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DAL 1830 AL 1860

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Società locale - Sanità e istruzione - Territorio e lavori pubblici - I corsi d'acqua - Demografica e lavoro

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 II guerra mondiale

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SOCIETA' E TERRITORIO NEGLI ULTIMI DECENNI DI GOVERNO BORBONICO

  Dopo la fine della dominazione francese, che aveva comunque portato una modernizzazione in campo amministrativo e benefici economici alle casse dello Stato, con la Restaurazione del 1816, fu di nuovo affrontato il problema della creazione di una terza provincia calabrese.

Fu la legge 360 dell’ 1 maggio a sancire l’istituzione della nuova provincia, con sede a Reggio, con il nome di Calabria Ulteriore Prima, costituita dai tre Distretti di Reggio, Gerace e Palmi. Tra i cambiamenti apportati dalla legge, il passaggio di San Roberto dal Circondario di Calanna a quello di Villa San Giovanni, entrambi facenti parte del Distretto di Reggio.

La buona situazione finanziaria ereditata da Murat permise ai Borboni di sostenere senza grosse difficoltà delle spese per i lavori pubblici, le bonifiche e la pubblica istruzione.

Tuttavia la politica doganale, prevedendo molti dazi sull’esportazione, non fu certo di stimolo allo sviluppo economico del Regno.

La politica fiscale, piuttosto mite nelle imposte dirette, portò di contro ad un aumento dei dazi sui generi di consumo, testimoniato dall’odio che la popolazione nutriva nei confronti della figura del gabelliere.

La quotizzazione delle terre, avvenuta rapidamente nel periodo francese, continuò più lentamente nell'epoca borbonica, rallentata e spesso annullata da molti abusi

Le contese locali e particolaristiche s'inasprirono nei primi mesi della Restaurazione. Nella Calabria, più che nel resto del Regno, prevalsero le correnti democratiche, infatti alla vigilia del 1948 vi furono moltissimi moti a carattere libertario, tuttavia la vittoria arrise alle truppe borboniche.

Tali moti furono limitati senza sollevazione generale, anzi la popolazione fu ad essi ostile: i ribelli tutti dalle località dell'entroterra aspromontano, tra cui molti di S. Stefano d'Aspromonte, si riversarono a Reggio ma la loro protesta, del tutto isolata, fu facilmente repressa. Tra i perseguitati per causa politica tra il 1847 ed il 1848, compare un notevole numero di stefanoti e anche diversi abitanti del Comune di S. Roberto.

Per quanto riguarda la loro caratterizzazione sociale, dalla lettura dei documenti risulta comunque una netta prevalenza di elementi di provenienza borghese e piccolo-borghese.

LA SOCIETA' LOCALE

Gli abitanti di S. Roberto, isolati per la carenza di strade dalla costa, vivevano in condizioni sociali ed igieniche estremamente precarie. Le abitazione anguste davano riparo ad uomini ed animali insieme.

L'alimentazione, estremamente semplice, consisteva quasi sempre in erbe ortacee: il pane veniva impastato con farina di castagne e di segale e la carne, alimento diffuso tra le classi agiate così come il pane di frumento, raramente compariva sulla tavola del contadino mentre il vino, consumato dalle famiglie ricche, veniva bevuto soltanto in occasione dei giorni di festa. I cibi comuni, per le classi diseredate, erano quindi i legumi e gli ortaggi che solitamente il contadino coltivava e ricavava dal proprio orto.

La società locale regolata dai canoni del paternalismo, si reggeva unicamente su vincoli naturali, civili e religiosi. La famiglia era la realtà viva con una gerarchia ben definita, all'interno della quale la donna svolgeva un ruolo necessario, pur senza avere alcuna possibilità di decisione autonoma. La società tradizionale, retta dalle regole ancestrali del rispetto, della difesa dell'onore e della rinuncia, portava ad una radicata e profonda rassegnazione.

Il Natale e la Pasqua erano due momenti fondamentali durante i quali l'intera collettività partecipava a riti e preghiere, che condizionavano le attività e le consuetudini quotidiane per lunghi periodi.

