per centododici
tarì d'oro, dai coniugi Niceta e Maria Peristeri, un podere che confinava
con tutti quelli già posseduti dal Monastero.
Ciò
risulta da una pergamena, stilata in lingua greca, tradotta e pubblicata
dal coltissimo professore Salinas, direttore del Museo Nazionale di
Palermo, nel 1881.
Da
tale atto di compra-vendita risulta che il podere acquistato era
limitante con il torrente Ptelea, la vigna e la casa insieme ai poderi
del Monastero, che si stendevano, in conseguenza, dall'aia di Molochà
fino al mare.
Dunque tali poderi stavano sulla terra ferma, non su di
un'isola.
E allora possiamo congetturare che il termine di «isola Strofaria» fosse soltanto convenzionale, non reale, ed in tal caso
volesse indicare tutta la zona del Pechì, la quale toccava il tratto di
mare pieno di scogli, quasi selvaggio nell'aspetto, che a loro poteva
ricordare i medesimi attributi negativi delle isole Strofadi l'antica
dimora delle rapaci mitiche Arpie sulla maggiore delle quali
esisteva un Convento di origine bizantina come il loro e dal quale,
anzi, essi stessi potevano essere provenuti.
In
tal caso, l'espressione del diploma papale, che vuole determinare i
possedimenti dei Frati non tassabili e li pone «intrainsulam de
Strofaria» sarebbe esatta.
Altrimenti, se l'isola Strofaria indicava
soltanto uno scoglio isolotto, sul quale non potevano essere contenuti i
vasti poderi dei Frati, allora dobbiamo supporre che l'estensore del
diploma, non avendo contezza della situazione dei luoghi, potè
erroneamente credere che tali possedimenti fossero ubicati sulla stessa
isola dalla quale i Frati prestavano assistenza ai naviganti in
difficoltà.
Inoltre,
dato che i Frati avevano chiesto di essere dispensati dal pagamento di
tributi per una piccola parte soltanto, quella del Pechì, mentre
possedevano vaste estensioni sui Piani della Melia e a Solano, alle
quali, nel 1074 il normanno Ruggero aveva aggiunto, come nuova donazione
un grande bosco denominato "Le Forche", pure a Solano, è giusto
riconoscere la loro discrezione.