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La riforma agraria

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Prima fase della riforma - Seconda fase della riforma - Crisi del settore - Processo di marginalizzazione - Attività economiche nel 1971

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1.  RIFORMA AGRARIA E RISTRUTTURAZIONE FONDIARIA DELL'ASPROMONTE

 Agli inizi degli anni ’50, le difficili condizioni di vita della maggior parte della popolazione davano luogo a crescenti forme di insubordinazione sociale. Fin dai tempi del fascismo, la classe subalterna aveva provocato un clima di scontro sociale e politico nei confronti dei proprietari locali, ottusamente legati alla difesa dell’assetto fondiario e di un ordine sociale fondato sul monopolio della terra e poco propensi all’investimento agricolo.

I piccoli proprietari, invece, non erano in grado di dar vita ad un'imprenditorialità piccolo-capitalistica capace di affrontare i mercati esterni, poichè l'azienda contadina locale, aveva limitate risorse finanziarie provenienti dalla gestione della terra, da piccole attività artigianali, dall'allevamento e da occupazioni stagionali e precarie, insufficienti a condurre ad un processo di modernizzazione.

Risposta urgente al movimento di occupazione delle terre manifestatosi in tutta la Calabria fu la Riforma agraria.

I provvedimenti della Riforma furono applicati attraverso gli Enti di Riforma. Nella provincia di Reggio fu affidata all'Opera per la Valorizzazione della Sila (OVS) che entrò in possesso anche di una parte dei terreni del latifondo aspromontano.

L'assegnazione ai contadini delle terre da parte dell’Ente seguì criteri di tipo politico-assistenziale incapaci di affrontare i gravi problemi.

Infatti l’assegnazione della terra era finalizzata a garantire un reddito familiare al livello di sussistenza. Le quote assegnate furono di due tipi:

- i poderi: cioè aziende coltivatrici capaci di assicurare un reddito familiare sufficiente;

- le quote integrative:  servivano d'integrazione ad altri redditi.

Le quote, a seconda della qualità della terra, erano di 1° e 2° classe. La quota normale aveva un'ampiezza di 4/5 ha. La quota maggiorata, che spettava a famiglie con almeno cinque figli, aveva un'ampiezza di circa 6 ha. La quota ridotta, che veniva assegnata ai coniugi senza figli, aveva un'ampiezza inferiore ai 4 ha.

Così il piccolo proprietario-contadino, restava totalmente dipendente dall'Ente di Riforma, favorendo in tal modo tutta una serie di operazioni clientelari.

Con la Riforma agraria a livello locale venne, in parte, superata la crisi post-bellica, dovuta alla drastica svolta neoliberista del 1947, che aveva esposto ai meccanismi più disgreganti del mercato molte aziende familiari locali a produzione specializzata, sopravvissute in condizioni di mercato protetto.

2.   LA PRIMA FASE DEL NUOVO INTERVENTO STRAORDINARIO

La Riforma agraria era un aspetto della legislazione che portò alla Cassa per il Mezzogiorno. Tale organismo era finalizzato ad un futuro processo d'industrializzazione dell'intero Mezzogiorno. La Riforma agraria collegandosi direttamente con la Cassa per il Mezzogiorno aveva attivato interventi in diversi settori: dall'edilizia rurale e urbana alle bonifiche, alla viabilità delle aree interne e all'irrigazione.

A livello locale comportò la realizzazione della rete viaria interna e opere di contenimento a seguito della gravissima alluvione del 1951. Tuttavia, sul piano sociale, i risultati furono assai diversi.

Con la Riforma si passò dalla violenza dei proprietari, alla violenza dell'imprenditoria di stampo mafioso. Infatti i grandi proprietari, lasciando le loro terre nelle mani di uomini di fiducia e mafiosi, che compromisero il patrimonio boschivo, diedero vita nelle città al fenomeno dell'abusivismo.

Si assiste così all'inurbamento delle risorse locali, e la conseguente espansione della forza lavoro edile in mancanza di sbocchi occupazionali alternativi, con un crescente esodo dalle campagne dell'entroterra, verso l'area del cosiddetto "triangolo industriale".

3.   LA SECONDA FASE DELL'INTERVENTO STRAORDINARIO

A partire dalla fine degli anni ‘50  si assiste a un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, grazie all'espansione del settore agricolo specializzato e ai crescenti afflussi di spesa pubblica e di mano d'opera, mentre aumenta la subordinazione economica  ai poli dominanti nazionali che con un crescente afflusso di merci e prodotti industriali del Nord a prezzi più competitivi provocava la definitiva crisi dei settori tradizionali della manifattura locale.

L’intervento pubblico negli anni ’60, non legato allo sviluppo agricolo, oltre a servire al controllo sociale, permetteva lo sviluppo di quei settori che interessavano i gruppi economici dominanti, rafforzando il potere locale della nuova classe dirigente. Così il passaggio dalla politica di sussidi aziendali nel settore agricolo alla politica degli investimenti a forte selettività si dimostrò fallimentare e sfociò nella creazione delle cosiddette “cattedrali nel deserto”.

