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La spiaggia delle sirene detta anche
Marina grande
per distinguerla dalle spiaggette che si trovano nel rione
Chjanalea
sul
lato opposto a nord del castello.
A mio avviso è la più bella spiaggia
non solo della Calabria ma, oserei dire, anche d'Italia. Incastonata
nella mitica
Scilla
tra il
castello
e la rocciosa
Punta Pacì.
E' raggiungibile sia dalla strada
Statale che dall'autostrada: uscita Scilla; anche dalla ferrovia, la
stazione si trova a 50 metri dal mare.
La spiaggia è composta da sabbia dorata,
a volte a tratti frammista a ghiaietta a seconda delle mareggiate invernali.
Spira sempre una leggera brezza marina
che rende l'aria poco afosa e affatto umida. L'acqua è sempre pulita e,
nei mesi estivi, mantiene una temperatura quasi sempre costante e
gradevole.
Appare
ancora
spontanea e poco
sfruttata dal turismo; soffre, infatti, della mancanza di infrastrutture
del settore
turistico-ricettivo, per cui
sarebbe
auspicabile ch'essa fosse attrezzata di impianti idonei e sufficienti,
come avviene
in altre località,
non certo più belle, ma
sicuramente più fortunate.
La sua
fama si perde
nella notte dei tempi, tra mito e leggenda, cantata dai più grandi poeti
e scrittori epici e moderni.
A Scilla cantavano le Sirene
tentatrici, danzavano le divinità marine figlie di Nereo, dimoravano
creature favolose.
Di Scilla si era invaghito il dio
marino
Glauco, per lei aveva rifiutato l’amore di Circe, provocandone la
gelosia.
Più volte rifiutato dalla
giovane, Glauco si rivolse alla stessa maga per
rendere Scilla disponibile,
ma la perfida maga, avvalendosi
delle proprie arti magiche, preparò un filtro
con il quale avvelenò le acque della sorgente dove Scilla era solita
bagnarsi.
La povera giovane, entrando nelle acque
subì un’orrenda trasformazione: mentre la parte superiore del suo
splendido corpo rimase immutata, la parte inferiore degenerò e dal suo
inguine nacquero sei spaventose teste di feroci cani.
La leggenda vuole che Scilla, in preda
alla disperazione, non avendo più il coraggio di mostrarsi agli occhi
degli uomini, si rifugiò in un antro naturale sotto la scogliera dove,
oggi, si trova il castello.
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