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Il Paesaggio Agrario

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Organizzazione agricola - Organizzazione agricola attuale

  Nino Calarco: Webmaster, ideaz. progettaz. fotografia, riduzione testi - Veronica Aretini autore

 

 Index

 Quadro ambientale

 Agli albòri della civiltà

Dal VIII a.C. al 1783

 Situazione di fine 700

 Dall'800 al 1830

 Dal 1831 al 1859

 Dal 1860 al 1880

 Dal 1881 al 1940

 II guerra mondiale

 Dal 1950 al 1984

 Regione Calabria

 Toponomastica

 Paesaggio agrario

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     - Introduzione

     - Il focatico

     - Cenisia e Roboreto

     - Una madonna negli USA

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1. Il paesaggio agrario nei secoli

   Le popolazioni che si sono succedute per oltre diecimila anni  sull'Aspromonte hanno trovato un'abbondante riserva di pascoli che ha consentito anche alle popolazioni più antiche, quali Enotri, Ausoni e Siculi, di esercitare una economia di sussistenza basata sulla pastorizia nomade nelle pendici montane e sull'agricoltura estensiva nelle zone limitrofe alla costa.  Tuttavia  il disboscamento che la regione aspromontana ha sempre subito ha modificato l'antica e rigogliosa copertura vegetale originaria.

Con l'arrivo dei coloni greci nell'VIII sec. a.C. le popolazioni del luogo sono state costrette a ritirarsi verso l'interno montuoso, dove impiantarono un’ economia pastorale che poteva usufruire dei ricchi pascoli montani. E’ da questo momento che si ha l'insediamento definitivo delle popolazioni indigene nell'entroterra.

Nel V sec. a.C il manto boscoso dell'Aspromonte subì la prima vera spoliazione, dovuta alle lunghe guerre combattute sul mare, tra le città calcidiche d'occidente e Siracusa e Locri che si approvvigionarono di legname di ottima qualità e di eccellente pece dell'Aspromonte, per la costruzione delle flotte navali.

Nel III sec. a.C. in seguito all’invasione dei Bruzi, popolo tipicamente montano, si produsse un movimento, lungo i fianchi della Catena Costiera, che li indusse a raggiungere l’Aspromonte.

La nuova popolazione, più primitiva e rozza rispetto alla civiltà greca, a contatto con le popolazioni autoctone delle aree interne dell’Aspromonte, che a loro volta avevano già subito l’influenza culturale della Magna Grecia, venne in parte spinta da pressioni migratorie ad attraversare lo Stretto.

Nonostante ciò i Bruzi consolidarono la propria occupazione del suolo aspromontano dedicandosi ad una prima economia produttiva.

La loro agricoltura era basata sulla contrapposizione tra zone dove le colture venivano praticate con cura minuta ed assidua, con un vero sistema di giardinaggio, per meglio sfruttare le poche potenzialità del terreno e zone dove il lavoro umano si limitava alla semina e raccolta.

Nelle pendici veniva invece praticata la pastorizia e nelle selve l'estrazione della pece dai pini che anticamente ricoprivano buona parte dei crinali più elevati.

Tale situazione creò una vera e propria economia di mercato: i  prodotti venivano portati sui mercati di Reggio da cui l'elemento bruzio importava idioma e cultura ellenici. I romani al loro arrivo trovarono questo avanzato sistema economico di strette relazioni, tra civiltà montana e costiera.

La città di Reggio entrò subito nell’orbita del dominio romano, i Bruzi invece si opposero fino alla lotta armata e infine, perdenti, furono ridotti in schiavitù.

Gli esattori romani delle tante gabelle poterono penetrare e controllare l'impervio e difficile territorio aspromontano grazie alla realizzazione della via Consolare Popilia che, a sud della penisola calabrese, si frazionava in una serie di bracci che si spingevano fin sulle terre più montuose.

Per questo le vallate di Gallico e di Catona, hanno molti toponimi latini, anche se l'ellenismo era più radicato di quello latino.