Infatti nei primi anni ’60, la produzione agrumaria diminuì nonostante l'espansione registrata nel decennio precedente, anche a causa delle cooperative agricole create come controllo politico.

Nonostante la legge speciale pro Calabria del 1955, rinnovata nel 1968, che stanziava notevoli fondi per rimboschimenti, regimazione delle acque e consolidamento dei centri abitati dell'entroterra dell'Aspromonte, l'ambiente locale continuava a subire un crescente processo di degrado.

L'entrata dell'Italia nella CEE comportava vincoli sulle quote esportate dei prodotti dell'agricoltura e il completamento della autostrada A3, Napoli-Salerno-Reggio Calabria, potenziava l’afflusso massiccio di merci provenienti dal Nord assieme a un accentuato afflusso d'informazioni, che agiva come fattore destrutturante della "classe socio-spaziale", accelerando il processo di subordinazione e determinando la definitiva disgregazione del sistema territoriale.

La rapida crescita dell'economia italiana negli anni del "miracolo economico" stimolava ulteriormente il massiccio esodo rurale verso l'area industrializzata del paese. Quindi, sia l'industrializzazione "selvaggia" al Nord, sia l'emigrazione "selvaggia" al Sud, si traducevano a livello locale nella definitiva perdita di peso dell'entroterra rurale.

4.   CRISI DEL SETTORE AGRICOLO E NUOVA DIPENDENZA (1951-71)

  Agli inizi degli anni Cinquanta il Comune di S. Roberto era una comunità rurale ancora fortemente arretrata ed isolata. Il capoluogo aveva caratteri tipicamente medioevali, con una struttura antiquata a livello del tessuto urbano, e con un edilizia che conservava elementi di arretratezza.

L'economia era fortemente dominata dalla produzione agricola del fondovalle, ma a partire dagli anni 60, le vicende economiche e sociali, determinarono una riduzione della popolazione attiva in agricoltura che si riversò  nel settore del commercio e delle costruzioni oppure emigrò verso il Nord e l'Europa occidentale, e verso le aree costiere.

In tali anni il rapporto investimenti fissi/risorse disponibili era tra i più bassi e gli incrementi nell'occupazione extra-agricola riguardavano le attività terziarie pubbliche e private, le attività di costruzione e le opere pubbliche: cioè tutti i settori connessi alle risorse pubbliche di origine esterna, cha ha portato nel comune un intenso decremento demografico con un invecchiamento della popolazione e bassi tassi di natalità, infatti dal censimento del 1971 risulta un incremento della popolazione d'età dai 6 ai 14 anni, e una diminuzione delle classi d'età dai  14 ai 25 anni, mentre oltre i 45 anni si ha un deciso aumento.

5.   IL COMPLETAMENTO DEL PROCESSO DI MARGINALIZZAZIONE

Agli inizi degli anni ’70, il paesaggio del Comune rimaneva agricolo e forestale, con una diminuzione dei pascoli, e delle colture boschive nell'area di S. Angelo, dove nel 1968 erano stati attuati interventi forestali finalizzati alla valorizzazione del gravemente degradato ambiente montano.

Ad est, nell'area del Canale della Corte, anch'essa interessata dagli interventi forestali, era caratterizzato da foreste demaniali a prevalenza di seminativi e pascoli, mentre nel fondovalle dalle colture specializzate concentrate tra Bolano ed Acquacalda, con produzione di agrumi, ulivi e viti e, infine, a sud, da colture boschive sopravvissute ai disboscamenti degli anni passati. Accanto al settore agricolo e forestale, vi erano alcune attività economiche di nuova formazione:

6.   CLASSIFICAZIONE DELLE ATTIVITA' ECONOMICHE, 1971

  • Agricoltura: Ditte 1

  • Foreste (industria boschiva, autotrasporto merci, industria edile, stradale, costruzione acquedotti, fognature, strade interpoderali) : Ditte 5

  • Attività trasformatrici annesse ad aziende agricole che lavorano esclusivamente e prevalentemente prodotti propri. Ditte 8

  • Estrazione materiale da cava (estrazione sabbia. pietra e pietrisco da cava, autotrasporto merci, industria edile, stradale, idraulica: Ditte 3

  • Industria molitoria e della pastificazione: Ditte 2

  • Industria idro-minerale e delle bevande anal­coliche industrie del vestiario, abbigliamento, arredamento ed affini 1

  • industria calzature: Ditte 2

  • Industria del legno, del sughero e affini: Ditte 2

  • Officine per lavorazioni e riparazioni meccaniche varie (lavorazione manufatti in ferro, metalli, ecc. e costruzioni edili, concessionarie e rappresentanze in materiali edili, commercio al minuto degli stessi manufatti): Ditte 6

  • Industria della gomma  

  • industrie delle costruzioni  

  • Commercio all'ingrosso  

  • Commercio all'ingrosso prodotti alimentari e bevande  

  • Commercio al minuto  

  • Commercio al minuto di generi alimentari, bevande, tabacchi (trasporto merci con autocarro)  

  • Commercio al minuto di tessuti ed articoli di abbigliamento (scarpe, mercerie ed affini, commercio ambulante, abbigliamento ecc.)  

