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La Parrocchia: Notizie storiche

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Si hanno notizie dell’esistenza nel casale di San Roberto, di una chiesa dipendente da una parrocchia della comuneria di Fiumara, che fino al 1598, vi mandava uno dei suoi sacerdoti.

Nel corso del cinquecento sul territorio si verificò un forte aumento demografico che nel 1605 indusse gli abitanti del casale di San Roberto a fare istanza per l'istituzione di una parrocchia autonoma.

Tale richiesta non venne accolta dell'arcivescovo di Reggio Calabria Mons. Annibale d'Afflitto.

Nel 1635 fu soddisfatta la richiesta del casale infatti, i documenti confermano la nomina a Parroco di S. Roberto del sacerdote Don Giacomo Teodoro.

Tra il 1648 e il 1669 S. Roberto era ancora casale di Fiumara. Fu in questo periodo che due fedeli offrirono alcuni immobili per il mantenimento della Parrocchia di San Roberto che da quel momento ebbe vita autonoma.

Nel 1836 il Sacerdote Pasquale Turca protestava presso l'Intendenza per il fatto che, avendo lavorato "scrupolosamante" per ben tre anni in qualità di Economo curato della Chiesa parrocchiale, non aveva ricevuto alcun compenso o percepito pagamento dal Comune (gli Economi Curati erano nominati e dipendevano direttamente dalla Curia Arcivescovile).

Ancora il 24 ottobre 1839 il Parroco Giacomo Cappelleri protestava presso l’Intendenza del fatto che, essendo da tempo addetto al Culto Divino, non era stato però pagato dal Comune per i suoi "gravosi" servizi.

Nel 1840 il Sacerdote Giuseppe Abbadessa vantava un credito di 25 Carlini dall'ex-cassiere comunale Placido Cilea per la celebrazione della messa Mattutina per la collettività.

Ancora nel 1849 il Ministero degli Interni inviava all'intendenza il rifiuto di aderire alla proposta del Decurionato di S.Roberto di concedere al sotto-parroco della Chiesa parrocchiale del Comune la cifra di 12 Ducati annui sia perché il predetto Comune non era in grado di pagare una tale cifra e sia perché la Chiesa era di libera collazione e quindi non risultava di patronato comunale.

Gli abusi che il clero spesso commetteva sono riscontrabili nelle proteste dell'Ispettore Forestale presso la Curia Arcivescovile di Reggio a causa di una conversione di coltura, da querceto a vigneto, operata, in contravvenzione alla legge forestale protettiva vigente, nel bosco di proprietà della Chiesa parrocchiale di S. Roberto, amministrata dal Parroco Don Giacomo Cappelleri.

Il citato Parroco, nonostante ripetuti verbali a suo carico, non solo continuava a procedere nel taglio degli alberi, ma era stato persino condannato a tre anni di prigione dalla Gran Corte Criminale perché i suoi uomini, per non essere colti in flagranza dai forestali, si erano liberati di un albero reciso gettandolo nel fiume e in tal modo colpendo a morte una donna che si trovava presso il fìume stesso.

Veniva così richiesto alla Curia non solo di sospendere il Parroco dall'amministrazione della Chiesa parrocchiale di S. Roberto ma anche di rimboscare, a spese dei contravventori, il bosco in questione, sradicando gli alberi di vite novelli.

Le connivenze tra la classe dei proprietari locali, l'Arcidiocesi ed il cosiddetto alto Clero ai danni dello stesso basso clero locale si rileva nelle proteste del Sacerdote Antonio De Salvo, presso il Ministero degli Interni, per essere stato destituito dal Decurionato o del

  Comune di S. Roberto dalla carica di Cappellano per il camposanto senza alcun motivo e sostituito con Don Luigi Furci, fratello del Sindaco e già Economo della Parrocchia di Milanesi nel comune di Calanna.

