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Il Paesaggio Agrario |
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Nino Calarco: webmaster, ideaz. progettaz. fotografia - Veronica Aretini: autore |
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Il capoluogo Colelli Acquacalda Sanperi Melia
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1. Il paesaggio agrario nei secoli
Le popolazioni che si sono succedute per oltre diecimila
anni sull'Aspromonte hanno trovato un'abbondante riserva di
pascoli che ha consentito anche alle popolazioni più antiche, quali
Enotri,
Ausoni e Siculi, di esercitare una economia di sussistenza basata
sulla pastorizia nomade nelle pendici montane e sull'agricoltura estensiva nelle
zone limitrofe alla costa. Tuttavia il
disboscamento che la regione aspromontana ha sempre subito ha modificato
l'antica e rigogliosa copertura vegetale originaria.
Con l'arrivo dei
coloni greci nell'VIII sec. a.C. le popolazioni del luogo sono state
costrette a ritirarsi verso l'interno montuoso, dove impiantarono un’ economia
pastorale che poteva usufruire dei ricchi pascoli montani. E’ da questo
momento che si ha l'insediamento definitivo delle popolazioni indigene
nell'entroterra.
Nel
V sec. a.C il manto boscoso
dell'Aspromonte
subì la prima vera spoliazione, dovuta alle lunghe guerre combattute sul mare,
tra le città calcidiche d'occidente e Siracusa e Locri che si approvvigionarono
di legname di ottima qualità e di eccellente
pece dell'Aspromonte,
per la costruzione delle flotte navali. |
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Nel III sec. a.C. in seguito all’invasione dei Bruzi,
popolo tipicamente montano, si produsse un movimento, lungo i fianchi della
Catena Costiera, che li indusse a raggiungere l’Aspromonte. La nuova
popolazione, più primitiva e rozza rispetto alla civiltà greca, a contatto con
le popolazioni autoctone delle aree interne dell’Aspromonte, che a loro volta
avevano già subito l’influenza culturale della Magna Grecia, venne in parte
spinta da pressioni migratorie ad attraversare lo Stretto. Nonostante ciò i
Bruzi consolidarono la propria occupazione del suolo aspromontano dedicandosi ad
una prima economia produttiva. La loro agricoltura era basata sulla contrapposizione tra zone dove le colture venivano praticate con cura minuta ed assidua, con un vero sistema di giardinaggio, per meglio sfruttare le poche potenzialità del terreno e zone dove il lavoro umano si limitava alla semina e raccolta. |
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Nelle pendici veniva invece
praticata la pastorizia e nelle selve l'estrazione della pece dai pini che
anticamente ricoprivano buona parte dei crinali più elevati.
Tale situazione creò una vera e propria economia di
mercato: i prodotti venivano
portati sui mercati di Reggio da cui l'elemento bruzio importava idioma e
cultura ellenici. I romani al loro arrivo trovarono questo avanzato sistema
economico di strette relazioni, tra civiltà montana e costiera.
La città di Reggio entrò subito nell’orbita del dominio
romano, i Bruzi invece si opposero fino alla lotta armata e infine, perdenti,
furono ridotti in schiavitù.
Gli esattori romani delle tante gabelle poterono penetrare e
controllare l'impervio e difficile territorio aspromontano grazie alla
realizzazione della
via
Consolare Popilia che, a sud della penisola calabrese, si frazionava
in una serie di bracci che si spingevano fin sulle terre più montuose. |
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Per
questo le vallate di Gallico e di
Catona,
hanno molti toponimi latini, anche se l'ellenismo era più radicato di quello
latino. La presenza militare romana raggiunse la massima rilevanza ed il maggior
consolidamento con
Cesare
Augusto, che stabili nel territorio il proprio stato maggiore,
scegliendo alcune località, in posizione militarmente strategica, per
l'edificazione di fortezze. In seguito alla caduta dell'impero romano il dominio
bizantino segnò l'inizio di un periodo di relativa pace nel territorio, del
tutto anomala per quei tempi.
