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Mito: leggenda del mostuum scyllaeum |
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Nino Calarco webmaster, ideaz., prog., fotografia |
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Mitologia u Castello
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Si tratta del retaggio di una tradizione che affonda le sue radici nella storia millenaria di questo tratto di mare “nostrum”, teatro d’avvenimenti, miti e leggende ben prima della colonizzazione greca. A Scilla cantavano le Sirene tentatrici, danzavano le divinità marine figlie di Nereo, dimoravano creature favolose come il «Mostruum Scyllaeum», dalla natura femminea e dotato di sei teste canine e di dodici zampe. Questa leggendaria creatura, figlia di Forbante e della ninfa Crateide (detta anche Crataia), o per altri del calabro Forcide (meglio conosciuto come il dio Forco) e di Ecate, prima di assumere le sembianze di mostro era stata una bellissima fanciulla, amata dallo stesso Giove. Di Scilla si era invaghito anche il dio marino Glauco che, per lei, aveva rifiutato l’amore di Circe, provocandone la gelosia. |
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In tal modo quando il nume, più volte rifiutato dalla giovane, si rivolse alla potente maga per ottenere un sortilegio capace di rendere Scilla disponibile alle sue voglie, la perfida maga, avendo maturato un odio implacabile nei confronti della ninfa, offesa ed indispettita decise di vendicarsi dell’affronto subito. Avvalendosi delle proprie arti magiche, Circe organizzò un piano atroce per sbarazzarsi della pericolosa rivale, preparando un filtro avvelenato a base di erbe misteriose, con il quale avvelenò le acque della sorgente dove Scilla era solita bagnarsi. La povera giovane, ignara della terribile sorte cui era destinata, entrando nelle acque avvelenate subì un’orrenda trasformazione: mentre la parte superiore del suo |
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splendido corpo rimase immutata, la parte inferiore dello stesso degenerò e dal suo inguine nacquero sei spaventose teste di feroci cani latranti, dalle bocche dotate di tre fila di denti appuntiti, di cui non poté più liberarsi. La leggenda vuole che Scilla, in preda alla disperazione, non avendo più il coraggio di mostrarsi agli occhi degli uomini, si rifugiasse in un antro naturale posto sotto la scogliera presso lo stretto, là dove la costa tirrenica si protende verso la Sicilia, a fronte del famigerato gorgo di Cariddi. La mostruosa creatura, nascondendosi nella grotta e cibandosi di pesce, seminava terrore tra gli incauti naviganti che passavano questo tratto di mare afferrandoli, con i lunghi colli a forma di serpente di cui erano dotati i suoi mostruosi cani, e divorandoli con le possenti mascelle, mentre distruggeva le loro imbarcazioni. |
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La leggenda vuole che l’unica creatura incapace di provare orrore per la mostruosità di Scilla fosse lo “Xiphias gladius”, meglio conosciuto come pesce-spada, che durante la stagione degli amori raggiungeva in grossi branchi questo tratto di mare proprio per corteggiarla.
Da qui l’abbondanza di pesce-spada
lungo lo Stretto, che è motivo di una pesca tradizionale, ancora
dalle epoche più antiche praticata, durante i mesi estivi, dai
pescatori scillesi e peloritani con tipiche imbarcazioni a remi, la
feluca
e il
luntro,
di cui alla metà del Cinquecento ci ha lasciato suggestive immagini
il pittore fiammingo Peter Bruegel.
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Ai primi uomini che si affacciarono sul canale, protagonisti semi-leggendari di quell’epos preomerico che ha dato vita alle prime suggestioni mitiche, in un mare pur traboccante di miti come il Mediterraneo, si succedono i primi navigatori fenici ed elleni. Il Mare di Scilla, come fu denominato questo tratto di mare meraviglioso e terribile i cui gorghi inghiottivano in pochi istanti le leggere imbarcazioni di legno degli antichi navigatori travolgendole con la forte corrente del canale, si va così sempre più popolando di nuove creature favolose, all’origine dei mitici eventi che Policleto e Aristotele ci hanno tramandato. |
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