Di contro il controllo che le autorità mantenevano sui sacerdoti di piccoli Paesi ed in generale sul basso clero, acuito dopo il 48, si rileva nel rapporto inviato dal Giudicato regio di Calanna nel 1849 all'Intendente provinciale sulla condotta morale e religiosa del Sacerdote  Antonello Pellicanò, del villaggio di Rosalì, proposto come predicatore quaresimale di S.Roberto. Per quanto riguarda le frodi compiute dal clero locale ai danni della collettività, emblematico appare il seguente episodio.

Nel Comune di S. Roberto tradizionalmente si festeggiava la festa del Patrono S. Giorgio, il 23 aprile di ogni anno, durante la quale lo Economo Curato, ancora in quegli anni di nomina ecclesiastica, raccoglieva elemosine destinate ai mendicanti del Comune.

Tuttavia una tale procedura creava spesso malcontento tra la popolazione locale in quanto generalmente si riteneva l'operato dell'Economo non corretto e poco serio.

Così il 1 aprile 1856 il Regio Giudice dei Circondario di Villa S. Giovanni comunicava all'Intendenza che il Decurionato del Comune di S. Roberto, per ovviare a tali problemi, aveva istituito due deputati addetti al controllo delle distribuzione dei fondi raccolti con l'elemosine.

 Tuttavia dato che i due deputati istituiti a proposito erano laici, erano sorti aspri dissidi con il Parroco ed i sacerdoti locali.

Quindi si consigliava di rettificare la nomina di uno dei due eletti (del resto tra di loro cognati e sospettabili di "connivenza") e di sostituire il deputato destituito con un sacerdote alla presenza del Parroco e dell'Economo Curato.

Infine per quanto riguarda lo stato materiale della Parrocchia di S. Roberto e l'incuria degli addetti al culto locale, esemplificativi sembrano essere i seguenti episodi.

Il 30 ottobre 1856 il Curato di S. Roberto Pasquale Furci scriveva all'Arcivescovo di Reggio come la Chiesa parrocchiale si trovasse in uno stato "veramente deplorevole" con il tetto senza tegole, il soffitto fradicio e cadente, le volte laterali in parte distrutte ed in parte cadute, il muro del lato destro a causa dell'umidità fradicio ed il pavimento in gran parte distrutto, le lapidi sepolcrali senza collaretti, i sacri arredi mancanti: in pratica la Chiesa avrebbe dovuto essere chiusa.

Tra l'altro si comunicava che nel Comune ora stata fatta una colletta ma che aveva raccolto soltanto una piccola somma, ammontante a 50 ducati quando la perizia dei mastri fabbricatori aveva stimato, per i lavori di ristrutturazione, necessaria una spesa superiore ai 340 Ducati (cifra da considerarsi esorbitante per quei tempi).

Quindi si pregava l'Arcivescovo di rivolgersi all'Intendenza provinciale affinchè quest'ultima ordinasse al Sindaco di riunirsi con il Decurionato per deliberare a favore della predetta Chiesa.

Il 9 giugno 1857 la Curia Arcivescovile di Reggio scriveva quindi all'intendenza che, a seguito del rapporto inviatole dall'Economo o Curato di S. Roberto, erano emerse le condizioni "miserissime" in cui versava il clero locale e si rendevano necessarie urgenti disposizioni a favore di una ristrutturazione della Chiesa parrocchiale di detto Comune.

In pratica si chiedeva di ordinare al Decurionato di S. Roberto di deliberare a tale proposito con assoluta urgenza. Tuttavia l’inopportunità di una tale richiesta ed i chiarimenti richiesti dalle autorità di governo locale sulla questione dovevano costringere la Curia Arcivescovile, il 31 ottobre dello stesso anno, ad inviare all'Intendenza una lettera di notifica circa le reali condizioni della Parrocchia di S. Roberto.

Tale notifica finiva con il confermare che la Parrocchia in questione non era vacante ed era libera collazione, non soggetta a patronato e che la congrua stabilita era per il mantenimento del solo Parroco.

Del resto ancora nel 1859 i beni della Parrocchia di S. Roberto, sia rustici che urbani, non erano certo miseri soprattutto se paragonati ai beni posseduti dalla maggior parte della popolazione locale (appartenente alla classe subalterna).

