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DAL 1800 AL 1830

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Decennio francese - Restaurazione-Proprietà fondiaria - Patti agrari - Economia agro/silvo/pastorale - Interventi agricoli

  Nino Calarco: Webmaster, ideaz. progettaz. fotografia - Veronica Aretini autore

 

 Index

 Quadro ambientale

 Agli albòri della civiltà

Dal VIII a.C. al 1783

 Situazione di fine 700

 Dall'800 al 1830

 Dal 1831 al 1859

 Dal 1860 al 1880

 Dal 1881 al 1940

 II guerra mondiale

 Dal 1950 al 1984

 Regione Calabria

 Toponomastica

 Paesaggio agrario

 La parrocchia:

    - Notizie storiche

    - Le chiese
    - Funzioni Religiose

 Personaggi Illustri:

    - Marilena Licandro
    - Don Calarco
    - Gaetano Griso

 Le frazioni:

    - Introduzione

    - Acquacalda

    - Colelli

    - Favani

    - Melia

    - S.Angelo

    - Sanperi

     - S.Giorgio

    - Lipiani

 La cucina:

    - Cucina Antica
    - Cucina tradizionale
    - Ricette antiche

 Letture:

    - Introduzione

    - Il focatico

    - Cenisia e Roboreto

    - Una madonna negli USA

 Foto/Immagini

 

 

 

 

IL TERRITORIO DURANTE L'OCCUPAZIONE FRANCESE

  Nel Regno di Napoli il regime napoleonico durò dieci anni, dal febbraio 1806 al maggio del 1815. Le truppe francesi entrarono in Calabria nel marzo del 1806. In un primo momento, i contadini si mostrarono indifferenti verso i francesi e ostili verso l'esercito di Ferdinando in fuga in quanto i soldati borbonici in ritirata erano costretti a continue requisizioni per ottenere i rifornimenti necessari.

Soltanto con i primi saccheggi la presenza dei francesi divenne odiosa, aggravata anche dal fattore religioso, infatti i francesi, ancora impegnati nell'anti-clericalismo rivoluzionario, si scontravano con un popolo per cui le credenze spesso si spingevano fino al fanatismo, sempre strumentalizzato dal clero.

Così dopo la sconfitta francese a Maida nel 1806, quasi tutta la Calabria era in mano a briganti, raccolti in grosse formazioni, che successivamente inizieranno a praticare quella tecnica di guerra che, più tardi in Spagna, verrà definita per la prima volta con il nome di "guerriglia".

Nel settembre del 1806 tutto il territorio di Reggio era ancora in mano ai Siciliani, mentre Scilla era presidiata dagli Inglesi. Le masse degli insorti dopo l’avanzata dei Francesi, nel settembre 1806 cominciarono ad affluire a Reggio e a Messina, provocando disordini sociali.

 Il Battaglione dei "Cacciatori Calabresi", era formato da una massa di profughi in condizioni miserevoli. Queste masse legittimiste, accampate intorno a Reggio e soprattutto sull’Aspromonte, convinte dell'impunità di cui godevano e spinte anche da necessità impellenti, si davano ad ogni sorta di eccessi ai danni delle popolazioni locali, compreso il nostro comune.

Nel territorio compreso tra Messina e Reggio, operava una banda di uomini comandata da un prete, detto "Papasodero", responsabile della gran parte dei saccheggi subiti dai locali. Le loro azioni raggiunsero un livello tale di criminalità da indurre gli Inglesi, dopo il saccheggio di Stilo, ad intervenire.

L'avversione contro i "galantuomini", gli attentati contro le loro proprietà, l'ostilità verso un clero indifferente, ingrossarono queste masse che andarono a fomentare imprese di crimine comune. Nel dicembre del 1806 le masse legittimiste accampate da tempo a Solano e sul Piano di Melia furono attaccati dai Francesi e, sbaragliate, dopo una  rotta disastrosa, affluirono in massa verso la costa di Scilla e di Villa S. Giovanni.