Dalla seconda metà del IX secolo e fino a buona parte
dell'XI secolo, in seguito all'occupazione araba della Sicilia e alla debolezza
dell'Impero bizantino, tutto il territorio sud-occidentale calabrese ebbe a
subire costanti e rovinose escursioni saracene. |
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Il manto selvoso naturale, che ancora copriva buona parte della regione aspromontana, cominciò a diradarsi in maniera incisiva quando le popolazioni rivierasche e collinari, abbandonando la costa a causa di dette escursioni saracene, presero a risalire i declivi delle montagne, iniziando una disordinata ricerca di terreno agrario per il loro sostentamento. |
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2. L'organizzazione agricola locale
In un primo periodo l'organizzazione dell'economia agricola
locale dovette basarsi essenzialmente sul taglia ed incendio dei boschi a
querceto adiacenti ai nuclei abitati, per la messa a coltura dei fondi e per la
formazione di pascoli per gli animali domestici. A partire dalla metà del sec. IX la Sicilia si avvantaggiò di nuove tecniche agrarie, rispetto all’Italia peninsulare, infatti gli Arabi vi introdussero tecniche agrarie innovative come quelle idrauliche per l'irrigazione dei campi, nuove colture come agrumi, gelso per l'allevamento del baco da seta, canna da zucchero, canapa, cotone che si affiancarono alle vecchie colture tradizionali, che ben presto passarono anche in Calabria meridionale. |
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Così la minaccia araba che in un
primo momento aveva portato alla crisi
del mercato locale, al degrado delle comunicazioni terrestri lungo la costa,
alla perdita delle terre più fertili e alla fuga delle popolazioni rivierasche,
successivamente, importò anche in Calabria le nuove tecniche.
Una delle prime coltivazioni del gelso si ebbe proprio nelle
contrade adiacenti a
Fiumara
del Moro e quindi della contrada di San Roberto, tanto che questo
antico ed importante centro locale, denominato anticamente Cenis, o Cenisio, dal
fiume o promontorio Cenide, cambiò il nome in Fiumara, perché impiantato lungo
la fiumara di Catona, e del Moro, per la qualità dei gelsi da frutto di colore
scuro. |
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In questa area si avviava un’ agricoltura da colture a
gelseto di lungofiume, mentre lungo la costa, colture viticole ed olivicole
andavano progressivamente a sostituire l’antico querceto.
Non si conosce l’origine dell'introduzione della vite nel
territorio di San Roberto. I primi dati sulla coltivazione della vite risalgono
infatti all'anno mille circa, coincidenti con lo sviluppo delle comunità
basiliane che ne favorirono la diffusione.
L'ulivo, importato in Calabria dai coloni greci, si diffuse
rapidamente. Tuttavia gran parte del prodotto a quei tempi veniva consumato come
olive da frutto: la trasformazione del frutto avvenne soltanto più tardi. Con la fuga delle popolazioni rivierasche, intorno all’anno mille, aumentò lo spazio adibito al pascolo sulle pendici montane, a scapito del fitto manto boscoso naturale montano. |
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Il successivo
disboscamento a tappeto per la costruzione di navi, durante le lunghe
guerre navali, tra Angioini ed Aragonesi, comportò
frane e smottamenti nel fondovalle.
Sui
pianalti le antiche colture tradizionali bruzie rimasero sostanzialmente
immutate fino al XIX secolo, cristallizzate entro un'immobile struttura
fondiaria.
Nel territorio dell'attuale
Comune
di S. Roberto lo spazio agrario andò assumendo, fin dall'età
più antica, una contrapposizione dualistica tra zone di fondovalle e zona
montana: a differenza di quello montano, quello di fondovalle era destinato a
subire profonde trasformazioni nel
corso dei secoli. All’incremento demografico del XVI secolo, si aggiunse il
declino della sericoltura, che comportò un ulteriore allargamento dei fondi da
mettere a coltura, a danno dei boschi residui circostanti agli abitati, ed il
progressivo abbandono delle colture a gelseto di lungofiume che in passato aveva
formato una cintura continua da Fiumara fin verso l'interno della valle di
Catona. |
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In questo periodo si ebbe la prima conversione di queste
colture in agrumeti accompagnata da una espansione degli uliveti che andava a
sostituire il manto vegetale naturale.
