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Scilla
fu interessata dalle invasioni barbariche soltanto con l'arrivo dei Vandali,
provenienti dal mare, i quali, comunque, nelle loro scorrerie, risparmiarono
la grandiosa fortezza.
Successivamente
la Calabria, almeno in parte, venne sottratta ai barbari dai Bizantini, che
riconquistarono le nostre terre all'Impero d'Oriente, che diffuse nell’Italia Meridionale la
civiltà bizantina. In conseguenza l'organizzazione della vita
sociale, secondo la legislazione giustiniana, le credenze religiose della
Chiesa d'Oriente, gli usi, i costumi, la cultura, la lingua, diffusi in
Calabria, improntarono la vita sociale degli abitanti meridionali che si avviarono
così a superare l'imbarbarimento determinato dalle invasioni.
A
quell'epoca si godeva di un certo benessere, frutto degli attivi traffici
commerciali con l'Oriente, che furono sospesi a causa, appunto, delle
scorrerie saracene.
Pare
che alcuni frati, profughi da
Messina occupata dai saraceni, avessero ottenuto dall'imperatrice Teodora di
fondare un monastero sulla rocca fortificata di Scilla.
Essi abitarono, quindi,
sulla rocca dove costruirono
il loro convento con annessa la Chiesa di San Pancrazio, poi distrutta dal
terremoto del 1783.
L'opera
di tali Monaci, che vennero detti Basiliani, anche se Basiliani non
erano, fu, nei confronti del popolo scillese molto commendevole.
Essi
appartenevano alla schiera dei Monaci italo-greci, che in Calabria
fondarono molti monasteri, tanto da costituire delle vere "Laure".
Oltre
all’incoraggiamento agli agricoltori scillesi, questi fraticelli
compivano opera di civilizzazione del popolo, di istruzione religiosa,
di assistenza caritativa per i bisognosi.
Da un diploma del Papa Onorio III, in data 5 luglio 1223 apprendiamo, che i Frati prestavano
assistenza caritativa, continua ai marinai e ai naufraghi, dall'isola
detta
"Strofaria",
esistente tra Scilla e Cariddi.
Per tale
opera, il Papa li dispensava dal pagamento delle collette per la Terra
Santa, delle decime sulle loro tenute che possedevano "intra insulani de Strofaria" nonché sulle
elemosine erogate dai fedeli.
I
barbari continuarono però a contrastare i Bizantini, i quali, divisi
tra Oriente ed Occidente, non riuscivano sempre a proteggere le
popolazioni calabresi, che, frequentemente, rimasero in balia degli
invasori.
Così avvenne a proposito delle scorrerie dei Saraceni, i
quali imperversarono sulle nostre coste ininterrottamente dal VII all'XI
secolo.
Particolarmente feroce fu la scorreria del 1001, operata da Musa, emiro di
Messina.
Egli, andando oltre le disposizioni date dal Califfo d'Africa nel nostro
paese, fece arbitrariamente centoquarantasette schiavi e un bottino in
danaro e oggetti preziosi, con i quali riempì dieci casse.
Alla feroce scorreria di Musa, seguì l'occupazione del 1033, che, per
fortuna, non durò a lungo, poichè tre anni dopo, ad opera
dell'imperatore Michele IV Plafagono, le nostre contrade tornarono ai
Bizantini.
Questi ultimi però, nel 1060, dovettero lasciarle definitivamente,
travolti dalla potenza dei Normanni. Questi nuovi invasori, guidati da
Roberto e Ruggero il Guiscardo, sottomisero tutti i castelli di
Calabria. Quello di Scilla però, fortificato, com'era, resistette a
lungo.
Alla fine i Greci, che vi si erano asserragliati, consumate tutte le
vettovaglie, dovettero arrendersi.
Roberto
vi stabilì un presidio al comando di un tal Costa Condomicita, e Scilla
divenne una loro piazza d'armi.
Inoltre, Ruggero sottopose la parrocchia
al Sacro Romano Impero, sottraendola dalle dipendenze di Bisanzio per
farla passare a quelle del SS. Salvatore di Messina.