Nei mesi successivi, mentre i Francesi si apprestavano a preparare l'assedio di Reggio e Scilla, le masse, abbandonate a sé stesse, accentuarono le loro azioni brigantesche a danno di tutti i paesi delle zone limitrofe al fronte, con saccheggi, devastazioni e taglieggiamenti, contribuendo a preparare ai Francesi un terreno psicologicamente favorevole. Infatti il 17 febbraio 1808 cadde Scilla e i Francesi occuparono nuovamente tutta la Calabria.

La lunga riconquista della Calabria operata dai Francesi comportò, specialmente per quei territori teatro di guerra, tra cui parte del territorio del Comune di S. Roberto, danni incalcolabili.

La nuova Monarchia operò una cruenta repressione infatti Murat, per distruggere il brigantaggio, inviò con pieni poteri, il generale Manhés, il quale condusse contro le bande una caccia spietata, terrorizzando le popolazioni riuscendo, a distruggere quasi completamente, come mai era accaduto in passato, i numerosi gruppi di banditi, tanto che per alcuni anni le campagne godettero di una relativa tranquillità.

Questo comportò il coinvolgimento nella repressione anche di buona parte della popolazione civile  “....Lungo le strade maestre e all'ingresso dei villaggi, teste di briganti,  veri o presunti, presunti, (erano) esposti a esempio e vituperio…”. 

LE RIFORME DEL DECENNIO FRANCESE

La prima e più importante riforma fu “l'eversione della feudalità" con cui fu abolita la feudalità. Tuttavia la legge pur abolendo tutti i diritti feudali, fu  meno radicale sull'abolizione dei monopoli che i baroni detenevano sulle numerose attività.

Il provvedimento sulla ripartizione dei demani riguardava tutti i demani (feudali, ecclesiastici, universali e promiscui), e stabiliva, per quanto riguarda i demani feudali e quindi per San Roberto, che questi venissero divisi tra Comuni e baroni in misura corrispondente ai rispettivi diritti. Un altro ingente patrimonio (valutabile tra i 100 e i 150 milioni di ducati) veniva sottratto alla manomorta ecclesiastica. Dalle quotizzazioni venivano escluse quelle destinate a bosco, a cui in seguito si riferiranno i Borboni in materia di protezione dei boschi.

L'istruzione elementare veniva infatti dichiarata obbligatoria ed impartita gratuitamente e, dal 1806, dovevano essere aperti in tutto il regno un gran numero di asili e scuole primarie.

Nel 1810 venivano create le Società Agrarie in ogni capoluogo di provincia. Le Società calabresi, divennero centri di varie iniziative e di coordinamento tecnologico soprattutto nel settore della seta. L'imposta fondiaria rimase in vigore e, poiché il vecchio Catasto sui terreni era impreciso, veniva iniziato un nuovo Catasto, eseguito tra il 1806 ed il 1815 (nel 1809 venne realizzato il Catasto sui terreni imponibili del Comune di S. Roberto), completato a fine l Decennio, di cui si avvantaggiò il Governo borbonico restaurato.

Cosenza rimaneva il capoluogo della Provincia di Calabria Citeriore; come capoluogo della Provincia di Calabria Ulteriore veniva designato Monteleone (oggi Vibo Valentia), preferito alla vecchia sede di Catanzaro. La Provincia di Calabria Ulteriore veniva divisa in 4 Distretti (Reggio, Monteleone, Gerace, Catanzaro) con sede delle Sottointendenze nei rispettivi capoluoghi. Il Distretto di Reggio era costituito da 11 Circondari.

Nel Distretto di Reggio il Circondario di La Catona veniva aggregato a quello di Villa S. Giovanni, mentre veniva creato il nuovo Circondario di Calanna, comprendente anche il Comune di S. Roberto che in tale data significativamente appare documentato come realtà politico-amministrativa.

L'ORDINAMENTO AMMINISTRATIVO DELLA RESTAURAZIONE BORBONICA

Nel maggio 1816 veniva sancita l'istituzione della nuova Provincia calabrese con sede a Reggio, di terza classe, con il nome di Calabria Ulteriore Prima, costituita da tre Distretti (Reggio, Gerace e Palmi) con un totale di 104 Comuni.

