Il mito di Scilla, nato dalle paure degli
antichi navigatori mediterranei, generò addirittura un culto da
tributare alla temibile dea, onde placarne l'ira micidiale.
Una volta placata, la numinosa Scilla li
avrebbe salvaguardati dai voraci gorghi, dai gravi pericoli dalle
tempeste, da atroce morte, dai predoni del mare.
Questo
corale stato d'animo germinò necessità culturali, espresse in
rappresentazioni della immagine di Scilla incisa su oggetti sia di uso
domestico, sia della vita di relazione economico-sociale.
Le
antichissime monete di Cuma hanno al diritto la testa di Glauco ed al
rovescio la figura di Scilla, mentre in quelle di Turio e di Eraclea, il
casco di Pallade è decorato da una grande figura di Scilla.
Monete, sigilli, ritoni, lucerne, elmi sarcofagi, mensole, tavoli, mosaici sono
una ricca iconografia, restituitaci ad opera di scavi archeologici.
Tali
reperti, di diverse epoche storiche, sono custoditi in musei della
Grecia, dell'Inghilterra; in Italia li possiamo trovare a Firenze,
Chiusi, Napoli, Roma.
Nella
maggior parte di tali reperti iconografici, predomina la simbologia
delle cagne latranti, uscenti dall'inguine di Scilla.
Questo particolare
ha suggerito al Barrio che sotto la figura del mito si nasconda quella
di una donna licenziosa, la quale attirava, avviliva, disorientava i
naviganti.
Più tardi sparirono le bocche latranti e
rimasero le code. In tale sembianza fu assunta quale stemma della nostra
Università: la Scilla per metà donna, per l'altra metà con due code
rivolte verso l'alto e trattenute dalle mani della stessa: al di sopra
del capo una corona nobiliare.
Le
raffigurazioni della leggiadra Scilla, luminosa per gli antichi
navigatori, non si limitano alla iconografia prodotta nei vari secoli
antichi, giacché ne esiste un'altra consistente in stampe, opera
soprattutto di disegnatori stranieri.
Nicola
Leoni iniziò l' XIII capitolo degli "Studii Istorici su la Magna
Grecia e su la Brezia" con questi versi:
Così
passammo la crudele Scilla,
Dove
l'acqua ritrosa par che riddi.
Nel nostro secolo, Luigi Morselli ha
scritto un bel dramma, "Glauco" nel quale fa rivivere l'antico mito di
Scilla, ma non più mostro, bensì essere umano.
Il bel dramma, rappresentato nello
scenario il più opportuno possibile, perché ritenuto quello in cui si
era svolto, la Marina Grande di Scilla, assunse un interesse
particolare.
Nel momento culminante della
rappresentazione, l'approdo di Glauco sulla sua splendida nave, fece
assumere toni reali alla scena, giacché la nave, pilotata attraverso il
mare vero, da marinai scillesi, conferì alla rappresentazione la
massima suggestione possibile.
Lo
scillese, Pino Rodà, dotato d'interesse artistico, compose un
"musical", trattando, con accenti umani, l'argomento
famoso del mito di Scilla, non piú mostro, ma reale fanciulla, il cui
umanissimo amore per Glauco le impose molti sacrifici fino
all'accettazione dell'ultimo, la morte.
Sofia
Alessio, il famoso latinista calabrese, dedicò dei versi per
ricordare i teneri amori di Glauco e Scilla. Un altro grande latinista
reggino, Diego Vitrioli, compose un poemetto dedicato a Scilla e
al pesce,
lo
Xiphias. In esametri latini di squisita fattura, da
lui stesso tradotti in lingua italiana, egli canta le sequenze
drammatiche determinate dalla pesca del pesce spada, operata dai nostri
marinai press'a poco con lo stesso metodo - del quale ci ha lasciato
ricordo Polibio usato dai Tirreni e dai Greci.
Di essi si conservano ancora alcune espressioni linguistiche,
grandemente corrotte nell'uso comune dei marinai.
Prima ancora del Vitrioli aveva avuto modo di godere di tale spettacolare
pesca il gesuita napoletano Niccolò Partenio Giannatasio,
insegnante di scienze nel Collegio del capoluogo. Egli fu un latinista
famoso tanto da essere definito dal Can. Minasi
"Virgilio
Partenopeo " per
" la eleganza e la fluidità del verso".
Ne1168
fu invitato dal principe scillese don Francesco Maria Ruffo, perché
assistesse, dal castello, alla pesca del pesce-spada e quindi gustasse
la prelibata preda, quella preda che ben valeva una composizione latina.
Il Giannatasio accettò l'invito e,
ispirato da tutto l'insieme di mare e pesci, compose un poema in
esametri latini dal titolo
"Halieutica",
che dedicò al suo mecenate, il principe don Carlo de Cardenas.
Il libro è un inno al pesce spada.
Il
popolare cantante, Domenico Modugno, incantato dallo splendore
del paesaggio, compose una canzone ispirandosi alla leggenda del pesce
spada che, spinto dall'amore per la femmina, ch'egli segue, e della
quale va in cerca anche quando essa viene colpita a morte, sembra non si
preoccupi più di morire.
Un
omaggio a tale pesce, legato al paesaggio, vuole essere
il bronzo che lo rappresenta abbracciato da un giovane
pescatore e utilizzato per ornare la fontana posta in fondo alla via
panoramica.
Ultima
la compianta Clara De Franco che ha scritto per ben 2 volte la
storia di Scilla e numerose altre opere, nonchè appassionata
estimatrice delle bellezze "scillei".