Il periodo natalizio iniziava con una serie di funzioni religiose, che si concludevano la vigilia di Natale. Questo periodo di preghiera alla Madonna Immacolata ed al Bambino Gesù veniva chiamato Novena: la prima novena si concludeva il giorno 3 dicembre e la seconda il 25. Le novene si celebravano la sera tardi e la mattina presto per permettere ai contadini, che partivano all'alba e tornavano alla sera di prendere parte alle funzioni.

La vigilia di Natale veniva trascorsa vegliando fino al mattino e il cenone natalizio consisteva in una solenne abbuffata; la notte si ballava e si giocava a carte. Il periodo natalizio era anche il più propizio per le proposte di fidanzamento: spesso i fidanzamenti venivano, combinati da una figura caratteristica delle montagne calabresi che esistente ancor oggi: il "sensale", uomo rispettato da tutti che garantiva sulla serietà della ragazza.

Tra le festività di carattere "profano", particolare rilievo avevano il Capodanno ed il Carnevale, ma ve ne erano molte altre che si collegavano alle scadenze stabilite dal calendario agricolo. Tra queste ultime, una delle più importanti era la "Baccanale" che veniva celebrata 11 novembre, giorno di S. Martino, in cui si mangiava, ci si ubriacava e si ballava.

Alle varie tarantelle partecipavano tutti, comprese le giovani donne, che in questo modo entravano in società. Alle feste citate si aggiungeva tutta una serie di feste "civili" in onore del sovrano e della sua famiglia, come quella per il parto della regina, nel 1838, o per il festeggiamento del 30 maggio, giorno di S. Ferdinando, onomastico del re inutile dire lo spreco che le spese per le feste civili comportavano in un Comune come il nostro, già gravato dalla miseria. Inoltre queste feste, a differenza delle altre, non erano neppure sentite dalla popolazione.

Le donne tradizionalmente portavano una lunga gonna, o "fadetta", coperta da un grembiule, o "fantale", bianco con una balza in fondo. La camicia era bianca ed ornata di merletti: il tutto veniva completato da un gilet, o “corpettu", in velluto nero e da un foulard, o "muccaturi", di raso giallo. Lo scialle nero completava questo colorato costume.

Il costume maschile era quello tipico dei pastori dell'Aspromonte, con pantaloni lunghi fino al ginocchio di fustagno nero, completati da un gilet di uguale colore e da una fusciacca rossa portata alla vita. La camicia era bianca e dei pesanti calzettoni di lana grezza coprivano la gamba fino al ginocchio. Ai piedi calzavano i famosi "calandreddi", calzature di pelle di bue, conciata a mano. Tuttavia erano ben pochi coloro che possedevano queste calzature e solitamente si camminava scalzi. Tradizionalmente gli uomini portavano al collo un fazzoletto rosso e come copricapo una coppola nera o un cappello “a pan di zucchero". 

LE CONDIZIONI SANITARIE E L'ISTRUZIONE PUBBLICA

Nel nostro Comune la società, basata sulla famiglia, non disponeva di un’ associazione di mutuo soccorso nè di Istituti di beneficenza né di ospedali, l'assistenza medica era assai scarsa, gli stessi medici condotti non venivano pagati per parecchi mesi. Inoltre la posizione anfrattuosa del territorio rendeva difficile l’intervento medico nei villaggi più isolati.

Il 29 luglio 1830 Fortunato Cotroneo, chirurgo condotto del Comune di S. Roberto, reclamava presso l'Intendenza poichè, avendo prestato servizio nel Comune da più di sei mesi, ancora non era stato pagato dal cassiere comunale.

Stessa situazione nel 1841, infatti il dott. Giorgio Furci, medico condotto di S. Roberto, lamentava l'esiguità del suo compenso, pari ad un onorario annuo di Ducati 36, del tutto sproporzionato rispetto alle sue fatiche. Risale, infatti, al 1852 il rifiuto del medico condotto di Fiumara, dott. Stella, di continuare ad operare in S. Roberto senza un adeguamento del suo onorario.

Da una lettera scritta all'Intendenza dal Decurionato del Comune, in data 1855, risulta che la comunità di S. Roberto restò del tutto priva di assistenza medica negli anni compresi tra il 1852 ed il 1855; questo mentre le malattie incombevano sulla popolazione a tal punto da richiedere urgentemente la presenza e l'assistenza di personale sanitario.