Tra i vari cambiamenti il Comune di S. Roberto veniva trasferito dal Circondario di Calanna a quello di Villa S. Giovanni.

LA STRUTTURA DELLA PROPRIETA' FONDIARIA ED IL PAESAGGIO AGRARIO

Le vicende belliche aggravate dalla diffusione della malaria dovute alla permanenza di acquitrini in seguito ai sismi di fine 700, spingevano le popolazioni locali a rimanere sulle colline e sulle montagne, più salubri, basando la propria autosufficienza sulle sole attività agricole, silvane ed armentizie.

Nel 1809 il territorio intorno al centro era coltivato in prevalenza ad agrumeto che insieme al gelseto e l’uliveto era redditizio, anche se l'estremo frazionamento della proprietà fondiaria, dava solo rendite modeste. Gli altipiani erano caratterizzati da colture "povere" a seminativo semplice, leguminose ed ortaggi.

In questo periodo S. Roberto era il capoluogo comunale e il principale mercato per i prodotti agricoli, soddisfaceva ai bisogni più elementari della popolazione del centro e dei villaggi situati lungo la valle e si allacciava alla costa attraverso l'unica mulattiera di fondovalle, interessata da un modesto traffico di prodotti agricoli destinati al mercato esterno.

Una seconda sezione gravitava intorno ai Piani di Melia e d'Aspromonte per la massiccia presenza di boschi. Questa zona era perlopiù priva di centri abitati, se si esclude il villaggio di Sant'Angelo e quello di Melia, quest’ultima non viene mai citata come frazione di San Roberto, forse perchè agli inizi del secolo XIX, doveva essere compresa nel territorio di Scilla. Questa seconda sezione di territorio, all'epoca, era collegata alla costa di Scilla e Bagnara dal lato dei Piani di Melia, e dall'altra parte gravitava verso il comune di S. Stefano d'Aspromonte.

Bagnara, era il centro principale del legname dell'Aspromonte, già in parte convertito a castagneto. Infatti, agli inizi del secolo XIX, Bagnara era già rinomata per i suoi bottai e per la produzione di tavole di legname. Il legname veniva condotto alla costa attraverso la mulattiera degli altipiani, la cosiddetta "via del legname", che ricalcava l'antico tracciato interno della Via Consolare Popilia.

Per quanto riguarda le rendite, per il fondovalle, sono prese in esame 10 contrade, e precisamente: Contrada S. Roberto, Contrada Serro del Mulino, Contrada Rupila, Contrada l'Acquacalda, Contrada S. Tecla, Contrada Catrini, Contrada S. Peri, Contrada il Serro, Contrada Bolano, Contrada Favani

Per i piani d’Aspromonte invece 8 contrade e precisamente: Contrada Le Anime del Purgatorio, Contrada Ardica e S. Angelo, Contrada S. Giorgio, Contrada Montagna Pidima, Contrada Aspromonte, Contrada Caruso, Contrada Forini, Contrada Donica.

La rendita minima per essere considerati proprietari con godimento dei diritti politici attivi ed eleggibilità a Decurione, nei Comuni più piccoli, si aggirava intorno ai 30 Ducati annui (1 Ducato = 10 Carlini o 100 Grana = al 1861 lire italiane 4,2487).

Per eleggibilità a Consigliere Distrettuale era richiesta la rendita di 200-240 Ducati annui, che consentiva di parlare di media proprietà. I possessori invece di rendita tra i 400 e i 500 Ducati annui, acquistavano il diritto di eleggibilità a Consigliere Provinciale ai limiti estremi tra la grande proprietà e il latifondo. Le rendite superiori alla cifra ultima riportata si inserivano nella proprietà latifondista.

Il fondovalle del nostro Comune mancava di grandi proprietà e latifondo; la proprietà fondiaria era frazionata in piccole piccolissime e medie proprietà.

 La classe dei proprietari partiva da una rendita minima di Ducati 00.22 annui con terreni coltivati di limitatissima estensione, fino ad una rendita che si aggirava intorno ai 240 Ducati, con un terreno pari a 60 maggi (= circa 20 ha - 1 moggio = 33,648 = mq. 3364,8).

