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Le frazioni: Melia

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Nino Calarco: webmaster, ideaz., prog., fotografia - Veronica Aretini

 

 Index

 Quadro ambientale

 Agli albori della civiltà

 Dal VIII a.C. al 1783

 Situazione di fine 700

 Dall'800 al 1830

 Dal 1831 al 1860

 Dal 1861 al 1940

 La II guerra mondiale

 Dal 1950 al 1984

 Regione Calabria

 Toponomastica

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 La parrocchia:

     - Notizie storiche

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 Le frazioni:

    - Introduzione

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    - Melia

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    - Lipiani

 La cucina:

    - Cucina Antica
    - Cucina tradizionale

 Letture:  

    - Introduzione

    - Il Focatico

    - Fiumara e Roboreto

    - Una madonna negli USA

 Foto/Immagini

 

Itinerario di Antonino

(In latino: Antonini itinerarium) è un registro delle stazioni e delle distanze tra le località che si trovano sulle tante strade dell'Impero romano, anche con le indicazioni sulle direzioni tra due insediamenti romani.

La redazione risalirebbe agli inizi del III secolo sebbene si ritiene che si tratti di una ricerca che ha avuto origine da Cesare e proseguita poi da Ottaviano.

Altra versione dice che Intorno al 580 fu redatto l'itinerario che va falsamente sotto il nome di Antonino martire. Esso fu compilato da un anonimo che partì da Piacenza assumendo a suo protettore il patrono della città (Praecedente beato Antonino martyre)

 

 

 

 

 

Melia è la frazione più antica documentata del comune di san Roberto.

Occorre precisare che questo territorio di Melia è diviso tra il comune di Scilla e quello di San Roberto. La strada provinciale è all'incirca la linea di separazione  tra i due comuni. Una separazione "sulla carta" poco sentita dalla popolazione dei due comuni che a vicenda e all'occorrenza hanno sempre operato come come se il territorio fosse uno solo.

Nel 1789 Nicola Corcia scrive: "Che (Melia) fosse stata ... di qualche importanza è manifesto da' ruderi di varii edifizii, e segnatamente di un tempio nell'odierna Melia ... e dove esattamente corrisponde la distanza da Nicotera segnata del citato itinerario (di Antonino)"1

Scrive ancora l'abate Domenico Romanelli: "Tra queste fu la città di Malleae ignota a tutti gli storici, e nota solamente nell'itinerario di Antonino. Nicotera Ad Mallias M. P. XXIV, Ad Columnam M. P. XIV. La segnata distanza di miglia 21 da Nicotera corrisponde esattamente a Melia dappresso a Scilla, che ne ritiene tuttora l'antico nome, oltre i vetusti avanzi di varj edificj, e specialmente di un tempio, che vi hanno notato i conoscitori."2

Oltre al cippo di Polla che "indica le stazioni della strada che con l'Appia nel foto di Capua. Percorre 331 miglio fino a Reggio. L'Autore indica i luoghi che traversava nella Calabria, col confronto delle stazioni e delle distanze indicate nell'itinerario. ....  (nell')"Itinerario di Antonino .... a Nicotera 18 (miglia) Ad Mallias 21 (miglia) Ad Columnam 14 (miglia) ..."3.

Pertanto il territorio della Statio Ad Mallias non era soltanto una stazione di passaggio della via Popilia ma vi era anche una sontuosa città con tanto di tempio e che i resti di tali vestigia sono rimasti fino ad alcuni secoli fa quando i signori del tempo decisero di utilizzare i materiali che costituivano tali edifici per i loro interessi. Sicuramente si può affermare che la cittadina di Melia  ha i natali certi col passaggio della via Popilia. 

Scrive Gabriele Barrio nel 1571: " Supra Scylleum Mallea oppidum erat, quodinteryt, cuius meminit Antoninin Pius in itinerario"., che appunto chiama Melia "oppidum" cioè città fortificata.

