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Due marinai seduti sul banco centrale manovravano
due remi, più lunghi del luntre, fissati all’estremità di un’asse, detta
croce, situata ai piedi dell’albero. A poppa altri due marinai, in
piedi, davano la spinta all’imbarcazione con due remi più corti.
La prua era il posto del ramponiere, ossia il vero e
proprio cacciatore, armato di un arpione, lungo circa quattro metri e
mezzo, munito di una punta di ferro che si apriva appena entrata nel
corpo del pesce, il quale, una volta dissanguato, veniva issato a bordo
della piccola imbarcazione e ricoperto con riguardo per essere protetto
dal sole. Questa
agonia
dell’animale offre tuttora agli osservatori uno spettacolo
affascinante poiché la pelle dell’animale cambia tonalità alternando
colori intensi a colori leggeri che vanno dal blu all’argento o dall’azzurro
al grigio.
Questo
sanguinoso scontro tra l’uomo e il pesce, in cui i protagonisti
mettono in gioco la propria abilità e la propria forza, ha fatto sì
che sin dai tempi remoti si parlasse di caccia e non di pesca.
Oggi le
tecniche antiche sono state sostituite da sistemi volti ad ottenere il
massimo del profitto commerciale e che fanno leva soprattutto sulla
barca
a motore.
Il
luntre è stato sostituito dalla passerella e, di conseguenza, si è
modificato il sistema di avvistamento-inseguimento: il fiocinatore,
dalla lunga passerella avvista il pesce e con grande maestria scaglia l’arpione. La
potente imbarcazione è dotata di un albero alto più di trenta metri,
in cima al quale un marinaio svolge il duplice compito di avvistatore e
di timoniere.
Gli
originari posti di avvistamento sono stati, quindi, abbandonati e la
caccia al pesce spada, dopo duemila anni ha rotto ogni legame con la
terraferma, anche se l’introduzione dei mezzi più veloci non ha
modificato i principi tecnici che regolano l’inseguimento e la cattura
del pesce, così come altri rituali rigorosamente tramandati e
rispettati, tra i quali l’incisione di una croce che il pescatore fa
con le unghie della mano vicino all’orecchio destro del pesce, che
rendono la caccia un evento spettacolare, ricco di tradizioni, emozioni,
colori e costumi di un popolo abituato a condividere col mare la propria
vita.
L’ultima
invenzione, le spatare, imbarcazioni di notevoli dimensioni, capaci di
spingersi in alto mare e di pescare, con reti lunghe migliaia di metri,
un ingente numero di pesci spada, insieme ad altri pesci, è stato
vietato da alcune norme della CEE, che hanno indotto i pescatori a
riprendere l’antica tecnica della caccia, sistema sofisticato e
complesso tramandato fin dai tempi dei Fenici e fondato sull’avvistamento,
sulla conoscenza minuziosa del comportamento del pesce e, soprattutto,
sul rispetto della natura. Toponimi
Molti
termini usati dai pescatori mentre si cimentano nell’ardita caccia del
pesce spada, hanno la loro origine nella lingua latina e in quella
greca.
Dal
latino linter (barca, navicella) deriva lontre,
imbarcazione caratteristica e veloce, utilizzata durante la caccia.
Con tale significato
linter è citato da Cicerone, nel
Bruto, riferito ad un oratore che durante i suoi discorsi si dondolava
come se parlasse da una barca. Lo
ritroviamo in una elegia di Tibullo “in liquida nam tibi linter aqua”.
Di
origine latina è anche la
draffinèra, ossia un arpione fornito
di due alette e di una estremità piatta lanceolata. Dalla radice
rapto,
che significa afferro, derivano i termini dialettali
arraffare e
raffa-raffa,
il cui significato riconduce a quello di
draffinèra.
Colui
che, invece, costruisce l’arpione si chiama
ferrara, da cui
probabilmente sarà derivato il cognome Ferrara, molto diffuso nella
zona. L’origine latina del termine è da ricercare in
officina
ferraria, ossia il laboratorio dove l’arpione viene costruito.
Chi,
invece, ha il compito di avvistare la preda in cima all’albero, lungo
anche 20 metri, è il
farere. E’ facilmente rinvenibile nella
parola la radice
faro e la desinenza ere, che indica il
lavoro svolto sul faro.
Puddicinedda
è, invece, il pescato del pesce spada ancora giovane. Il termine, che
ha il suo corrispettivo dialettale in
puddicineddara, deriva dal
latino
pullus, cioè piccolo.
Nella
lingua greca trova origine la voce stessa di pesce spada,
xiphias,
che significa spada.
I
primi a parlare di questo pesce sono stati, infatti, i greci antichi
come Aristotele, Anchestrato e Polibio. La stessa radice
xiphos
si può notare nel termine dialettale
zipangolo
(anguria lunga).
L’aggiunta del diminutivo latino
anculus dà al termine
dialettale il significato di piccola spada.
Ancora
di origine greca è la voce
calòma, che indica il dare corda ed
ha come radice il verbo
chalao che significa allentare, calare le
reti: è evidente il riferimento al termine corda. Anche
palamidara, che è la rete che viene usata nella pesca con la
fiocina, si rifà al verbo greco
palàio
(lotto, combatto) da cui
deriva anche il termine
palame, che indica il pugno, ossia la
presa nella lotta.
Dal
gesuita Atanasio Kirker, che nel 1638 partecipò ad una battuta di
pesca, furono registrati alcuni termini di origine bizantina:
stinghè
(a terra);
manosso (fuori), dove osso è l’avverbio
exo
che vuol dire, appunto, fuori;
manano
(sopra);
mancato
(sotto). Nelle
ultime tre parole si ripete il prefisso
man che ha il senso
direzionale di verso.
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