Escludendo le terre del cav. Antonio Melissari in quanto proprietario di altri terreni fuori comune, una tale proprietà situata in S. Peri, la massima del fondovalle apparteneva ad Antonino Griso, residente in Reggio, composta da coltura pregiata, ortaggi e bosco, per la cui rendita veniva definito come medio proprietario.

Tra i due limiti estremi si estendeva una serie di proprietà intermedie: in contrada Favani di Pasquale Cama, residente in Salice, che, con un'estensione di 9 moggi, pari a circa 3 ha, a colture pregiate, determinava una rendita complessiva di 205 Ducati annui; e sempre in contrada Favani, della famiglia Abbadessa residente in S. Roberto, con un'estensione di 24 moggi, pari a circa 8 ha. a coltura aratoria e bosco, e rendita di 123 Ducati .

Per il resto erano le piccole proprietà ad essere prevalenti, con colture ad agrumeto, vigneto, uliveto alberi da frutto, ortaggi e bosco da legname e fruttifero nei terreni più impervi. Nella seconda sezione, vi sono le uniche grandi concentrazioni di proprietà, localizzate nei Piani d'Aspromonte.

Il latifondo era qui rappresentato dalle terre dell'ex-feudatario, il Duca della Bagnara e Principe di Scilla. In contrada Pidima e in quella d'Aspromonte la proprietà raggiungeva i 3500 moggi, pari a circa 1170 ha, prevalentemente adibiti a bosco da legname, a pascolo e aratorio, con una rendita annua di 6.000 Ducati.

Le terre del cav. Antonino Melissari, erano a cavallo tra il latifondo e la grande proprietà. Infatti alle terre di sua proprietà in contrada Donica e in contrada Forini, con un'estensione di 101 moggi, pari a circa 33 ha, coltivate ad aratorio, alberato, vigna e pascolo, si devono aggiungere le altre proprietà in contrada S. Tecla per un'estensione di 8 moggi, pari a circa 3 ha, in cui compare anche il gelseto (unico retaggio della ben più vasta produzione antica) e in contrada S. Angelo per un'estensione di 130 moggi, pari a circa 43 ha, a prevalenza di castagneto, con una rendita di 818 Ducati annui, con un'estensione fondiaria di 366 moggi, pari a circa 12 ha.

Per le proprietà demaniale del Comune, una parte delle foreste aspromontane comprese nel Circondario di Villa San Giovanni era in promiscuo tra i vari Comuni di questo Circondario.

La quotizzazione tra i diversi Comuni, era divisa in base alla popolazione in essi residente. Il 9 giugno 1824 il Sindaco del Comune di S. Roberto inviava per conoscenza all'Intendenza lo stato dei contributi fondiari imposti su tutte le proprietà promiscue della foresta aspromontana:

Comune di S. Roberto anime 1.094 deve Ducati 21,27;
Comune di Catona anime 2.303 ducati 46,26;
Comune di Villa S. Giovanni anime 2.412 ducati 48,44;
Comune di Campo Calabro anime 1.580 ducati  31,72;
Comune di Fiumara del muro anime 1.878 ducati 37,72;
Comune di Cannitello anime 1.746 ducati 38,97;

         Totale

Ducati 221,18

Parte di Demanio comunale in promiscuo venne successivamente acquistato dalla famiglia Ruffo.

I PATTI AGRARI E LE CLASSI AGRICOLE

Nel fondovalle gli abitanti avevano ridotto al minimo i prodotti per il consumo locale, ampliando progressivamente le colture ad agrumeto, uliveto e vigneto destinato al commercio esterno, passando da una economia di autosufficienza ad una economia di mercato anche se il costo dei trasporti assorbiva quasi tutto il prodotto.

I mulattieri, detti vaticali, a causa dei sentieri poco agevoli rendevano i trasporti di una lunghezza esasperante. La necessità di alimentare il bestiame da carico richiedeva nuovi pascoli a scapito dell’agricoltura. I contadini locali, possedendo solo piccoli poderi, non potevano aumentare la produzione con conseguente immiserimento. In quel periodo l’aumento dei mendicanti nel territorio comunale è documentato dalle lettere di richiesta di sussidi inviate all'Intendenza Provinciale.