Melia di S. Roberto, posta a circa 640 m. s.l.m., si colloca su terreni che presentano una prevalente bassa permeabilità, specialmente in prossimità delle sabbie arcosiche e dove queste diventano limose. Tuttavia qui i fenomeni di dissesto assumono generalmente carattere episodico e sono molto più lenti rispetto alla fascia dei terreni precedentemente descritti, grazie anche alla presenza della folta vegetazione boschiva che ricopre le fiancate montane che delimitano a monte questi terreni.

Le aree pianeggianti che formano il Piano della Melia4 sono costituite prevalentemente da sabbioni quaternari che s'addossano al cristallino. Verso la base del complesso sono state osservate anche sabbie grossolane (arcosiche) a bassa permeabilità e sabbie a piccoli ciottoli e conglomerati, forse di origine continentale. 

Presumibilmente le prime popolazioni che si stanziarono nell’area dell’attuale territorio di Melia e dintorni rientrano nella prima fase d'espansione delle popolazioni italiche: Ausoni, Enotri ed altri.

Questi popoli produssero un movimento continuo come manifestato dalle grotte di Tremsi presso Melia, rivelano una cultura più progredita della coeva sub-appenninica, con influssi tardo micenei e greci, tanto da far credere ad un'invasione di Siculi provenienti dallo Stretto.  Nonostante l'esistenza di queste numerose testimonianze comprovanti la presenza dell'uomo fin dai primordi nella regione aspromontana e nelle sue propaggini più meridionali, generalmente si ritiene che la regione Calabria, identificata quasi interamente con le sue coste, di cui l'Aspromonte costituisce un'appendice secondaria, sia entrata nella storia con l'arrivo dei primi coloni greci  nell'VIII sec. a.C.

L'arrivo dei coloni greci, e la loro successiva espansione, costrinse gli abitanti indigeni a ritirarsi sempre più all'interno verso le terre più povere. Nel III sec. a.C. la linea degli stati greci venne spezzata dall'invasione del popolo montanaro dei Bruzi, che rappresenta la fase finale dell'espansione delle popolazioni italiche nella penisola.  Nel 356 a.C. i Bruzi si estesero verso sud fino a raggiungere l'Aspromonte, evitando la costa quindi il mare a loro poco consono.  La nuova popolazione si ingrandì operando proprio in quei traffici e mercati che la colonizzazione greca, basata principalmente sui traffici marittimi,  aveva trascurato e, quindi il settore agricolo-pastorale tipico di quel territorio come Melia.

Fino a qualche decennio fa esisteva ancora un carro, di semplicissima costruzione, tirato da buoi che pare risalisse al popolo bruttio, tale carro è stato notato anche dal nostro webmaster nei territori silani.

Intorno al 130 a.C. venne costruita la via Popilia, o Annia, da Annio Rufo per ordine del Console Publio Popilio scopo di collegare Roma a Reggio.  Pare che nel tratto tirrenico più meridionale questa via non seguiva la costa, ma proseguiva verso l'interno, infatti secondo Plinio, da Metauria la Via Consolare proseguiva per le stazioni di Taurianova, Scilla e forse Villa S. Giovanni.  Indi non seguiva più la costa, ma proseguiva verso l'interno, risalendo le colline fino a raggiungere Melia.  Infatti nelle vicinanze di Melia, ai limiti di confine più a nord dell'attuale territorio comunale di S. Roberto, presso il passo di Tremùsa, in prossimità delle grotte omonime, è tutt'oggi possibile rilevare chiare tracce di questa antica via consolare.  Comunque da Melia il ramo principale scendeva attraverso la località Matiniti e giungeva nella frazione di S. Lucia, in contrada Musalà (oggi comune di Campo Calabro), qui si articolava in varie direzioni: una per Columna Rhegia attuale Cannitello e stazione d'imbarco per la Sicilia, un'altra per Ad Fretum/ad Statuam attuale Catona, porto manufatto e prima stazione d'imbarco per la Sicilia, da qui per Arghillà e Regium.

