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Mito: Ulisse

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 Ulisse

 
 
 
 

La leggenda, infatti, vuole che Ulisse, spintosi con la nave troppo vicino agli scogli di Scilla per allontanarsi dai gorghi di Cariddi, precipiti in mare e dopo aver assistito imbelle alla morte dei suoi compagni d’avventura, riesca a scampare alla tragedia soltanto per l’intervento e la protezione concessagli da Crateide, madre di Scilla, dall’eroe greco invocata dietro suggerimento di Circe.

Ed è soltanto grazie a questo provvidenziale intervento divino che il destino lo sceglie a salvarsi.

 Difatti Ulisse, rigettato contro gli scogli dal flusso di Cariddi, al posto di raggiungere la terra, eletta ad avamposto per l’avvistamento delle navi d’assaltare e depredare dai feroci pirati Tirreni, s’aggrappa ad un fico selvatico in attesa che il riflusso delle onde gli restituisca la chiglia della nave ingoiata dai flutti.

Al lume dei tanti miti che colorano suggestivamente le splendide insenature naturali ai lati del promontorio di Scilla, poeti, scrittori e pittori hanno cantato le lodi di questa terra, lasciando una traccia indelebile nella nostra memoria.

 

". . . . . .

Non toccherebbe l'incavato speco.
Scilla ivi alberga, che moleste grida
Di mandar non ristà. La costei voce
Altro non par che un guaiolar perenne
Di lattante cagnuol: ma Scilla è atroce
Mostro, e sino ad un dio, che a lei si fesse,
Non mirerebbe in lei senza ribrezzo.
Dodici ha piedi, anterïori tutti,
Sei lunghissimi colli, e su ciascuno
Spaventosa una testa, e nelle bocche
Di spessi denti un triplicato giro,
E la morte più amara in ogni dente.

Con la metà di sé nell'incavato

Speco profondo ella s'attuffa, e fuori
Sporge le teste, riguardando intorno
Se delfini pescar, lupi, o alcun puote
Di que' mostri maggior che a mille a mille
Chiude Anfitrite nei suoi gorghi e nutre.
Né mai nocchieri oltrepassaro illesi:
Poiché quante apre disoneste bocche,
Tanti dal cavo legno uomini invola.
Men l'altro s'alza contrapposto scoglio
E il dardo tuo ne colpirìa la cima.
Grande verdeggia in questo e d'ampie foglie
Selvaggio fico; e alle sue falde assorbe"
(*)

  (*) da Omero "Odissea" libro XII    

 

 Sk

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