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Scilla, cittadina millenaria,  ha le sue pagine d'oro nella letteratura.

La fama di Scilla, con tutte le sue drammatiche vicende, interessò quasi tutti gli scrittori e poeti greci e latini tanto che più tardi il Fiore poté asserire che "il nome di Scilla è assai celebre nei fogli dei Poeti e degli Istorici così che par non sappiano e scrivere e favellare senza far raccordo di lei ".

E non soltanto gli antichi scrittori ma anche i moderni, dal 500 al 700, dal Barrio a Tommaso Aceti, allo stesso Fiore, a Sertorio Quattromano, al Marafioti ed altri, anche stranieri, in visita per l'Italia, si occuparono di Scilla e del suo meraviglioso paesaggio.

E di Scilla Omero, il principe dell'epopea, aveva cantato: 

Nel mezzo, volta all'occidente e all'orco

S'apre oscura caverna, a cui davanti

Dovrai ratto passar; giovane arciero,

Che dalla nave disfrenasse il dardo

Non toccherebbe l'incavato speco.

Spaventosa una testa, e nelle bocche

Di spessi denti un triplicato giro.

E la morte più amara in ogni dente.

Con la metà di sè nell'incavato

Speco profondo ella si attuffa, e fuori

 

Scilla ivi alberga, che moleste grida

Di mandar non ristà. La costei voce

Altro non par che un gaiolar perenne

Di lattante cagnuol: ma Scilla è atroce

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Dodici ha piedi, anteriori tutti.

Sei lunghissimi colli, e su ciascuno

Sporge la testa, riguardando intorno.

Se' delfini pescar, lupi, o alcun puote

Di quei mostri maggior, che a mille a mille

Chiude Anfitrite ne' suoi gorghi e nutre,

Nè mai nocchieri oltrepassaro illesi:

Poichè quante apre disoneste bocche,

Tanti dal cavo legno uomini invola.

 

 E Ovidio:

Il fianco e il ventre di latranti cani

... si cinge, e di donzella ha il volto;

E, se purtroppo non mentiro i vati,

Donzella un tempo fu: da molti proci

Chiesta, tutti sprezzò, cara alle ninfe

Del mar, sovente a visitarle andava

Nelle lor grotte, e a raccontar per giuoco

Dei giovanetti le deluse brame.

 

 E Virgilio:

Sul fianco destro è Scilla.

Sul manco è l'implacabile Cariddi:

……………………………………..

Nelle cieche latèbre d'uno speco

Sta colla bocca spalancata Scilla.

Intenta a trar le navi in mezzo ai sassi.

Ha di leggiadra vergine le forme

Dal capo insino al pube, in tutto il resto

E' un gigantesco pistrice, che innesta

Ventre di lupo a code di delfino.

E' meglio ……… girar tutta

L'isola…………

Che una volta mirar nel vasto speco

L'informe Scilla, e gli ululanti scogli

D'alti latrati dei cerulei cani.

e ancora Tucidide, Plinio, Polibio, Eustazio, Cicerone e tanti e tanti altri scrittori, cantarono la favola, la leggenda, il mito, la storia, la geografia di

Scilla, che dal suo speco in sulla vetta

L'armento insidiò Gerioneo ,..

 

Licofrone di Calcide nella tenebrosa "Cassandra", domandando:

Quanti l'empia Cariddi, e la rabbiosa

Scilla non vorerà?

 

ed affermando l'immunità di Ulisse:

Altri per l'onde Libiche vaganti,

Alle inospiti Sirti, e là sbalzati,

Dove delle Sirene i dolci  canti.

E dove gli Scillei s'odon latrati.

Tutti, tra ciechi scogli, e dal marino

Profondo gorgo assorti, e lacerati.

 

Morranno, fuorchè un sol, che del divino

Palladio rapitor, sculto ed inciso

 

Il mito di Scilla, nato dalle paure degli antichi navigatori mediterranei, generò addirittura un culto da tributare alla temibile dea, onde placarne l'ira micidiale.

Una volta placata, la numinosa Scilla li avrebbe salvaguardati dai voraci gorghi, dai gravi pericoli dalle tempeste, da atroce morte, dai predoni del mare.

 Questo corale stato d'animo germinò necessità culturali, espresse in rappresentazioni della immagine di Scilla incisa su oggetti sia di uso domestico, sia della vita di relazione economico-sociale.

Le antichissime monete di Cuma hanno al diritto la testa di Glauco ed al rovescio la figura di Scilla, mentre in quelle di Turio e di Eraclea, il casco di Pallade è decorato da una grande figura di Scilla.

