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Gli scillesi,
per via dei loro prosperosi traffici commerciali erano divenuti influenti alla
corte di Carlo V.
Soprattutto
furono intensificati i traffici marittimi: da una parte raggiungevano,
il vicino Oriente, dall'altra i porti dell'Adriatico, fino a Venezia.
In queste
città avevano depositi di mercanzie canalizzati, cioè affidati a propri
soci, i quali immettevano le merci ivi depositate nei canali
locali, guadagnando ingenti somme.
Per rendere più agevole la navigazione e il trasporto delle merci,
nel XV secolo, avevano usato un nuovo tipo d'imbarcazione, le cosiddette
"feluche", legni sottili con remi e vele latine.
Esse erano
occupate da gente armata che
navigava in gruppo al fine di potersi meglio difendere dai probabili
attacchi degli sciabecchi barbareschi.
Alla loro insidia si aggiungeva, nel 500, quella dei Turchi che
razziavano i paesi rivieraschi, seminando terrore tra le popolazioni. Per
difendere gli abitanti delle città costiere, il vicerè, Duca d'Alcalà,
ordinò nel 1563 che fossero costruite torri costiere.
Ciascuna di esse doveva essere in vista della seguente, in modo che
costituissero una catena atta a segnalare la presenza dei razziatori.
Anche scilla ne costruì una slanciata, armonica, ornata con merli
terminali. Oggi è ridotta a un rudere.
Il
terrificante avviso giungeva ai cittadini per mezzo del suoni delle
campane: "Allarmi, allarmi, la campana sona ... Li Turchi su 'rrivati
a la marina."
Tutti lasciavano angosciosamente le case, nel più breve tempo possibile,
mettendo in salvo se stessi e ciò che possedevano di più prezioso.
In
questo periodo anche la peste fece la comparsa. Fu in questo periodo che
Scilla dette inizio al grande culto per San Rocco, per la cui protezione
gli abitanti si sentivano risparmiati.
Fu per questo
che il santo fu proclamato protettore del Paese.
Risale
a questo periodo la
fondazione delle confraternite di
San
Rocco e dello
Spirito
Santo.
Seguendo
le varie fortificazioni della nostra rocca, ne riscontriamo un'altra
compiuta dal nuovo feudatario Paolo Ruffo, quello stesso che si era reso
benemerito impedendo lo sbarco, a Reggio, dell'armata del turco
Barbarossa.
Nello stesso anno di tale evento,
il 1533 egli acquistò, dal cognato Gutterra De Nava, il castello
scillese.
Oltre che fortificarlo, per conto
della Regia Corte restaurò il palazzo feudale, migliorò e abbellì il
convento dei Frati che lo lasciarono, forse costretti dalle nuove
situazioni all'epoca dell'inserimento dei De Nava, interrompendo
perciò, non certo volontariamente, la loro benefica attività
caritativa a favore degli Scillesi.
Il nuovo signore sostituì, con il
proprio, lo stemma dei De Nava, ponendolo all'ingresso del castello,
e vi appose una lapide con la seguente iscrizione:
Ad fidelitatem Caesari servandarn
Paulus Ruffus Sinopolis
Comes hanc arcem suo partam labore
exaedificavit et filio itidern tuendam
reliquit
anno MDXLIII .
A
Paolo Ruffo successe, nel 1595, la figlia Giovanna e a questa, nel
1630, Francesco Maria, per passare poi, nel 1704, al figlio
Guglielmo.
Nel
XVII secolo una mozione a parte merita la nobildonna principessa
Giovanna Ruffo tale non tanto per nascita ma per ciò che ella
s'adoperò nelle istituzioni di valore sociale e il rilevante spirito di
carità a favore del popolo scillese, tanto da ricompensare di tutto il
male operato dai suoi antenati.
Attuò
le disposizioni del nonno, don Fabrizio, che aveva istituito l'Ordine
dei Padri Osservanti, e della madre, donna Maria, che, invece, aveva
istituito quello dei Padri Crociferi.
