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La civiltà contadina sorta con lo spostamento degli indigeni nella parte alta a causa delle contese con i Tirreni, si sviluppò, basata su saldi principi etico-religiosi, tramandati di generazione in generazione.

Tali principi, sotto la guida benefica dei Monaci detti Basiliani, vennero potenziati con il lavoro dei campi, i quali, in parte, furono dati in enfiteusi dagli stessi Frati ai contadini.

Fu l'opera di tali benemeriti lavoratori il disboscamento che richiese la sistemazione del terreno a gradoni "i lenzi", sorretti da muri a secco "l'armacii" e il dissodamento dello stesso terreno perché divenisse fertile.

Così la piantagione delle viti e degli alberi da frutto, arricchiti in seguito da altre varietà, ad opera degli Arabi, validissimi agricoltori.

Questi introdussero anche piante ornamentali, come le camelie, le rose, il gelsomino, piante che presero ad abbellire le nostre contrade.

Accanto all'attività dell'agricoltura, sorsero pertinenti attività artigianali. Quella dei carbonai, dei bottai, dei boscaioli e cercai, dei "cufinettari", dei fabbri, dei calzolai, dei tessitori...

I "carbunari" (carbonai) trasformavano in carbone le elci, abbattute dai boscaioli, mentre i cercai "i circari", lavoravano il prodotto dei boschi cedui, dei castagni di Scilla.

Ne ricavavano cerchi, pali, paletti, "zzaccuni", "virguni", "virghedda" che alimentarono un attivo commercio con la Sicilia e paesi del Medio Oriente.

I cerchi giovavano pure ai bottai; i pali ai contadini per "cunsari" (curare) le vigne, coltivare cioé le viti a spalliera e a pergolato; la verghella veniva utilizzata dai "cufineddhari" (colui che prepara i cofani) che l'alternavano con le canne nella manifatturazione di "cofuni, cufineddhi, cupeddhi, panara, ggistri, ggistreddhi", tutti recipienti che servivano per la raccolta e il trasporto della frutta; e "sfarazzi" adatte ad essiccare al sole la frutta da conservare per l'inverno.

I "buttari" costruivano e curavano le botti, "i buttazzola", i tini, "i tinozzi", "i paghiola", i barili "i barriddhi", utilizzati tutti per trattare, conservare, trasportare il vino.

"I forgiari" (fabbri), costruivano gli arnesi per il lavoro dei campi, oltre che utensili per la casa, costruita con fango, "i bresti", una specie di blocchi ottenuti con impasto di terra e paglia.

Ancora oggi, nei quartieri più antichi, si notano tali materiali nelle vecchie mura.

"I scarpari" (calzolai) lavoravano poco, perché le scarpe servivano per la domenica e le altre feste comandate.

Giornalmente le donne e i bambini andavano scalzi, e le donne, quando dovevano andare nei boschi per procurare la legna necessaria per cucinare, per riscaldare il forno, e cuocervi il pane, o per vendere "i mazzi ra rramaghia" (ramaglia) al fornaio, o barattarli con un chilo di pane, calzavano buffe scarpe, ricavate da stracci, messi insieme che loro stesse cucivano.

Gli uomini, per lavorare nei campi, usavano "i calandreddhi", consistenti in una striscia di cuoio che fasciava il piede.

Essa era fermata da lacci che salivano, intrecciandosi, fino a metà gamba, ricoperta, insieme con il piede, con ruvide calze di lana, lavorate dalle donne della famiglia, famiglia patriarcale e prospera nella generare molti figli, tutti utili per il lavoro dei campi.

Essi, fin da piccoli, aiutavano il genitore; quindi ne continuavano l'attività lavorativa, e difficilmente si allontanavano.

Tale abitudine fu seguita a lungo, come fatto spontaneo, per tradizione, non certo in ossequio poi al regime feudale, giacché gli Scillesi, dotati di spirito libero, gelosi della propria autonomia e confortati dai privilegi ottenuti dai Sovrani, mal tollerarono la intrusione, nella loro attività, dei Feudatari che si susseguirono.

Già con Gutterra De Nava, il primo che ha ottenuto la castellania di Scilla gli scillesi furono frequentemente in lotta, così come in seguito intentarono, persino, una grossa lite contro i Ruffo, nuovi signori, subentrati ai De Nava.

La famiglia Ruffo era la più potente della Calabria; tuttavia i Feudatari Scillesi non riuscirono a spuntarla con il popolo scillese il quale sostenne energicamente i suo diritto.

La lite continuò di generazione in generazione, fino a quando non giunse la fine della feudalità ad eliminare l'oggetto del contendere.

L' attività della tessitura veniva esercitata soprattutto dalle donne, sicché in nessuna famiglia,  che si rispettasse, doveva mancare il telaio.

Esse sapevano, inoltre, filare e ritorcere; alcune più mature anche cardare. Per filare si giovavano di fusi e conocchie: queste ultime decorate con intarsi e incisioni dai loro uomini, i quali così esprimevano i propri sentimenti alla donna amata.