La presenza militare romana raggiunse la massima rilevanza ed il maggior consolidamento con Cesare Augusto, che stabili nel territorio il proprio stato maggiore, scegliendo alcune località, in posizione militarmente strategica, per l'edificazione di fortezze. In seguito alla caduta dell'impero romano il dominio bizantino segnò l'inizio di un periodo di relativa pace nel territorio, del tutto anomala per quei tempi.

Dalla seconda metà del IX secolo e fino a buona parte dell'XI secolo, in seguito all'occupazione araba della Sicilia e alla debolezza dell'Impero bizantino, tutto il territorio sud-occidentale calabrese ebbe a subire costanti e rovinose escursioni saracene.

Il manto selvoso naturale, che ancora copriva buona parte della regione aspromontana, cominciò a diradarsi in maniera incisiva quando le popolazioni rivierasche e collinari, abbandonando la costa a causa di dette escursioni saracene, presero a risalire i declivi delle montagne, iniziando una disordinata ricerca di terreno agrario per il loro sostentamento.

2. L'organizzazione agricola locale

In un primo periodo l'organizzazione dell'economia agricola locale dovette basarsi essenzialmente sul taglia ed incendio dei boschi a querceto adiacenti ai nuclei abitati, per la messa a coltura dei fondi e per la formazione di pascoli per gli animali domestici.

A partire dalla metà del sec. IX la Sicilia si avvantaggiò di nuove tecniche agrarie, rispetto all’Italia peninsulare, infatti gli Arabi vi introdussero tecniche agrarie innovative come quelle idrauliche per l'irrigazione dei campi, nuove colture come agrumi, gelso per l'allevamento del baco da seta, canna da zucchero, canapa, cotone che si affiancarono alle vecchie colture tradizionali, che ben presto passarono anche in Calabria meridionale.

Così  la minaccia araba che in un primo momento aveva portato alla  crisi del mercato locale, al degrado delle comunicazioni terrestri lungo la costa, alla perdita delle terre più fertili e alla fuga delle popolazioni rivierasche, successivamente, importò anche in Calabria le nuove tecniche.

Una delle prime coltivazioni del gelso si ebbe proprio nelle contrade adiacenti a Fiumara del Moro e quindi della contrada di San Roberto, tanto che questo antico ed importante centro locale, denominato anticamente Cenis, o Cenisio, dal fiume o promontorio Cenide, cambiò il nome in Fiumara, perché impiantato lungo la fiumara di Catona, e del Moro, per la qualità dei gelsi da frutto di colore scuro.

In questa area si avviava un’ agricoltura da colture a gelseto di lungofiume, mentre lungo la costa, colture viticole ed olivicole andavano progressivamente a sostituire l’antico querceto.

Non si conosce l’origine dell'introduzione della vite nel territorio di San Roberto. I primi dati sulla coltivazione della vite risalgono infatti all'anno mille circa, coincidenti con lo sviluppo delle comunità basiliane che ne favorirono la diffusione.

L'ulivo, importato in Calabria dai coloni greci, si diffuse rapidamente. Tuttavia gran parte del prodotto a quei tempi veniva consumato come olive da frutto: la trasformazione del frutto avvenne soltanto più tardi.

Con la fuga delle popolazioni rivierasche, intorno all’anno mille, aumentò lo spazio adibito al pascolo sulle pendici montane, a scapito del fitto manto boscoso naturale montano.

Il  successivo  disboscamento a tappeto per la costruzione di navi, durante le lunghe guerre navali, tra Angioini ed Aragonesi, comportò frane e smottamenti nel fondovalle.

Sui pianalti le antiche colture tradizionali bruzie rimasero sostanzialmente immutate fino al XIX secolo, cristallizzate entro un'immobile struttura fondiaria.