Si aggiungeva inoltre che per la festa di S. Giorgio, patrono della Parrocchia, il Comune aveva pagato la somma di ben Ducati 155, pari a circa Lit. 574 dell'epoca, per le spese necessarie al culto del Santo, ma che tale festa non era stata fatta e la popolazione pertanto richiedeva una comprensibile riduzione nelle gabelle comunali per l'annata 1861.

Nel marzo del 1876 l'Arciprete di Fiumara, nella sua qualità di amministratore dei beni della Chiesa arcipretale curata, inviava una nuova richiesta di autorizzazione al vaglio, presso la Prefettura di Reggio.

Nella lettera di richiesta si informava il Prefetto sulla necessità di far eseguire “lo spurgo delle erbe e verghette soverchie e di cattiva vegetazione” localizzate nel castaneto ceduo di proprietà della Chiesa predetta, denominato Castagnarella, ai fini di "far sviluppare i piccoli castagni che si dovevano tagliare al quarto anno della loro età".

Dal momento che l'Amministrazione Forestale imponeva una autorizzazione prefettizia per poter controllare, secondo la legge vigente, che non avvenissero abusi, si inoltrava la richiesta necessaria affinché la Prefettura si incaricasse di far eseguire le indagini richieste dall'Ufficio Forestale.

La richiesta doveva comunque tornare ad essere inoltrata ancora il 26 aprile di quell'anno. Soltanto il 4 luglio 1876 l'Arcipretura poteva inviare un versamento di Lit. 30 per l’indennità dell'impiegato forestale che doveva effettuare il controllo del terreno.

Tuttavia il 9 ottobre 1876 si doveva tornare ad inoltrare la richiesta in quanto si era ottenuta l'autorizzazione per il taglio di una sola delle quattro sezioni di bosco richieste.

Nella lettera in questione si affermava "che il legno era più che maturo e le piante si sarebbero perdute se non fossero state tagliate in tempo prima che il troppo peso le facesse crollare". Per tale motivo si pregava il Prefetto affinché ordinasse all'Amministrazione Forestale di prendere opportune misure per il taglio delle diver­se sezioni di bosco richieste.

Ciò nonostante ancora nel novembre del 1876 l'Arcipretura di Fiumara doveva tornare ad inoltrare la domanda di taglio per la quarta sezione boscosa del castaneto Castagnarella, che, si affermava, era stata tralasciata dal taglio nella stagione silvana del 1874.

Si giustificava la richiesta affermando che detta selva cedua era "più che matura e non tagliarla avrebbe comportato danno all'intera proprietà, in quanto i frutti sarebbero deperiti disseccandosi e cadendo avrebbero minacciato di distruggere le ceppaie piantate a breve distanza tra loro".

Per evitare ciò, il ricorrente sperava in un sollecito interesse al riguardo da parte del Prefetto, in modo tale che entro il 15 marzo 1877 il lavoro potesse essere terminato.

Tuttavia soltanto il 12 maggio 1877 l’Arcipretura di Fiumara doveva informare il Prefetto di Reggio che essendo giunto il tempo della necessaria coltura dei boschi cedui a castagno per uso di cerchi, si sarebbe eseguito il baglio, autorizzato "di tutti i virgulti superflui e delle piante ammalate", e pregava di farne partecipe l'Amministrazione Forestale Provinciale.

Dal Verbale di delibera del Consiglio comunale del 23 novembre 1862 abbiamo potuto rilevare come il Sindaco avesse proposto al citato Consiglio la domanda del Parroco Don Pasquale Furci, di lui consanguineo, relativa all'assegnazione della somma di Ducati 12, pari a circa Lit. 51, per l'acquisto di un organo di cui la Parrocchia aveva urgentemente necessità per le pratiche del culto divino, somma questa stanziata in bilancio per la predicazione quaresimale ma ritenuta disponibile a causa della non esecuzione, in quell’anno, di detta predicazione.

In merito a tale vicenda si deve osservare che, a differenza del Parroco, del Sagrestano e dello stesso Economo coadiutore, il Predicatore quaresimale non era un naturale di S. Roberto, ma solitamente proveniva, in occasione di dette prediche dal Comune di Fiumara.