Tra il 1855 ed il 1859, veniva nominato come medico condotto del Comune di S. Roberto il dott. Santo De Gaetano. In quel periodo l'incidenza delle malattie nel Comune era particolarmente grave, essendo ospedale più vicino quello di Reggio.

La situazione dell’insegnamento era uguale a quella del settore sanitario, sia per il salario, sia per la discontinuità delle nomine del personale, il tutto aggravato dal dualismo tra istruzione ecclesiastica e istruzione laica, dato che il Governo non aveva operato in tal senso scelte definitive.

Infatti il 26 maggio 1838 il Ministero degli Affari Interni stabiliva nuove norme per la nomina dei maestri della scuola primaria, poiché l’aver affidato ai parroci l’incarico si era rivelato inefficace. Si reputò, quindi, necessario incaricare una maestra per ogni Comune.

Tuttavia il provvedimento, a causa del contenimento della spesa pubblica, fu limitato al solo anno 1840. Ciò non ottenne altro risultato che il protrarsi di una pratica che lasciava spazio ad interferenze da parte della curia la quale manteneva la prerogativa di inviare  all'Intendenza le buone referenze richieste sulle persone che si erano proposte per l'incarico di Maestra delle fanciulle nel Comune di S. Roberto.

Il 2 marzo 1841, sempre l'Arcivescovado di Reggio, inviava all'Intendenza la condizione di buona condotta morale e religiosa del sacerdote Don Pasquale Furci, il più idoneo ad essere incaricato come nuovo maestro di scuola nel Comune di S. Roberto.

Per quanto riguarda l'esiguità dei salari, il 3 aprile 1843 Mariangela Sicuri, maestra delle fanciulle nel Comune di S. Roberto, reclamava presso l'Intendenza il mancato pagamento del suo salario, richiedendo un intervento delle autorità al fine di essere pagata dei suoi arretrati.

Non diversa era la situazione per i maestri ecclesiastici, tanto è vero che già il 31 dicembre l839 il sacerdote Furci aveva scritto all'Intendenza che, avendo da 18 anni eseguito la mansione di maestro di scuola nel Comune con l'onorario di 36 Ducati annui fino al 1834, e da quell'epoca in poi di soli 18 Ducati annui, richiedeva di disporre per lui una gratificazione più appropriata alle sue fatiche.

Il 16 settembre 1854 il Sindaco di S. Roberto informava l'Intendenza che l'Economo curato Don Pasquale Furci era stato destituito dal Decurionato dalla carica di maestro di scuola fin dal 1848 e da allora in poi la carica era rimasta vacante ed in conseguenza i giovani "giacevano nell'ignoranza". Quindi si richiedeva urgentemente il reincarico dello stesso sacerdote che negli ultimi anni aveva tenuto un comportamento ineccepibile.

Il 12 agosto 1857 l'ispettore delle scuole del Distretto di Reggio scriveva all'Intendenza che la maestra primaria del Comune di S. Roberto da mesi non si presentava all'esercizio della sua carica ed in conseguenza le ragazze "languivano nell’ozio".

Il 24 febbraio 1858 non era ancora avvenuta la sostituzione della maestra e ciò induceva la Curia Arcivescovile di Reggio a sollecitare il sindaco del Comune e l'Intendenza affinché provvedessero ad una nuova nomina.

Finalmente, il 15 sett. 1858, veniva inviata all'Intendenza una copia dell'atto di giuramento della maestra delle fanciulle, il cui servizio doveva iniziare dall’1 ottobre di quell'anno, dopo quasi due anni di completa mancanza d'istruzione femminile.

Gli anni successivi, il comune e l'Intendenza furono più preoccupate del mantenimento di un efficiente Corpo di Guardia, che dei maestri di scuola.

Il tipo d'istruzione impartita consisteva nel leggere, scrivere e far di conto, a cui si aggiungeva il catechismo e l'insegnamento della dottrina cristiana. In questo periodo l'istruzione scolastica veniva impartita separatamente ed esisteva quindi una scuola maschile ed una femminile, tra loro ben differenziate.