Tale attività lavorativa costituiva un fatto importante per l'economia familiare, giacché, filando il cotone, la stoppa, "i malafri",  cioé l'involucro esterno del bozzolo, la canapa, oppure,  da parte dei più abbienti,  del filo grezzo, provvedevano alla materia prima occorrente per la tessitura.

Quindi i tessuti si producevano in famiglia, e non pesavano troppo sull'economia familiare.  

Così ogni singolo componente era orgoglioso di contribuire al benessere della propria famiglia, per il quale si aveva un vero culto; e per i suoi prodotti una forte gelosia.

Ciascuno era attaccato ai suoi beni custoditi attentamente:

"Roba mia, statti cu mia,

chi ti pigghiu, ta ttaccu e ti sciogghiu

e ti pigghiu quandu vogghiu".

Dote mia, stai con me

che ti prendo, ti lego e ti slego

e ti prendo quando voglio

"Roba mia, statti cu mia,

chi ti pigghiu, ta ttaccu e ti sciogghiu

e ti pigghiu quandu vogghiu".

Dote mia, stai con me

che ti prendo, ti lego e ti slego

e ti prendo quando voglio

 

"Se virunu chi ndai,

Ti salutanu quattru, cincu voti e sei

Se virunu chi non ndai,

Ti canti lu misareri mei!"

"Se vedono (se si accorgono) che hai (possiedi)

ti salutano quattro, cinque volte e sei (volte)

se vedono che non hai (possiedi)

ti canti il miserere mio!"

 

Quando si sviluppò l'allevamento del baco da seta, quasi tutte le famiglie si occuparono dell'allevamento del baco.

Col tempo si riuscì il tal modo a ottenere dal bozzolo una fine seta, che veniva lucidissima molto apprezzata come asserito dallo stesso storico, Giovanni Minasi.

Allora le giovani donne appresero a tessere anche la seta per fame la camicia al fidanzato, com'era di uso,  e il proprio abito nuziale; la stoffa per i materassi da portare in dote e le belle coperte dette "damaschi".

Ma per tessere questi ultimi occorreva un'arte particolare, nella quale poche riuscivano; sicché le più esperte tessevano per le altre, determinando quindi per sé una fonte di guadagno.

Tale produzione della seta costituì, per lungo tempo, una rilevante industria, anche se mortificata dalla esosità delle tasse imposte dai sovrani, specialmente spagnoli.

Tuttavia sopravvisse, e giunse fino ai primi decenni di questo nostro secolo, sviluppandosi in modo rilevante, soprattutto per l'ingegno di un grande esperto, il  signor Raimondo Anastasi, ad opera del quale il paese era divenuto centro di una bella e ricca produzione di tessuti pregevoli.

Egli personalmente disegnò e tessè una speciale coperta che venne offerta ai Principi Umberto e Maria Josè, allorquando, dopo il matrimonio in giro per l'Italia, transitarono da Scilla.

Purtroppo, l'introduzione, nella industria tessile, delle fibre sintetiche determinò anche qui da noi il crollo di un fiorente artigianato e tolse lavoro ad un buon numero di ragazze e alle famiglie lavoratrici una rilevante fonte di guadagno.

La seta, infatti, era molto richiesta ed acquistata a prezzo renumerativo.

L'attivissimo popolo scillese constatato che la loro loro produzione aumentava sempre più, inizialmente praticarono il baratto con i paesi viciniori.

Ma scoperto che la Sicilia desiderava i prodotti dei boschi, il carbone, l'uva, iniziarono un intenso traffico commerciale con Messina, esteso poi ad altre città, servendosi del cabotaggio.

Raggiunsero quindi le città delle coste adriatiche e ancora altri porti mediterranei.

Allora i possessori delle zone produttive, specialmente dei boschi, i quali non richiedevano molte spese per la cultura, realizzavano apprezzabili guadagni che, puntualmente si rinnovavano ogni quattro e anche tre anni, il tempo necessario perché i boschi tagliati ricrescessero.

Sorse allora e prese consistenza una nuova classe sociale, quella dei proprietari, i quali si dettero da fare per dirigere i lavori in campagna e renderli più razionali ed ordinati.

Inoltre, essi ebbero la possibilità di mettere da parte le proprie rendite e costituire un capitale, che veniva dato in prestito ai marinai "filucari" (da feluca - imbarcazione), coloro per il cui merito Scilla ebbe un attivissimo e redditizio commercio.

Va da sé che i finanziatori partecipavano alla spartizione del guadagno, ottenuto dai traffici marinari.

Le rendite ottenute dal taglio dei castaneti cedui durarono a lungo, fino ai primi decenni di questo nostro secolo, che vide accrescersi il numero dei commercianti di legname.

Uno di essi, attivo e saggio, Gerolamo Paladino, dette inizio, nel paese, a un'attivissima industria per la produzione di cesti.

Essa durò parecchi anni e dette maggiore agiatezza alla famiglia del produttore e lavoro a larghi strati della nostra gente.

 

 

 

 Sk

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