L'olivicoltura in Calabria, fino al 1550,
occupava soltanto il quarto posto dopo cereali,
gelso
e vite. Fino al 1615 le olive erano esenti da tasse, il dazio sull'olio,
contenuto fino al 1554 subì un aumento costante fino agli inizi del XVIII
secolo, ostacolando la produzione dell'olio, già di per sé onerosa per l'alta
incidenza delle operazioni di trasformazione.
Questa coltura, pur essendo molto diffusa a livello
regionale nel 600, diventò di primaria importanza solo a metà 800, ma
l'espansione dell'ulivo nel nostro comune non raggiunse mai i livelli della
costa. |
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L'espansione demografica del XVI comportò inizialmente la
messa a coltura di nuovi terreni lungo i pianalti, incrementando le colture già
presenti come residuo dell'antica agricoltura bruzia nei pressi di
Melia,
e successivamente la formazione di colture abusive in terreni sottratti al manto
boscoso, e l'espansione del castagneto, a spese del querceto originario.
I
boschi di castagno,
rimasero limitati fino al XIX secolo quando subirono una moltiplicazione, a
causa della espansione di legname da castagno che faceva capo a
Bagnara,
che in questo periodo divenne un rinomato centro commerciale e di lavorazione
del legname.
Incendi e tagli indiscriminati al fine di aumentare i
terreni a pascoli di armenti sempre più numerosi, causarono danni irreversibili
al normale processo evolutivo degli ecosistemi. Questi disboscamenti hanno finito con l’ostacolare la corsa al mare delle acque torrentizie che, trasportando masse enormi di detriti a valle, hanno rialzato il letto della fiumara, causando alluvioni devastanti, con gravissimi danni alle colture pregiate di fondovalle. |
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3. L'organizzazione agricola attuale
Il territorio del nostro Comune si è caratterizzato come
suolo agro-silvo-pastorale con una economia di mercato a duplice vocazione: una
agricola specializzata, oggi quasi inesistente, l'altra silvano-pastorale nello
spazio montano, oggi soggetta a trasformazioni turistico-imprenditoriale.
Il territorio produttivo è oggi prevalentemente di
proprietà privata in quanto la proprietà demaniale (Comune-Regione-Stato) è
poco significativa rispetto alla superficie comunale.
Le colture agricole specializzate sono concentrate nel
fondovalle della fiumara, caratterizzato da aree pianeggianti e da un clima più
mediterraneo. Nelle ristrette aree pianeggianti di fondovalle, tra
Acquacalda
e Bolano,
prevalgono le colture ad agrumeto, mentre sui terreni collinari vi sono colture
olivicole e viticole inframmezzate da aree incolte e prative ad utilizzazione
pastorale, adiacenti ai confini comunali di Fiumara e Calanna.
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Un esiguo residuo gelseto abbandonato si trova ancora oggi
alle spalle di Acquacalda, in Contrada S. Tecla.
Vi sono diverse varietà di oliveti con esemplari di
dimensione grandiosa; la vegetazione sottostante è composta
da felci e specie erbacee diverse; la fauna è costituita dalla
migrazione avicola: Storni e varie specie di Tordi che trovano nutrimento nella
fruttificazione degli olivi.
Sui piani vi sono estesi terreni a seminativo semplice
(cereali, foraggere e leguminose) e aree a pascolo, inframmezzati da boschi e
terreni incolti e sterili, con felci, ginestra ed erica alborea, derivante dalla
distruzione delle antiche foreste.