Quindi tenendo presente l'endemica carenza di capitali ed il cronico deficit di bilancio del Comune e nello stesso tempo la necessità della Chiesa locale di accrescere di prestigio attraverso un'intensificazione del culto divino, appare evidente la convenienza per entrambe le controparti offerta da una tale proposta che non casualmente veniva approvata all'unanimità dal Consiglio comunale.

A tale riguardo, risulta egualmente esplicativa la decisione relativa al Verbale di delibera redatto dalla Giunta Municipale in data 12 dicembre 1862 con oggetto "Stanziamenti per l'Economo ed il culto divino".

Nel citato Verbale si dichiarava che la Giunta, ritornando sulla precedente delibera del 3 novembre di quell'anno stabilente la soppressione dei fondi per il culto divino senza aver tenuto in doveroso conto del fatto che la Parrocchia del Comune non aveva alcuna rendita in grado di soddisfare l'Economo coadiutore e il Sagrestano per le loro fatiche e senza essersi curata del fatto che i villaggi abitati del Comune distavano di molto dal capoluogo e sede di detta Parrocchia, avendo ponderato con maggior attenzione sulla questione deliberava la soppressione della precedente decisione e votava a favore dello stanziamento in bilancio della voce inerente alle spese per il culto, come del resto era antica tradizione del Comune e come la stessa legge prevedeva (Legge del 12 dicembre 1862).

Il 29 novembre 1863 la Giunta Municipale tornava a deliberare a favore della Parrocchia lo stanziamento di una somma di danaro prelevandola dalla quota in bilancio destinata al Predicatore quaresimale, così com’era accaduto nell'anno precedente.

Nel Verbale relativo si legge di come il Sindaco avesse esposto al Consiglio il fatto che nella Chiesa parrocchiale vi fosse un bisogno urgente di riparazioni e restauri e, poiché in bilancio si trovava disponibile la somma da destinarsi al Predicatore, pari a Lit. 51, sembrava così opportuno destinare una tale somma ai lavori di riparazione della Parrocchia comunale. Naturalmente la conveniente proposta veniva approvata all'unanimità dei voti.

Nella seduta ordinaria dell'autunno del 1867 il Consiglio comunale tornava ad approvare un ulteriore stanziamento a favore della Chiesa parrocchiale. Dal Verbale di delibera del 15 novembre di quell'anno abbiamo potuto rilevare come il Sindaco Lorenzo Furci avesse esposto al Consiglio la domanda avanzata dal Parroco Don Pasquale Furci circa lo stanziamento di una somma, pari a Lit. 200, ai fini della costruzione di un pulpito di cui la Parrocchia era sprovvista.

Il Consiglio, considerando "... che le risorse di cui disponeva la Parrocchia erano modestissime e quindi non certo in grado di supplire ai bisogni necessari per il mantenimento degli oggetti per il culto divino e tenendo presente che la siccità del­l’ultima annata agraria aveva fatto scomparire anche quel poco di rendita di cui la Parrocchia fruiva..", all'unanimità dei voti approvava la domanda di stanziamento della somma richiesta che, nel caso si fossero rese disponibili ulteriori somme in bilancio, poteva venire accresciuta in modo tale da consentire la completa esecuzione dei lavori in questione.

Il 24 novembre 1864 il Sindaco del Comune di S. Roberto Antonino Furci fu Lorenzo, informava il Prefetto che nel Comune, secondo gli ordini ricevuti, si erano svolte le comunali allo scopo di individuare coloro che nel passato non si erano disimpegnati in modo corretto nella pratica delle loro mansioni.

Nella lettera di notifica si dichiarava anche che tutti gli impiegati comunali erano stati riconfermati nelle loro cariche in quanto perfettamente idonei ai loro compiti "... fatta eccezione per il Sagrestano che, secondo fonti certissime, non disimpegnava correttamente ed onestamente i propri compiti...".

Al riguardo osserviamo che, in quegli anni, spesso il basso clero risiedente nei paesi dell'entroterra dell'Aspromonte aveva diretti rapporti con il brigantaggio.

 

 

 

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