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In tal modo quando il nume, più
volte rifiutato dalla giovane, si rivolse alla potente maga per
ottenere un sortilegio capace di rendere Scilla disponibile alle sue
voglie, la perfida maga, avendo maturato un odio implacabile nei
confronti della ninfa, offesa ed indispettita decise di vendicarsi
dell’affronto subito.
Avvalendosi delle proprie arti
magiche, Circe organizzò un piano atroce per sbarazzarsi della
pericolosa rivale, preparando un filtro avvelenato a base di erbe
misteriose, con il quale avvelenò le acque della sorgente dove
Scilla era solita bagnarsi.
La povera giovane, ignara della
terribile sorte cui era destinata, entrando nelle acque avvelenate
subì un’orrenda trasformazione: mentre la parte superiore del suo splendido
corpo rimase immutata, la parte inferiore dello stesso degenerò e
dal suo inguine nacquero sei spaventose teste di feroci cani
latranti, dalle bocche dotate di tre fila di denti appuntiti, di cui
non poté più liberarsi.
La leggenda vuole che Scilla, in
preda alla disperazione, non avendo più il coraggio di mostrarsi
agli occhi degli uomini, si rifugiasse in un antro naturale posto
sotto la scogliera presso lo stretto, là dove la costa tirrenica si
protende verso la Sicilia, a fronte del famigerato gorgo di Cariddi.
La mostruosa creatura,
nascondendosi nella grotta e cibandosi di pesce, seminava terrore
tra gli incauti naviganti che passavano questo tratto di mare
afferrandoli, con i lunghi colli a forma di serpente di cui erano
dotati i suoi mostruosi cani, e divorandoli con le possenti
mascelle, mentre distruggeva le loro imbarcazioni.
La leggenda vuole che l’unica
creatura incapace di provare orrore per la mostruosità di Scilla
fosse lo “Xiphias gladius”, meglio conosciuto come pesce-spada, che
durante la stagione degli amori raggiungeva in grossi branchi questo
tratto di mare proprio per corteggiarla.
Da qui l’abbondanza di pesce-spada
lungo lo Stretto, che è motivo di una pesca tradizionale, ancora
dalle epoche più antiche praticata, durante i mesi estivi, dai
pescatori scillesi e peloritani con tipiche imbarcazioni a remi, la
feluca
e il
luntro,
di cui alla metà del Cinquecento ci ha lasciato suggestive immagini
il pittore fiammingo Peter Bruegel.
Ai primi uomini che si affacciarono
sul canale, protagonisti semi-leggendari di quell’epos
preomerico che ha dato vita alle prime suggestioni mitiche, in un
mare pur traboccante di miti come il Mediterraneo, si succedono i
primi navigatori fenici ed elleni.
Il Mare di Scilla, come fu denominato
questo tratto di mare meraviglioso e terribile i cui gorghi
inghiottivano in pochi istanti le leggere imbarcazioni di legno
degli antichi navigatori travolgendole con la forte corrente del
canale, si va così sempre più popolando di nuove creature favolose,
all’origine dei mitici eventi che Policleto e Aristotele ci hanno
tramandato. |