La fauna qui è scarsa a causa del vento che spira
continuamente e per la caccia esercitata in modo eccessivo. |
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Nella zona del Canale della Corte, nel cuore del territorio
più montano, sono stati effettuati interventi forestali, di protezione
dell'ambiente. Più a sud dell'area del Canale della Corte vi è la modesta area
di proprietà demaniale in parte incolta e, in parte adibita a pascolo e a
coltura olivicola. A nord del comprensorio in esame, nell’area di
S.
Angelo prevalgono terreni a colture boschive, in genere di proprietà
demaniale, soggetti ad interventi forestali di protezione mentre a sud modeste
aree montuose interrompono i terreni coltivati, i pascoli e qualche areale
incolto.
La distribuzione dei boschi, degrada dalle altitudini più
elevate verso le colline intrecciandosi spesso con l'olivo che sale.
La fascia altitudinale dei terreni con limiti superiori sui
1.000-1.200 m. s.l.m. e inferiori tra i 300 ed i 600 m. s.l.m. è costituita
prevalentemente da castagneto, boschi di latifoglie a formazioni miste (Castagno
Faggio Quercia) ed in misura minore da querceto tra i 700 m. ed i 1.100 m.
s.l.m. Il Castagno occupa gran parte di questi terreni ed è concentrato nei terreni di proprietà privata Si può trovare sia coltivato come albero da frutto, sia spontaneo con boschi estesi. |
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Il suo sottobosco è
costituito dalle piante tipiche dei terreni a composizione acida, quali Erica,
Felce, Ginestra e altri.
La
fauna annovera molte specie di mammiferi, come Volpe, Tasso, Istrice,
Faina, Puzzola, Donnola, Riccio, Gatto selvatico, Ghiro e vari tipi di Topo. E’
da ricordare la presenza di qualche
Cinghiale nei periodi della fruttificazione, comportante a volte anche gravi
danni ai coltivatori, forse originata dai ripopolamenti,eseguiti per evitare l’estinzione,
nella vicina foresta demaniale di Basilicò-Gambarie,
dall'Azienda di Stato Foreste Demaniali nel 1964.
Tra gli uccelli, abbondanti durante il passo autunnale, è
possibile trovare il Colombaccio, la Beccaccia e varie specie di Tordo, mentre
durante il passo primaverile la Tortora, l'Upupa, il Cuculo, vari Nibbi ed
alcuni rari Falconidi che trovano nel folto della macchia il primo rifugio dopo
le lunghe traversate africane come il raro
Falco
Pecchiaiolo (Pernis Apivorus) denominato in dialetto locale Adorno,
oggetto di caccia accanita tradizionalmente in tutto il territorio della
provincia di Reggio, la cui uccisione sarebbe indice di virilità per il
"fortunato" cacciatore. |
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Per gli uccelli stanziali, la Starna, Gazza, Ghiandaia,
Picchio, Poiana, Cornacchia bigia.
La presenza prevalente del Castagno, è dovuta al fatto che
è l’albero utilizzato dalla forestale per il rimboschimento.
Il Querceto invece si può trovare, in maestosi individui, come piante
isolate e superstiti dei disboscamenti avvenuti; è rappresentato
prevalentemente dalla
Roverella,
famoso l'esemplare in località Fosso in
Acquacalda
e quello in località Bolano. Sopra i 1.000 m., la vegetazione è costituita
prevalentemente da Faggete, Pinete ed in misura minore da Abeti posti sopra ai
1300 m. d'altitudine. Il sottobosco non è molto ricco e la fauna è scarsa, è
presente lo Scoiattolo
calabrese (Sciurus vulgaris meridionalis), denominato in dialetto
locale "Zaccanella".
Qualche
Abete
Bianco ad alto fusto si trova, assieme al
Pino
Laricio, nella zona più alta di Crocevì. Questo paesaggio agrario
fa rientrare il Comune di S. Roberto nell'area del territorio calabrese a medio
valore naturalistico. |
| Sk | ||
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by Spiderkapp |
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