Infatti, il contadino dovendo spesso per necessità lavorare a giornata per conto di altri trascurava il proprio podere. Inoltre i contratti agricoli vigenti non favorivano né incentivavano le produzioni.

Il contratto più frequente era la colonia parziaria, detta mezzadria, soltanto per quei fondi senza piantagioni "nobili", cioè ulivi, agrumi e gelsi; quando questi sussistevano, venivano esclusi dalla colonia parziaria. I terreni a giusta distanza dall'abitato, venivano coltivati a terzo od a quarto e persino a quinto per il padrone in genere nei pianalti. Per la vigna, in genere il mezzadro percepiva la metà del mosto ed il terzo della frutta.

La durata di tali contratti era di due o tre anni, con progressivo deterioramento del fondo in quanto il proprietario non contribuiva con capitali propri. Infatti il colono, per carenza di capitali, non apportava migliorie altrimenti era costretto a chiedere prestiti, detti avvalimenti, al padrone o all'usuraio, concessi a condizioni rovinose. Per le colture pregiate invece il modo prevalente di condurre i poderi risultava l'affitto, detto estaglio, sia in natura, che in danaro.

La brevità dell'affitto era infatti una pregiudiziale della classe dei proprietari; la stessa cosa avveniva per i fitti dei beni ecclesiastici. Tuttavia esisteva la mezzadria enfiteutica e enfiteusi perpetua: quando buona parte dei terreni bassi, da aridi erano stati trasformati in vigneti, agrumeti e gelseti,il contratto durava 29 anni.

Esisteva una serie di categorie di fittavolo. L'affittuario, detto gabellotto, prendeva gli uliveti a stima prestabilita e poi corrispondeva con un certo numero di cafisi di olio (il "cafiso" era una misura di capacità dell'olio che variava da un Distretto all'altro da l. 12,29 a l. 23,64. Solitamente nel Distretto di Reggio tale misura corrispondeva a 16 litri.) o con una somma pattuita.

Il grande fittavolo per un certo periodo si sostituiva al padrone in tutte le proprietà, le amministrava e coltivava direttamente contro un canone d'affitto determinato. Vi era poi il massaro che sovrintendeva all'allevamento del bestiame,  possedeva terreno, bestiame e capitale circolante ed esercitava l'allevamento per proprio conto, oppure prendeva terreni in affitto, da cui il nome masseria per il fondo che coltivava.

Il massaro solitamente proveniva dalla classe dei coloni, in epoca più o meno recente. Era conduttore di un fondo piuttosto ampio e, disponendo di un certo numero di bovini da lavoro, coltivava quindi per suo conto grano, granturco ed erbe da prato. Aveva alle sue dipendenze un capo forese, cioè un campagnolo, e tanti foresi quanti erano necessari per arare e trasportare i prodotti al granaio o al mercato.

I foresi, quando il loro lavoro terminava, finivano con il lavorare nei fondi di altri proprietari, ma sempre per conto del massaro. Vi era anche il fittavolo da ortaggi e terreni seminativi esistenti negli spazi liberi tra i frutteti e gli agrumeti.

L'estaglio di questi terreni si pagava in danaro, oppure la coltivazione veniva praticata a mezzadria perfetta. Inoltre spesso esisteva un piccolo affitto, nelle grandi e medie tenute, per le terre nude e per i terreni alberati, quando veniva consentito al conduttore di subaffittarli.

Oltre ai coloni ed ai fittabili, c’era la figura del bovaro, che aveva uno o due paia di buoi di sua proprietà, tenuti in casotti, nella campagna. Il bovaro quasi sempre era proprietario di un piccolo podere o di una casa, ma solitamente lavorava in poderi altrui. In tutta la Calabria la figura del bovaro spesso si associava a quella del massaro, quindi anche il suo appellativo era un titolo di classe.

