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La terra di Scilla nella Calabria romaica

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Anche i nostri antenati certamente ebbero sentore delle violenze e dei danni arrecati per puro amore della devastazione da Genserico, capo dei Vandali, alle genti che abitavano le coste tirreniche della penisola italica.

Difatti i Vandali, popolo di conquistatori insediatosi inizialmente nell’Andalusia, erano poi stati costretti ad abbandonare quella terra sospinti verso sud dall’agguerrito espansionismo nella penisola iberica dei Visigoti.

Pertanto, agli avvii del terzo decennio del V secolo, i Vandali avevano fondato un potente regno a nord della regione africana, con capitale Cartagine, che comprendeva le isole tirreniche e la Sicilia,e dominavano il mare con una potentissima flotta.

Pur tuttavia non sembra che il villaggio-fortezza scillese sia stato direttamente interessato dagli sbarchi, attuati dalle orde vandaliche provenienti dal mare, a scopo di saccheggio.

Dalle  lettere  di  Magno  Aurelio  Cassiodoro a pprendiamo  che, al  tempo,  le genti  calabre  abbandonavano  i centri  urbani  costieri, terrorizzate  dalle  continue  incursioni  barbaresche  che sono destinate a protrarsi per oltre un secolo, fino a quando nel 533 d.C. Belisario distrugge il Regno dei Vandali.

L’arretramento della popolazione costiera, con conseguente abbandono e degrado delle marine, è un fenomeno generalizzato al tempo, certamente avvertibile anche nella terra

scillese, dove presumibilmente la fortezza assume decisamente la funzione di castra, in continuità con una scelta abitativa e logistica orientata verso l’arretramento e lo sviluppo dell’economia rurale nell’entroterra.

Il ripopolamento dell’antico centro abitato di Scilla avviene probabilmente dopo la riannessione delle province occidentali al governo imperiale, intorno alla metà del VI secolo, quando a sud della penisola giungono vittoriose le milizie romane dell’impero d’Oriente.

Sappiamo che ancora durante le campagne militari di Belisario, la città di Reggio si munisce di nuove mura, mentre i villaggi sopravvissuti nel territorio circostante vanno assorbendo la popolazione sparsa nelle campagne, alla cui operosità si deve una prima ripresa dell’attività rurale sulle marine.

L’arrivo dei Romei è accompagnato da quello di frotte di profughi di cultura greca, che dalla Palestina e dall’Egitto sfuggono la minaccia araba attraverso la Sicilia.

Tra le fila dei profughi non si trovano soltanto poveri e sbandati, ma anche uomini di cultura e religiosi che, nel diffondere sulle coste calabre dello Stretto costumi e spiritualità del vicino Oriente, v’importano la religione greco-ortodossa.

In molte località scoscese e inaccessibili situate presso corsi d’acqua, abitate ancora dall’età antica, e nei siti difesi dalle stesse condizioni naturali, si ricostruiscono gli ambiti fortificati e si realizzano mura capaci di condizionare le nuove scelte abitative.

I fermenti del tempo si devono soprattutto alla capillare attività svolta dalla fitta rete di monasteri italo-greci che fioriscono sul territorio e sono collegati tra loro da una fitta trama di relazioni.

Queste case di monaci sorte per incentivare le attività agricole e manuali, s’ispirano alla grande spiritualità bizantina e sono elementi di equilibrio e di sicurezza, che inquadrano il territorio mediante un’operosa attività agricola e un’oculata gestione delle risorse garantendo il necessario alla vita della gente.

 Nell’ambito di questi monasteri, che diffondono credenze religiose della Chiesa  d'Oriente, i  giovani  trovano  una  formazione  culturale e spirituale adeguata alla loro età, tant’è che i monaci, con il loro ascetismo e dedizione allo studio disinteressato dei libri, fatto per amore del sapere, assumono presto un prestigio straordinario agli occhi della gente che li venera come santi, li consulta nelle difficoltà e si rivolge loro per ottenere una guida spirituale.

