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Inoltre studi avanzati e scavi
recenti sembrano confermare la reale presenza sotto la terra
scillese di una gigantesca grotta naturale, soggetta a pressioni
fortissime e con estromissione e intromissione di acqua marina.
Tali fenomeni sono, dunque, la
causa del forte risucchio per il quale le navi degli antichi
navigatori si sfracellavano contro la scogliera.
D’altro canto gli studi moderni
offrono risposte scientifiche anche in merito al misterioso suono
che echeggia in questo tratto di costa e che gli antichi
attribuivano al canto ammaliante delle sirene.
In base a nuove scoperte, infatti,
l’enorme grotta naturale sembra collegarsi, tramite una serie di
cuniculi naturali, ad altre grotte minori, le cui bocche per la
forte pressione delle acque generano correnti d’aria che ci regalano
l’armonioso e mitico canto.
Il mondo antico, che non possedeva
ancora certezze, leggeva in questi fenomeni volontà sovraumane e
malefiche, pronte a colpire i navigatori imprudenti che osavano
sfidare le forze del mistero.
L’alone di mistero che circondava
questi fenomeni naturali ossessionava le menti dei marinai che
frequentavano questo tratto di mare, alimentando nuove fantasie
dall’odore di sangue e di morte, che celebravano la tragedia di
Scilla costretta in una condizione di mostruosità dalla perfida
Circe.
E’ così che il mito del «Monstruum
Scyllaeum», flagello delle misere genti, si colora di nuove
terribili immagini e la creatura mostruosa da vittima innocente,
indotta alla perfidia dalla sorte avversa, diviene essa stessa
strumento del Male, maturando a sua volta nei confronti di Circe una
terribile vendetta.
La vendetta del mostro è consumata
nei confronti di Ulisse, protetto dalla maga e costretto durante il
suo travagliato ritorno ad Itaca ad attraversare con la sua nave il
passo tra le due coste sorvegliato da un lato da Scilla, e
dall’altro dall’orribile Cariddi, un mostro intento senza posa ad
ingoiare
e rigettare i flutti del mare.
“Scilla non è malanno mortale, è
prodigio immortale, contro il quale non puoi lottare», è il monito
con il quale Circe si accomiata da Ulisse, ormai deciso a partire
con i suoi compagni per tornare all’amata Itaca.
Il mito ha ormai assunto la
dimensione metafisica del conflitto tra l’uomo e il Male, di cui il
mostro è incarnazione, vulnerabile ma immortale, viva Natura che si
scatena associata al mistero stesso dell’Essere, al Caos e alla
divinità.
Per Ulisse evitare il mostro, orrore irreparabile che sta
nello strato più profondo e primigenio della psicologia umana, vuol
dire evitare se stesso.
Ed è per questo motivo che l’eroe
greco, nonostante gli ammonimenti della maga, osa sfidare la potenza
sovrumana di Scilla, imboccando con la sua nave lo Stretto.
Ed è ancora per questo motivo che
l’astuto Ulisse, mentre forte dei consigli di Circe riesce a non
lasciarsi incantare dal melodioso canto delle Sirene turando con la
cera le orecchie dei compagni e facendosi egli stesso legare
all'albero della nave per resistere alla malìa, al tempo stesso non
può evitare lo scempio compiuto da Scilla sui suoi uomini e assiste
impotente al sacrificio straziante di sei di essi, divorati dalle
mostruose bocche del mostro. |