Questi nuovi
barbari, valorosi, scaltri e intelligenti, dovettero esercitare un forte
ascendente sui Calabresi, forse perché essi combattevano contro i
Saraceni.
Molti giovani, infatti, anche Scillesi, costituirono delle
valide schiere che si coprirono di valore nella guerra condotta dai
Normanni contro i Saraceni, i quali, per merito degli uni e degli altri,
furono sconfitti.
Nel 1074 gli abitanti di
Scilla ottennero dal
Conte
Ruggero grandi favori, privilegi e franchigie che li
esentavano dal pagamento di qualunque tributo per i traffici
commerciali.
Tali favori vennero confermati più tardi, nel 1412, da un diploma concesso dal re Ladislao, e, nel 1421, ancora da un
altro diploma della regina Giovanna.
E ancora dopo, nel 1451, da parte di Alfonso d'Aragona: nel nuovo
diploma, a favore degli Scillesi, è fatta menzione dei due diplomi
precedenti.
Nel
1104 Ruggero II concesse beni e immunità al monastero di San Pancrazio,
elargendolo di grandi privilegi.
Frattanto, nel 1255, la rocca fu
ancora fortificata da Pietro Ruffo conte di Catanzaro per ordine di
Manfredi, succeduto a Federico. Per ordine di lui vi fu posto anche un
presidio durante la guerra tra questi e Corradino.
Alla
fine del dominio svevo, nel 1266, Scilla e il rimanente territorio
divennero teatro delle lotte di predominio tra gli eserciti degli
Aragonesi e degli Angioini, a causa della famosa guerra del Vespro.
Ed
essendo Scilla piazza d'armi, dopo Reggio, fu il paese più devastato
dalle imprese di tali eserciti. Ne conseguì un gravissimo
impoverimento. Ma gli Scillesi non tardarono a ritornare ai loro
traffici.
Durante le guerre del Vespro, i nostri antenati parteggiarono per
gli Aragonesi e odiarono gli Angioini; tanto li ritenevano perversi da
usare l'espressione "faccia i 'ngiuinu" per bollare persone non
dabbene. In quel periodo sembra che i monaci di S. Pancrazio
esercitassero l'ufficio di castellani.
Finchè,
nel 1421, un De Nava, cavaliere ed armigero maggiore del sovrano Alfonso
D'Aragona, fu investito della proprietà della rocca scillese: con
vassalli, pertinenze e giurisdizioni, si dette inizio alle pene degli
Scillesi.
Il
De Nava frattanto prese possesso della rocca e la
trasformò
in castello, crediamo dopo la partenza dei Frati, che si
presume avvenuta non prima del 1424.
Ciò è provato dai documenti
prodotti dai nostri antenati: nella causa intentata ai feudatari,
risulta che i marinai scillesi ottemperarono alla prestazione del
pesce-spada, nella quantità occorrente alla mensa dei Frati, fino
all'anno 1424.
Secondo alcuni il
De Nava si dichiarò abusivamente successore impossessandosi dei loro
beni.
Questo castellano non solo trasformò il convento in castello, ma
accrebbe le fortificazioni, sicché la rocca divenne un valido centro di
resistenza.
Ferdinando
II, morto Consalvo De Nava, confermò la castellania a suo figlio
Gutterra, il quale nel 1485 partecipò, assieme al figlio alla Congiura dei Baroni ma
l'anno successivo accusati entrambi del reato di
"fellonia" si videro sequestrare i beni.
Gli scillesi,
frattanto, tornati ai loro traffici commerciali, non mancavano di
chiedere la conferma dei privilegi, già ottenuti in precedenza, ai nuovi sovrani.
Li richiesero a Ferdinando il Cattolico, il quale li concesse in data
del 29 settembre 1459, mediante un diploma che li confermava liberi ed
esenti nell'esercizio dei loro negozi.
Altrettanto fecero con Carlo V,
al quale non chiesero soltanto la conferma dei privilegi, ma persino il
suo autorevole intervento presso il Feudatario, affinché diminuisse le
aumentate pretese e si comportasse verso di loro con la stessa
benevolenza usata dai predecessori Gutterra e Manunzia.
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