  • Commercio al minuto di articoli di arredamento,mobili, apparecchi e materiale per la casa.

Negli anni '60 si era andata formando una modesta industria manifatturiera legata ad attività trasformatrici connesse ad aziende agricole e al settore delle costruzioni a livello artigianale Si trattava di attività connesse al settore alimentare, o di imprese di costruzione edilizia, stradali ed idrauliche, con pochi addetti.

Ma già agli inizi degli anni '70 il sistema dipendeva dall’importazione di  prodot­ti di marche conso­lidate a livello nazionale e assicuravano un utile certo che non dava spazio alle iniziative locali, anzi i prodotti locali, specialmente quelli alimentari, venivano scartati a favore dei prodotti etichettati di provenienza esterna. La dimensione dei negozi era limitata o limitatissima con alti costi d'esercizio che venivano scaricati sul consumatore.

Molti ambulanti, offrivano merce a prezzi  superiori di molto  alla media di quelli praticati nelle aree urbano-costiere. L’alto costo delle carni macellate, portava ad un alto indice di macellazione clandestina, o "familiare".

Del resto i centri all'ingrosso erano tutti ubicati nelle città di Reggio e di Villa S. Giovanni. Altre imprese di piccole dimensioni operavano nel settore forestale (industria boschiva), nella molitura delle olive e dei cereali e nella lavorazione meccanica agraria.

Le imprese edilizie si occupavano dello sfruttamento delle cave: spesso prendevano in sub-appalto lavori assunti da imprese di maggiori dimensioni, con sede fuori dal perimetro comunale.

L’eccessivo frazionamento dell'agricoltura era insufficiente ad indirizzare i fattori esistenti verso combinazioni produttive ottimali  e il reddito agricolo era una parte del reddito familiare, proveniente da attività extra-agricole.  Si andava, così, costituendo tutta una serie d'interessi legati alle iniziative pubbliche, alle funzioni sociali ed ai sussidi vari, che ostacolavano il settore agricolo tradizionalmente trainante.

La condizione degli insediamenti evidenziava ancora agli inizi degli anni '70 il carattere rurale delle residenze che si accentuava nelle frazioni minori di Bolano, Colelli e S. Peri, inoltre la presenza di molti alloggi la cui abitabilità per condizione d'igiene e salubrità e per dotazione di servizi era del tutto inadeguata, con un'alta percentuale di abitazioni sfornite di acqua potabile e servizi igienici determinava una situazione precaria.

La più vicina stazione ferroviaria si trovava a Villa S. Giovanni; i collegamenti con l'esterno e all'interno si svolgevano, e a tutt'oggi si svolgono, lungo la strada provinciale Villa S. Giovanni-Fiumara-S. Roberto, oggi con sufficienti condizioni di percorribilità, e la strada provinciale S. Roberto-Melia-Scilla, con diramazioni per i Piani d'Aspromonte e con la SS. 183 (Strada Statale Jonica dell'Aspromonte) attraverso la strada comunale Melia-Aspromonte.

Agli inizi degli anni '70 la deagrarizzazione e l'inurbamento nella città di Reggio portava  ad una ipertrofia del terziario rendendo la città di Reggio centro di consumo e sede di funzioni burocratiche a sostegno  artificioso dell'occupazione.

Inoltre si andava formando una nuova classe definibile come borghesia di Stato che controllava, come tutt'oggi accade, l'afflusso dei finanziamenti Statali e gestiva le opportunità economiche legate agli enti statali, attraverso interessi clientelari. Questo processo di gerarchizzazione nel corso degli anni di intervento straordinario, aveva portato ad una crescita regionale disequilibrata generando, e tutt'oggi si generano, gravi conflittualità sociali, di cui il più acuto era sfociato nei moti di Reggio, 1970/1971, quando il Governo era stato costretto, per sedare la rivolta sociale, ad inviare l'esercito per presidiare la città divenuta ingovernabile.

La rivolta, si collegava all'attribuzione di capoluogo regionale alla città di Catanzaro, anche se la strumentalizzazione politica fatta dai mezzi d'informazione nazionale, e gli aspetti municipalistici, effettivamente esistenti, tendevano a sviare la grave crisi economica e sociale di una città per la quale il "pennacchio" di capoluogo significava solo nuovi posti di lavoro. Già dall'Ottocento la nostra provincia veniva sempre più collocata in periferia,  non solo a scala nazionale, ma anche regionale.

La ricostruzione dello Stato in chiave efficientista, era possibile solo facendo leva su di un ente locale quale la Regione, fornito di poteri legislativi in grado di rompere i processi di accentramento realizzati nel corso della vita politica del paese.

In tale contesto nel 1970 veniva istituita la Regione a statuto ordinario ai fini di un miglior governo di un paese estremamente articolato e profondamente trasformato. Ma all'indomani di tale istituzione si apriva una lunga fase di ritardi e di tensioni tra Regione ed enti locali, soprattutto riguardo ai controlli regionali, riguardo al ruolo della Regione nel finanziamento delle funzioni comunali in materia di competenze regionali e infine riguardo al ruolo della Provincia, quale ente intermedio tra Comune e Regione.  

 

 

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