Dalla Statio ad Mallias dipartiva una ramo secondario che attraverso la località Militino  (dal lat. miles = soldato - oggi tra Melia e San Roberto) e Santa Marini giungeva a Colelli e da qui, attraversava la fiumara, e giungeva a Samperi (l'ante Imperium) e proseguiva per Melanese, territorio che apparteneva alla "regio mensulanensis" e infine nel territorio di Mesa di Calanna sede dell'VIII legione di Augusto.

Nei dintorni di Melìa (ai confini comunali di Scilla) ci sono chiari resti di antiche caverne (grotte di Tremùsa) dove, nel ricordo dei vecchi, pare che si trovassero sedili e tavole di pietra con grandi statue, scomparse durante i saccheggi passati e recenti perpetrati nelle varie epoche.

Inoltre, come è noto, la strada consolare romana, nella regione estrema del Bruzio, aveva come tappa obbligata prima di dirigersi verso Fiumara, la "Statio ad Mallias”, cioè l'odierna Melia.  La toponomastica di questo antico centro locale deriva dal greco cioè frassino, tuttavia durante il periodo romano il latino Mallia divenne Mallìa, per assimilazione con il greco “Melìa" frassini.

Sempre in questo periodo le antiche grotte di Tremùsa divennero ricoveri degli eserciti romani in marcia nei mesi invernali. Il Marafioti riferisce che al suo tempo "Esistevano ancora le antiche mura della città e che in seguito furono demolite da parte dei principi Ruffo per adornare un sontuoso palazzo e anche da parte dei Reggini per adornare le loro ville con i marmi superstiti".

L'importanza di tutto quel territorio durante il dominio romano viene convalidata attraverso le leggende fiorite intorno a Costantino, guarito dalla lebbra sull'Aspromonte da Papa Silvestro nelle omonime grotte.

Nel Regno di Napoli il regime napoleonico durò dieci anni, dal febbraio 1806 al maggio del 1815.

Dopo la sconfitta francese a Maida del 4 luglio 1806, quasi tutta la Calabria era in mano a briganti, che successivamente inizieranno a praticare quella tecnica di guerra che, più tardi in Spagna, verrà definita per la prima volta con il nome di "guerriglia".

Nell'autunno del 1806 le condizioni dei civili, in tutto il territorio reggino erano tragiche. Le masse legittimiste, accampate intorno a Reggio e soprattutto sull’Aspromonte, ormai convinte dell'impunità di cui godevano e d'altra parte spinte da necessità impellenti, si davano ad ogni sorta di eccessi ai danni delle popolazioni locali.

Le loro azioni raggiunsero un livello tale di criminalità da indurre gli Inglesi, dopo il saccheggio di Stilo, ad intervenire. Nel dicembre del 1806 le masse legittimiste si trovavano accampate da tempo a Solano e sul Piano della Melia. Si può facilmente presumere i gravi danni che quella società e tutto il territorio agricolo dovettero subire a causa della loro presenza. A Scilla, il capomassa dei briganti riportava che i cittadini, pur senza ribellarsi a Ferdinando, tuttavia si armavano per cacciare la sua banda, divenuta ormai famosa per la serie di delitti commessi. Attaccate dai Francesi, le truppe dei volontari, accampate sul Piano della Melia, subirono una rotta disastrosa e, sbaragliate, affluirono in massa verso la costa di Scilla e di Villa S. Giovanni.

