e giallastra ed è stata portata dalle cave di Castelfranco distanti 7 miglia.

Si dice che la città fu distrutta dai cartaginesi e che questi orgogliosi templi siano stati rasi al suolo dalla mano dell’uomo, ma è altrettanto probabile che esse siano state scosse ed abbattute da un terremoto; il loro enorme volume deve avere reso difficile il compito di sistemarle e la regolarità con la quale le colonne dei templi più piccoli sono gettati a terra dimostra l’azione di una scossa generale ed uniforme.

E’ difficile attribuire una tale devastazione alla sola malvagità umana e chi osserva queste enorme masse sparpagliate in mucchi sulla piana, deve naturalmente accusare la natura di aver avuto la sua parte in questa vittoria sul rigoglio  dell’arte .

Selinunte fu una colonia di Megera Iblea, e prese il suo nome dalla grande abbondanza di prezzemolo selvatico che cresce nelle vicinanze (Selinum o prezzemolo latteo cresce all’altezza di 4 piedi; le sue foglie sono simili a quelle del finocchio gigante i fiori sono gialli e crescono a forma di ombrella), fu in un fiorente stato per 4 secoli fino a che non fu presa e distrutta da Annibale un generale cartaginese nell’anno 359 di Roma.

Questa città non si riprese dalle calamità sotto il governo romano, perché Strabone parla di essa come una città disabitata.

Selinunte deve, comunque, essere risorta dalle ceneri durante il più basso impero, poiché è ricordata come uno dei primi considerevoli posti conquistati dai saraceni, ed uno degli ultimi ad essere abbandonato da essi.

Fu rasa al suolo dai Normanni….”

 

 

 

 

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