L’organizzazione data da questi istituti religiosi esercita un’influenza profonda sulla società locale, favorendo e incrementando gli insediamenti nell’area di pertinenza del monastero.

Certamente al tempo anche gli abitatori della rocca scillese sono monaci italo-greci, comunemente denominati Padri Basiliani sebbene provengano dai vari conventi italo-greci sparsi in Calabria.

Si tratta di conventi sovraffollati, che sono in grado di espellere in modo funzionale i gruppi comunitari in eccedenza, cui è affidato il compito di diffondere nuova cultura e di fondare vere e proprie "Laure" sparse sul territorio.

La comunità monastica che si stabilisce nella terra di Scilla, edifica sull’antica rocca il proprio convento, cui successivamente viene annessa la chiesa che gli studiosi identificano con l’antica Chiesa di San Pancrazio, distrutta dal terremoto del 1783.

Seppur non abbiamo a tutt’oggi altra documentazione comprovante l’attività all’epoca svolta dai monaci scillesi, tuttavia da più fonti sappiamo della grande vitalità che caratterizza tutti i monasteri italo-greci in Calabria.

Oltre a dedicarsi alle attività agricole e manuali, questi istituti religiosi si occupano anche dell’istruzione religiosa e dell’assistenza ai poveri e bisognosi.

In tal modo contribuiscono attivamente a rinvigorire tra la gente il sentimento d’appartenenza all’impero dei Romei e alla sua vita religiosa.

Probabilmente anche i monaci scillesi, con la loro presenza e direzione oculata e disinteressata, incoraggiano gli agricoltori locali mediante l’applicazione di tecniche agrarie innovative e la messa a coltura delle terre con impianti a colture della tradizione orientale, tra cui l’albero del gelso le cui foglie sono destinate ad un fiorente allevamento del baco da seta.

Probabilmente i monaci scillesi erano i responsabili dell’unità fiscale bizantina, ossia il chorìon, nome con il quale gli amministratori romei al servizio dell’Impero appellavano ogni villaggio abitato e tassabile.

All’epoca, infatti, la terra di Scilla è promossa al rango di centro abitato sottoposto ai tributi, in virtù di attivi traffici commerciali con l'Oriente che favoriscono lo sviluppo di un relativo benessere.

Il benessere goduto da Scilla sotto il governo bizantino è mantenuto per quasi due secoli, fino a quando la conquista araba della Sicilia, avvenuta nell’827, segna l’avvio di una nuova epoca d’incursioni barbaresche a danno di tutta la costa calabra dello Stretto.

All’epoca i Bizantini, dovendo fronteggiare continue e crescenti minacce provenienti dai confini orientali dell’Impero, non sempre sono in grado di proteggere le popolazioni locali dalle razzie attuate dalla nuova potenza degli Arabi, che vanno contendendo a Costantinopoli il predominio sul Mediterraneo.

Pertanto, tra il IX e l’XI secolo, feroci scorrerie saracene impoveriscono le coste calabre dello Stretto di capitale umano, di risorse naturali e di ricchezze materiali.

Nel 1001 una scorreria particolarmente feroce, messa in atto da Musa, emiro di Messina, ignorando le disposizioni emanate in materia appositamente per la nostra terra dallo stesso Califfo d'Africa, porta ad un bottino di ben centoquarantasette schiavi, oltre a denaro e oggetti preziosi di entità tale da riempire con essi dieci casse.

 Alla feroce scorreria di Mustafà seguì, nel 1033, un breve periodo di occupazione araba stabile del suolo costiero, e delle terre scillesi, interrotta soltanto tre anni dopo da un poderoso intervento della flotta navale dell'imperatore Michele IV Plafagono, che restituisce le nostre contrade ai Bizantini.

Il governo bizantino sulle terre di Scilla cessa pochi anni dopo quando, nel 1060, i nuovi dominatori Normanni ne decretano rapidamente la fine e pongono finalmente mano alla difesa delle coste contro le minacce provenienti dal mare.

 

 

 

 Sk

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