Nei mesi successivi, le masse, abbandonate a sé stesse, accentuarono le loro azioni brigantesche a danno di tutti i paesi delle zone limitrofe al fronte, con saccheggi, devastazioni e taglieggiamenti, contribuendo a preparare ai Francesi un terreno psicologicamente favorevole. Infatti il 17 febbraio 1808 cadde Scilla e i Francesi occuparono nuovamente tutta la Calabria. I danni che subirono le comunità rurali dell'entroterra di questa fascia aspromontana, anche se non ci sono pervenuti documenti specifici, dovettero essere molto rilevanti, sia a livello economico, che a livello sociale.  La lunga riconquista della Calabria operata dai Francesi, che durò dalla fine del 1806 al principio del 1808, comportò per l'intera regione, e specialmente per quei territori di essa teatro dei fatti di guerra, nei quali si inserisce una buona parte del territorio del Comune di S. Roberto, in particolare di Melia dei danni incalcolabili che andranno a pesare negativamente per molto tempo sulla successiva evoluzione di questa realtà territoriale. La nuova Monarchia si mostrò subito molto più forte della Repubblica del 1799, operando una cruenta repressione che andò a completare il dramma di queste popolazioni. Murat, per distruggere il brigantaggio, nel settembre del 1810 inviò in Calabria, con pieni poteri, in generale Manhés, il quale condusse contro le bande una caccia spietata, terrorizzando le popolazioni.

La sua azione fu talmente incisiva da riuscire, dopo alcuni mesi, a distruggere quasi completamente, come mai era accaduto in passato, i numerosi gruppi di banditi, tanto che per alcuni anni le campagne godettero di una relativa tranquillità. Gli abitanti dei casali al fatalismo atavico, aggiungevano ora la consapevolezza di aver sfidato quel sistema doppiamente estraneo e nemico per cui il silenzio, omertà, divenendo la estrema forma di difesa, in pratica comportava il coinvolgimento nella repressione anche di buona parte della popolazione civile “.... Lungo le strade maestre e all'ingresso dei villaggi, teste di briganti. Veri o presunti, (erano) esposti a esempio e vituperio…” come consuetudine nota  nel Sud fin dai tempi degli Spagnoli  e che verrà poi brigantaggio post-unitario.

La campagna garibaldina nella Calabria sud‑occidentale si concretò sostanzialmente attraverso due scontri militari: il primo tra Campo Calabro e Catona, entrambe le località limitrofe al nostra comprensorio, ed il secondo a Bagnara, concludendosi con il pieno successo delle forze garibaldine e la resa dell'esercito borbonico.

Si deve notare che le forze legittimiste del presidio di Melia, nel nostro territorio, così come quelle accampate nei prossimi Piani di Solano, pur vicinissime alla zona del primo scontro, non intervennero e molti ufficiali legittimisti disertarono, passando dalla parte del nemico, mentre buona parte dei soldati in rotta fuggiva verso le montagne. A Garibaldi fu consentita così la successiva "passeggiata in Calabria" e di dirigersi verso Napoli.

All'indomani dell'Unità nazionale il paesaggio agrario era rimasto sostanzialmente immutato rispetto all'organizzazione territoriale della prima metà dell'Ottocento.

Nel Comune di S. Roberto continuava a sussistere l'organizzazione dualistica dello spazio agrario costituita dalla specializzazione agricola del fondovalle (agrumi ‑ gelsi - ulivi ‑ viti e produzione orticola), da brevi areali a prativo e bosco residuo e dalle "macchine", sia pur di tecnica elementare, atte alla fruizione della predetta produzione, come il mulino  il frantoio, la segheria, la cantina e tutta la minuta strumentazione agricola.

Nelle zone più propriamente montane invece, la produzione agricola si articolava: nelle zone degli altipiani, limitrofe ai nuclei abitati di Melia e di Sant'Angelo, ormai prevalentemente in colture povere a seminativo semplice (cereali ‑ leguminose e patate), mentre nelle aree più elevate comprensoriali, in gran parte pertinenti alla grande proprietà latifondista, in vaste  estensioni di bosco, ormai per lo più selezionato a castagneto ceduo, quindi in areali di minor estensione coltivati a cereali (granturco e frumento) alternati a prato artificiale da rotazione agraria.