Nel territorio dell'attuale Comune di S. Roberto lo spazio agrario andò assumendo, fin dall'età più antica, una contrapposizione dualistica tra zone di fondovalle e zona montana: a differenza di quello montano, quello di fondovalle era destinato a subire  profonde trasformazioni nel corso dei secoli. All’incremento demografico del XVI secolo, si aggiunse il declino della sericoltura, che comportò un ulteriore allargamento dei fondi da mettere a coltura, a danno dei boschi residui circostanti agli abitati, ed il progressivo abbandono delle colture a gelseto di lungofiume che in passato aveva formato una cintura continua da Fiumara fin verso l'interno della valle di Catona.

In questo periodo si ebbe la prima conversione di queste colture in agrumeti accompagnata da una espansione degli uliveti che andava a sostituire il manto vegetale naturale.

L'olivicoltura in Calabria, fino al 1550,  occupava soltanto il quarto posto dopo cereali, gelso e vite. Fino al 1615 le olive erano esenti da tasse, il dazio sull'olio, contenuto fino al 1554 subì un aumento costante fino agli inizi del XVIII secolo, ostacolando la produzione dell'olio, già di per sé onerosa per l'alta incidenza delle operazioni di trasformazione.

Questa coltura, pur essendo molto diffusa a livello regionale nel 600, diventò di primaria importanza solo a metà 800, ma l'espansione dell'ulivo nel nostro comune non raggiunse mai i livelli della costa.

L'espansione demografica del XVI comportò inizialmente la messa a coltura di nuovi terreni lungo i pianalti, incrementando le colture già presenti come residuo dell'antica agricoltura bruzia nei pressi di Melia, e successivamente la formazione di colture abusive in terreni sottratti al manto boscoso, e l'espansione del castagneto, a spese del querceto originario.

I boschi di castagno, rimasero limitati fino al XIX secolo quando subirono una moltiplicazione, a causa della espansione di legname da castagno che faceva capo a Bagnara, che in questo periodo divenne un rinomato centro commerciale e di lavorazione del legname.

Incendi e tagli indiscriminati al fine di aumentare i terreni a pascoli di armenti sempre più numerosi, causarono danni irreversibili al normale processo evolutivo degli ecosistemi.

Questi disboscamenti hanno finito con l’ostacolare la corsa al mare delle acque torrentizie che, trasportando masse enormi di detriti a valle, hanno rialzato il letto della fiumara, causando alluvioni devastanti, con gravissimi danni alle colture pregiate di fondovalle.

3. L'organizzazione agricola attuale

Il territorio del nostro Comune si è caratterizzato come suolo agro-silvo-pastorale con una economia di mercato a duplice vocazione: una agricola specializzata, oggi quasi inesistente, l'altra silvano-pastorale nello spazio montano, oggi soggetta a trasformazioni turistico-imprenditoriale.

Il territorio produttivo è oggi prevalentemente di proprietà privata in quanto la proprietà demaniale (Comune-Regione-Stato) è poco significativa rispetto alla superficie comunale.

Le colture agricole specializzate sono concentrate nel fondovalle della fiumara, caratterizzato da aree pianeggianti e da un clima più mediterraneo. Nelle ristrette aree pianeggianti di fondovalle, tra Acquacalda e Bolano, prevalgono le colture ad agrumeto, mentre sui terreni collinari vi sono colture olivicole e viticole inframmezzate da aree incolte e prative ad utilizzazione pastorale, adiacenti ai confini comunali di Fiumara e Calanna.

Un esiguo residuo gelseto abbandonato si trova ancora oggi alle spalle di Acquacalda, in Contrada S. Tecla.

Vi sono diverse varietà di oliveti con esemplari di dimensione grandiosa; la vegetazione sottostante è composta  da felci e specie erbacee diverse; la fauna è costituita dalla migrazione avicola: Storni e varie specie di Tordi che trovano nutrimento nella fruttificazione degli olivi.

Sui piani vi sono estesi terreni a seminativo semplice (cereali, foraggere e leguminose) e aree a pascolo, inframmezzati da boschi e terreni incolti e sterili, con felci, ginestra ed erica alborea, derivante dalla distruzione delle antiche foreste.