GESTIONE DEL TERRITORIO E LAVORI PUBBLICI

Essendo il Comune di S. Roberto costantemente minacciato dalle piene invernali della fiumara nel 1830 il Sindaco di S. Roberto scriveva all'Intendenza che, a seguito dei danni subiti dall'alluvione del 1827 e dato il rischio di nuovi alluvioni, concedesse l'autorizzazione ad ordinare ai cittadini di prestare un giorno di fatica gratuita e la legna necessaria per costruire degli argini a secco sul fiume.

Tale fenomeno era aggravato dai tagli indiscriminati dei boschi, anche se al controllo dei tagli di legname vi era una guardia forestale. In questo periodo il taglio dei boschi aumentava per la richiesta di legna da ardere e da costruzione;  in più i proprietari d'armenti per compensarsi della perdita dei pascoli del Demanio, un tempo utilizzati e, che in seguito alle quotizzazioni demaniali erano stati adibiti a seminativo,trasformarono a pascolo vaste zone boscose.

Lo stesso comune in mano alla borghesia terriera ed ai proprietari d'armenti, favoriva tali abusi, incurante delle leggi protettive emanate dal Governo e dal Corpo di Polizia, non solo Urbana, ma anche Rurale istituita nel nostro comune.

Le norme in materia prevedevano che gli alberi ad alto fusto potevano essere piantate a una distanza di 8 palmi (= 2,109 m.) l'uno dall'altro o altri tipi di alberi a distanza inferiore ai 4 palmi, con una contravvenzione che ammontava a 15 carlini (10 carlini = 1 Ducato).

Ogni proprietario di animali era obbligato a tenerli riuniti in modo che non errassero nei campi coltivati altrui, con multa di 8 carlini.

Si vietava di bruciare le stoppie ed erbacce prima del 13 agosto. Si vietava la formazione delle cosiddette "saie", nelle contrade Pidima, Aspromonte, S. Giorgio, Forini, Donica, Acquacalda, S. Roberto, Le Anime del Purgatorio, Bolano, Favani, S.Angelo, S. Tecla, S. Peri, Serro il Mulino, Rupila.

In luogo delle "saie" si dovevano formare dei larghi fossi, all'estremità dei fondi, per raccogliere le acque piovane, affinché non scorressero lungo i terreni in pendio, provocandone il franamento. Per i contravventori la multa consisteva in 10 carlini.

Inoltre si proibiva di vendemmiare, fuori periodo stabilito, senza il permesso del Sindaco. Si vietava la costruzione di macchine idrauliche da usare in acque pubbliche, senza il permesso delle autorità amministrative, che dovevano assicurarsi dell'elevazione che si dava alle acque, per non recare danni alle strade pubbliche e alle proprietà vicine, oltre ad assicurarsi sulle condizioni igieniche delle acque stesse. I contravventori venivano multati con 10 carlini.

Per l’uso delle acque per irrigazione dovevano essere osservate delle norme e non si poteva fare arbitrariamente alcuna innovazione. I contravventori venivano puniti con ammenda di 10 carlini e dovevano riparare ai danni per il doppio del loro importo complessivo.

Ciascun proprietario era tenuto, a irrigare i propri fondi dall'alto in basso, gradatamente e con ordine successivo, senza lasciar scorrere l'acqua in mezzo alla pubblica strada.

I contravventori venivano puniti con multa di 10 carlini e, se recidivi, alla detenzione per 24 ore.

Si proibiva di far defluire le acque piovane dal loro corso a danno delle strade; i contravventori venivano puniti con multa di 5 carlini.

Nel 1845 veniva istituita la Guardia Rurale, e l'Amministrazione comunale procedeva alla nomina di un guardaboschi addetto al territorio comunale. Inoltre il Governo aveva stabilito un compenso per chi uccideva animali pericolosi o dannosi all'agricoltura.

Nei centri abitati l'Amministrazione avrebbe dovuto svolgere un'azione di controllo per prevenire abusi. Frequentissimi erano gli abusi di suolo pubblico, a tal punto che nel 1839  si rendeva necessario un intervento di demolizione di alcune logge le quali, occupando la strada, impedivano il transito.