Un'altra categoria era quella dei mannesi, addetti al taglio dei castagni cedui e alla lavorazione del legname greggio, che spesso finivano con il divenire bottari. Infine un altro aspetto era costituito dalla pastorizia errante, praticata anche con gli animali usati come mezzo di trasporto. La più vasta categoria era quella dei  braccianti, fissi o giornalieri, salariati o pagati in natura.

L'ECONOMIA AGRO-SILVO-PASTORALE

Quasi tutto il terreno irrigabile lungo la fiumara era coltivato ad agrumeto. In tutto il territorio della valle di Catona il bergamotto non poteva essere coltivato in quanto soggetto agli abbassamenti di temperatura. Le vigne, tutte a vite bassa venivano coltivate lungo i terrazzamenti di monte. L'ulivo era coltivato in diverse varietà, al momento del raccolto veniva ripulito il suolo per facilitare la raccolta delle olive ormai mature cadute sul terreno. Questa coltura dava un ottimo guadagno, come pure quella del gelso, che, pur essendo in fase negativa, aveva, spesso, una resa maggiore dello stesso ulivo.

La ristrettezza dei fondi nella valle obbligava a una coltura promiscua di alberi da frutto ed aratorio e inducendo a piantare gli alberi molto fitti determinava un impoverimento. I terrazzamenti, erano soggetti a danneggiamenti a causa delle piogge violente.

Nei piani d'Aspromonte era diffuso il sistema aratorio a maggese, che veniva essenzialmente usato per il pascolo. I piani infatti venivano coltivati per quattro anni e per altri quattro venivano lasciati a prato naturale in cui si lasciava errare libero l'armento: il campo, così utilizzato, veniva detto barco.

 A volte, la terra veniva abbandonata a tempo indefinito così si riempiva di erbacce che, raccolte e bruciate in luglio ed agosto, costituivano il fertilizzante del terreno.

Agli inizi dell'800 vi erano nel comune soltanto 2.000 capi di bestiame, costituito di sole pecore agevoli da condurre, mentre il numero degli addetti alla pastorizia, naturali del Comune, erano 14 unità.

Per i villaggi di S. Angelo e di Melia, nei terreni aratori ed in alcuni alberati, veniva coltivato il frumentone o granturco che copriva il terreno in promiscuo con fagioli, zucche e più tardi, anche patate.

Eseguito il raccolto si preparava il terreno alla semina dei cereali d'inverno. La silvicoltura, si basava sulle selve cedue di castagno che, soprattutto a partire dal 1830, dovevano sempre più sostituire il faggio, meno richiesto sul mercato.

GLI INTERVENTI AGRICOLI DELLA SOCIETA' ECONOMICA DI REGGIO

Il Governo borbonico restaurato confermò l'istituzione delle Società Economiche francesi. Nel 1821 l'Istituto di Incoraggiamento di Napoli divenne il centro dell'attività in campo di politica economica. Tuttavia le Società Economiche, in un clima di lesina da parte del governo borbonico, videro limitati gli incentivi agricoli mentre i bilanci delle Società incentivate venivamo controllati dal Governo.

Le Società Economiche calabresi non possedevano beni propri e  le entrate erano legate al sempre più limitato assegno governativo. Non solo le loro richieste di fondi rimanevano inevase ma erano costrette a operare in una regione infelice con un territorio in gran parte montuoso in cui l’unica risorsa erano le foreste, i boschi gli ulivi e l'allevamento dei bachi da seta, ormai in decadenza.

Nel periodo francese vi era grande richiesta di cereali, per cui i calabresi disboscarono le zone montuose per coltivarvi grano.

Dopo la Restaurazione, l'agricoltura calabrese entrò così in crisi per il ridimensionamento del mercato. Tale disboscamento nel nostro comune aveva colpito i terreni demaniali inoltre la transumanza lasciava  liberi di pascolare gli armenti che causavano gravi danni ai boschi in germoglio. Inoltre i malpagati guardaboschi, demotivati, lasciavano correre.

L'intervento della Società Economica di Reggio dopo la Restaurazione, si concretizzò con l’introduzione della coltivazione della patata e la Società, a sue spese, distribuì le patate per la semina anche in territorio aspromontano, negli altipiani di San Roberto.

 

 

 

 Sk

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