Nel fondovalle si assistè ad una sostanziale ipercoltivazione, soprattutto degli agrumi ad alta remuneratività, a scapito dell'ulivo però compensata dall'inserimento di tale coltura nel comprensorio medio-montano comunale, e soprattutto del gelso. Tale ipercoltivazione investì comunque tutte le colture tradizionali, a causa dell'aumentata pressione demografica sulle risorse date.  

Invece nelle aree più propriamente montane del comprensorio, la spinta demografica provocò una progressiva accentuazione del disboscamento già in corso, come abbiamo detto, negli anni precedenti, attraverso il dissodamento per la messa a coltura di nuove terre, che talvolta assunse il carattere di vera e propria coltura "da rapina". Si verificò un progressivo ed incontrollato disboscamento, che provocò una notevole riduzione del manto boscoso demaniale, comunale e di Stato. Contemporaneamente, nelle grandi proprietà del latifondo aspromontano, ciò rese possibile il completamento della conversione in castagneto ceduo del manto vegetale naturale, determinato dall'alta redditività di questa qualità di legname nei centri commerciali di smistamento costieri di Bagnara e Scilla.

Quando, il 28 dicembre 1908, tutta l'area dello Stretto viene sconvolta dalle terribili vibrazioni dei terremoto, moriranno 30 persone a Melìa. Nell'elenco inviato alla Prefettura dalla apposita Commissione, è segnata l'ora dei dramma: 5 e 25'; assieme all'altra annotazione che i decessi non sono stati riportati sui registri dello stato civile. Il 70 per cento delle abitazioni verrà considerato distrutto. Le chiese del territorio comunale sono andate tutte in rovina.

L'occupazione temporanea di suolo post terremoto in territorio comunale per l'edificazione dei baraccamenti, così come gli altri interventi pubblici a carattere assistenziale di quel periodo, non solo non potevano risolvere i gravi problemi che affliggevano la comunità locale ma anzi dettero l'avvio ad una serie di interminabili controversie, sfocianti in gravi tensioni sociali. Per quanto riguarda l'edificazione dei baraccamenti, le procedure che caratterizzarono tale intervento pubblico dettero avvio ad interminabili controversie inerenti la collocazione dei baraccamenti in questione, lo stabilimento delle quote di indennizzo ai proprietari espropriati (quasi tutti rappresentanti la classe dirigente locale) o il ritardo con cui vennero risarciti i predetti proprietari.

Contrada di Melìa  (lungo la strada comunale Campo-Melìa e S.Roberto-Aspromonte)

Piano del 10 gennaio 1910, terreno espropriato proprietà Raffaele Penneri (pag. 81 pres. testo).

Contrada Piani (lungo strada comunale Campo-Melìa) Piano del 31 agosto 1911, terreno espropriato proprietà Rocco De Franco, fu Serafino (Pag. 87 pres. Testo).
Frazione di Melìa Piano del 4 gennaio 1910, terreno espropriato proprietà Catalano. (pag. 82 pres. testo).

L'economia comunale è andata assumendo, nel corso dei secoli,  l'industria estrattiva del legname e l'utilizzazione pastorale del suolo si sono andate concentrando prevalentemente sulle pendici montane più elevate e sui pianalti interessati contemporaneamente da colture agricole povere (cereali, ortaggi e leguminose). 

 

Bibliografia

1. Nicola Corcia, Storia delle due Sicilie dall'antichità al 1789, Tip. Virgilio, napoli, 1847.

2. Domenico Romanelli, Antica topografia storica del regno di Napoli, Stamperia reale, Napoli, 1815, parte prima.

3. Annali Civili del regno delle due Sicilie, Volume XL, Stamperia del real Ministro di Stato, Napoli,1846.

4. Carta dei servizi del comune di San Roberto;

5. Veronica Aretini, "La comunità di San Roberto dal 1783 ai nostri giorni. Un caso di marginalizzazione e rivalorizzazione

    nell'entroterra dell'Aspromonte", Tesi di laurea;

 

 

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