Altri tipici abusi erano quelli sull'uso delle acque pubbliche. Tali abusi resero necessaria una regolamentazione nell'uso delle acque, e nel 1851 il Sindaco del Comune, Antonino Musolino, inviava all'Intendenza il Diritto sulle Acque Pubbliche, indicante i corsi delle acque esistenti nel territorio comunale.

STATO INDICANTE I CORSI D'ACQUA E L'USO DI ESSI NEL COMUNE

  • il numero dei corsi d'acqua esistenti:  3 corsi d'acqua oltre alle sorgive in piccolo, nei fondi dei proprietari

  • il corso e la denominazione delle acque: Fiume S. Roberto che ha origine dalla montagna di Pidima e si scarica nel mare di Catona, al quale si riuniscono il Vallone detto del Piano e di Funica in S. Roberto.

  • uso finora fatto delle acque e da chi si trasse vantaggio per propri fondi: Vennero irrigati i fondi dei proprietari sulle opposte sponde del fiume. Ne avevano tratto vantaggio il fu cav. Antonino Melissari di Reggio ed il fu don Antonio Pensabene (oggi eredi) che aumentavano le colture.

  • quale uso si poteva fare delle acque per vantaggio del Comune: Edificazione di un mulino.

Gli abusi e le frodi erano pratica normale, infatti molti erano i reclami della popolazione contro irregolarità svolte dall'Amministrazione stessa del Comune per la gestione del territorio.

Tanto che il 14 luglio l858, il Sindaco Vincenzo Filocamo fu stato costretto a destituire il Decurionato ed a richiederne la sostituzione con persone oneste.

Oltre ai membri delle Amministrazioni comunali anche i parroci e gli uomini di Chiesa approfittavano per frodare la collettività, a causa della scarsa efficacia delle leggi vigenti.

Gli unici lavori pubblici del periodo, riguardavano la costruzione del cimitero, peraltro obbligatorio per legge i cui lavori durarono ben 20 anni, ed interventi sulla dissestata strada di S. Peri i cui lavori furono assai inferiori alle esigenze della popolazione.

DINAMICA DEMOGRAFICA E FORZA-LAVORO

Dal 1765 in poi nel Regno di Napoli erano cominciate le numerazioni della popolazione per Parrocchie, Comuni e Province.

Solo con l'arrivo dei Francesi, dal 1806 venne riordinato radicalmente il servizio di statistica della popolazione.Nel 1852 vennero create le Giunte Circondariali di statistica.

I documenti rilevano che nella Provincia di Reggio si è avuto un incremento demografico a partire dal 1820. Prima del 1861 vi furono scarsi flussi migratori e le migrazioni interne, quando sussistevano, avevano perlopiù carattere temporaneo in occasione della semina e raccolta dei prodotti agricoli, etc.

La popolazione nel Comune di S. Roberto si mantenne stazionaria fino al 1835, mentre aumentò di circa il 25% al 1861, con una netta prevalenza femminile su quella maschile.

La forza lavoro nel comune in questo periodo è classificata in 9 gruppi:

  • Possidenti = coloro che vivevano del solo prodotto della loro proprietà;

  • Impiegati ad arti liberali = medici, chirurghi, speziali, avvocati, ingegneri, maestri di scuola, pittori e scultori di prim'ordine;

  • Clero secolare

  • Clero regolare

  • Basso clero;

  • Contadini = uomini di campagna che vivevano lavorando la terra in qualunque modo, avendo compiuto i 15 anni di età;

  • Boscaioli = in alta percentuale

  • Artisti e domestici = tutti i mastri lavoranti di qualunque arte e le persone addette ai mestieri servili, di 15 anni compiuti;

  • Marinai e pescatori;

  • Mendici = coloro che vivevano mendicando, sia perché non avevano alcuna arte e sia perché avevano smesso di esercitare  quella  che avevano.

Nel nostro Comune così come in Calabria, la categoria dei mendicanti è quella che registra il più evidente incremento e che presenta caratteri comuni all'odierna disoccupazione, mentre nel contempo vi è un incremento nella categoria dei contadini, negli addetti alle arti meccaniche, artigiani e lavoranti, ma un immobilismo nella categoria dei possidenti.

Tra questa categoria ed il blocco contadino ed artigiano è da collocare il clero, rappresentato da preti e monache, che registrano un modesto incremento.

 

 

 

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