Ed essa stessa istituì quello dei Cappuccini. Quindi ne costruì le
relative case con annesso un appezzamento di terreno irriguo, perché i
Frati lo coltivassero secondo le proprie necessità.
Inoltre
ella istituì un Conservatorio per le fanciulle orfane, che pure dotava;
abbellì le chiese esistenti, e i loro
campanili come si
nota in qualche antica stampa del 600-700. Istituì
una farmacia perché dispensasse gratuitamente le medicine e un
ospedale per i nullatenenti.
Di tali istituzioni dopo la morte della Principessa, rimasero soltanto le case
degli Ordini religiosi, che però furono distrutte ad opera del terremoto del
1783.
Ricostituiti nel 1796, a causa delle nuove distruzioni del terremoto, anche
questo disastroso, del 1908, i Frati superstiti furono costretti a lasciare
definitivamente il Paese.
Dopo
la
fortificazione
del castello del 500, operata dal nuovo feudatario, Paolo
Ruffo ne seguì una nuova, a distanza di circa due secoli, ad opera
degli Austriaci, allorquando, in forza del trattato dell'Aia, venne
attribuito a loro il Regno Meridionale.
Essi allora si affrettarono a
fortificare i punti strategici più in vista, come il castello. Ma
quando, nel 1734, ne furono privati, dovettero sgombrare le varie
fortezze.
Sul nostro castello lasciarono soltanto un presidio di appena
venticinque uomini. Allora i cittadini, che mal tolleravano il dominio
austriaco, cercarono di snidarli dalle loro posizioni; essi,
però, chiesero aiuto ai loro connazionali, concentrati a Messina.
Quest'ultimi inviarono due feluche con granatieri da sbarco. Gli
Scillesi, però, si appostarono dietro gli scogli e inflissero loro
pesanti perdite.
Scacciati
gli Austriaci, i scillesi si prepararono ad accogliere il novello Re,
Carlo III di Borbone con preparativi eccezionali, ricordati sia dallo
storico Pietro Colletta, sia dal reggino Monsignor De Lorenzo.
L'ingresso
nel regno di tale Sovrano, ancor giovinetto, significava per i nostri la
fine della occupazione straniera e il ripristino del legittimo Sovrano,
dal quale attendevano nuovi favori.
A
Guglielmo Ruffo successe il figlio Fulco Antonio.
Verso
la fine del XVIII sec., Scilla subì le più gravi distruzioni, mai
verificatesi prima, a causa del terremoto-maremoto del 5 febbraio 1783.
A
parte le numerose vittime e la estinzione di intere famiglie, furono
distrutte le costruzioni edilizie del paese, ponti, strade, comprese le
stesse fortificazioni sul castello.
Il numero dei morti furono
all'incirca tra i 1.450 ai 1.654, mentre i danni furono stimati in
400.000 ducati.
Durante il terremoto una parte della collina Pacì
franò in mare, così come la testata del promontorio con parte del
castello. La zona più colpita fu
Marina Grande.
Intanto
successe il feudo a Francesco Fulco Ruffo, ultimo principe di Scilla.
Il
terremoto fu preludio delle gravi distruzioni che sarebbero avvenute di
lì a poco, ad opera dei bombardamenti di
Francesi
e Inglesi che si contesero il possesso del castello, con alterne
vicende, a seguito dell'impresa napoleonica.
Quando,
nel 1808, la vittoria francese costrinse gli Inglesi a sgomberare il
castello, i Francesi, che lo rioccuparono, ebbero cura di fortificarlo
ancora maggiormente.
Una lettera del Cosenz, inviata al Compredon,
precisa che occorrevano per tali lavori 3.650 ducati.
Queste
fortificazioni rimasero fino a quando la restaurazione riportò al
potere i sovrani Borboni.
Il
maestoso castello, ricco di storia, ritornò ad essere conteso da
Borboni
e Garibaldini nel 1860.
Sui
suoi spalti cento giovani Scillesi, male informati o traditi, che
osarono scalarlo, immolarono la propria giovinezza, poiché, essendo
stati scoperti, furono accolti a fucilate. |