La fauna qui è scarsa a causa del vento che spira continuamente e per la caccia esercitata in modo eccessivo.

Nella zona del Canale della Corte, nel cuore del territorio più montano, sono stati effettuati interventi forestali, di protezione dell'ambiente. Più a sud dell'area del Canale della Corte vi è la modesta area di proprietà demaniale in parte incolta e, in parte adibita a pascolo e a coltura olivicola. A nord del comprensorio in esame, nell’area di S. Angelo prevalgono terreni a colture boschive, in genere di proprietà demaniale, soggetti ad interventi forestali di protezione mentre a sud modeste aree montuose interrompono i terreni coltivati, i pascoli e qualche areale incolto.

La distribuzione dei boschi, degrada dalle altitudini più elevate verso le colline intrecciandosi spesso con l'olivo che sale.

La fascia altitudinale dei terreni con limiti superiori sui 1.000-1.200 m. s.l.m. e inferiori tra i 300 ed i 600 m. s.l.m. è costituita prevalentemente da castagneto, boschi di latifoglie a formazioni miste (Castagno Faggio Quercia) ed in misura minore da querceto tra i 700 m. ed i 1.100 m. s.l.m.

Il Castagno occupa gran parte di questi terreni ed è concentrato nei terreni di proprietà privata  Si può trovare sia coltivato come albero da frutto, sia spontaneo con boschi estesi.

Il suo sottobosco è costituito dalle piante tipiche dei terreni a composizione acida, quali Erica, Felce, Ginestra e altri.

La fauna annovera molte specie di mammiferi, come Volpe, Tasso, Istrice, Faina, Puzzola, Donnola, Riccio, Gatto selvatico, Ghiro e vari tipi di Topo. E’ da ricordare la  presenza di qualche Cinghiale nei periodi della fruttificazione, comportante a volte anche gravi danni ai coltivatori, forse originata dai ripopolamenti,eseguiti per evitare l’estinzione, nella vicina foresta demaniale di Basilicò-Gambarie, dall'Azienda di Stato Foreste Demaniali nel 1964.

Tra gli uccelli, abbondanti durante il passo autunnale, è possibile trovare il Colombaccio, la Beccaccia e varie specie di Tordo, mentre durante il passo primaverile la Tortora, l'Upupa, il Cuculo, vari Nibbi ed alcuni rari Falconidi che trovano nel folto della macchia il primo rifugio dopo le lunghe traversate africane come il  raro Falco Pecchiaiolo (Pernis Apivorus) denominato in dialetto locale Adorno, oggetto di caccia accanita tradizionalmente in tutto il territorio della provincia di Reggio, la cui uccisione sarebbe indice di virilità per il "fortunato" cacciatore.

Per gli uccelli stanziali, la Starna, Gazza, Ghiandaia, Picchio, Poiana, Cornacchia bigia.

La presenza prevalente del Castagno, è dovuta al fatto che è l’albero utilizzato dalla forestale per il rimboschimento.  Il Querceto invece si può trovare, in maestosi individui, come piante isolate e superstiti dei disboscamenti avvenuti; è rappresentato prevalentemente dalla Roverella, famoso l'esemplare in località Fosso in Acquacalda e quello in località Bolano. Sopra i 1.000 m., la vegetazione è costituita prevalentemente da Faggete, Pinete ed in misura minore da Abeti posti sopra ai 1300 m. d'altitudine. Il sottobosco non è molto ricco e la fauna è scarsa, è presente lo Scoiattolo calabrese (Sciurus vulgaris meridionalis), denominato in dialetto locale "Zaccanella".

Qualche Abete Bianco ad alto fusto si trova, assieme al Pino Laricio, nella zona più alta di Crocevì. Questo paesaggio agrario fa rientrare il Comune di S. Roberto nell'area del territorio calabrese a medio valore naturalistico.  

 

 

 Sk

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