Monete, sigilli, ritoni, lucerne, elmi sarcofagi, mensole, tavoli, mosaici sono una ricca iconografia, restituitaci ad opera di scavi archeologici.

 Tali reperti, di diverse epoche storiche, sono custoditi in musei della Grecia, dell'Inghilterra; in Italia li possiamo trovare a Firenze, Chiusi, Napoli, Roma.

Nella maggior parte di tali reperti iconografici, predomina la simbologia delle cagne latranti, uscenti dall'inguine di Scilla.

Questo particolare ha suggerito al Barrio che sotto la figura del mito si nasconda quella di una donna licenziosa, la quale attirava, avviliva, disorientava i naviganti.

 

Più tardi sparirono le bocche latranti e rimasero le code. In tale sembianza fu assunta quale stemma della nostra Università: la Scilla per metà donna, per l'altra metà con due code rivolte verso l'alto e trattenute dalle mani della stessa: al di sopra del capo una corona nobiliare.

 Le raffigurazioni della leggiadra Scilla, luminosa per gli antichi navigatori, non si limitano alla iconografia prodotta nei vari secoli antichi, giacché ne esiste un'altra consistente in stampe, opera soprattutto di disegnatori stranieri.

Nicola Leoni iniziò l' XIII capitolo degli "Studii Istorici su la Magna Grecia e su la Brezia" con questi versi:

 Così passammo la crudele Scilla,

Dove l'acqua ritrosa par che riddi.

Nel nostro secolo, Luigi Morselli ha scritto un bel dramma, "Glauco" nel quale fa rivivere l'antico mito di Scilla, ma non più mostro, bensì essere umano.

 Il bel dramma, rappresentato nello scenario il più opportuno possibile, perché ritenuto quello in cui si era svolto,  la Marina Grande di Scilla, assunse un interesse particolare.

Nel momento culminante della rappresentazione, l'approdo di Glauco sulla sua splendida nave, fece assumere toni reali alla scena, giacché la nave, pilotata attraverso il mare vero, da  marinai scillesi, conferì alla rappresentazione la massima suggestione possibile.

Lo scillese, Pino Rodà, dotato d'interesse artistico, compose un "musical", trattando, con accenti umani, l'argomento famoso del mito di Scilla, non piú mostro, ma reale fanciulla, il cui umanissimo amore per Glauco le impose molti sacrifici fino all'accettazione dell'ultimo, la morte.

Sofia Alessio, il famoso latinista calabrese, dedicò dei versi  per ricordare i teneri amori di Glauco e Scilla. Un altro grande latinista reggino, Diego Vitrioli, compose un poemetto dedicato a Scilla e al pesce, lo Xiphias. In esametri latini di squisita fattura,  da lui stesso tradotti in lingua italiana,  egli canta le sequenze drammatiche determinate dalla pesca del pesce spada, operata dai nostri marinai press'a poco con lo stesso metodo - del quale ci ha lasciato ricordo Polibio usato dai Tirreni e dai Greci.

Di essi si conservano ancora alcune espressioni linguistiche, grandemente corrotte nell'uso comune dei marinai.

Prima ancora del Vitrioli aveva avuto modo di godere di tale spettacolare pesca il gesuita napoletano Niccolò Partenio Giannatasio, insegnante di scienze nel Collegio del capoluogo. Egli fu un latinista famoso tanto da essere definito dal Can. Minasi "Virgilio Partenopeo " per " la eleganza e la fluidità del verso".

 Ne1168 fu invitato dal principe scillese don Francesco Maria Ruffo, perché assistesse, dal castello, alla pesca del pesce-spada e quindi gustasse la prelibata preda, quella preda che ben valeva una composizione latina.

Il Giannatasio accettò l'invito e, ispirato da tutto l'insieme di mare e pesci, compose un poema in esametri latini dal titolo "Halieutica", che dedicò al suo mecenate, il principe don Carlo de Cardenas.

Il libro è un inno al pesce spada.

 Il popolare cantante, Domenico Modugno, incantato dallo splendore del paesaggio, compose una canzone ispirandosi alla leggenda del pesce spada che, spinto dall'amore per la femmina, ch'egli segue, e della quale va in cerca anche quando essa viene colpita a morte, sembra non si preoccupi più di morire.

Un omaggio a tale pesce, legato al paesaggio, vuole essere il bronzo che lo rappresenta abbracciato da un giovane pescatore e utilizzato per ornare la fontana posta in fondo alla via panoramica.

Ultima la compianta Clara De Franco che ha scritto per ben 2 volte la storia di Scilla e numerose altre  opere, nonchè  appassionata estimatrice delle bellezze "scillei".

 

 

 

 Sk

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