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Il ventesimo secolo

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Nino Calarco: webmaster, ideaz., progettazione - Prof. Giuseppe Licandro: autore dei testi

 

 Il 28 dicembre 1908 un altro tremendo terremoto, accompagnato da devastanti onde di maremoto, distrusse Reggio e quasi tutti i paesi delle due rive dello Stretto, causando oltre 12.000 vittime tra i reggini.

La città fu ricostruita lentamente, in base al piano dell'ingegnere Pietro De Nava, assessore ai Lavori Pubblici nel 1914. La ricostruzione fu sostenuta con vigore soprattutto da Giuseppe Valentino, che fu sindaco della città dal 1918 al 1923.

Un’altra  figura  politica  molto rilevante  nel periodo  immediatamente posteriore al terremoto fu quella del liberale moderato Giuseppe De Nava, che ricoprì incarichi ministeriali dal 1916 al 1922 (occupando i dicasteri dell'Industria, dei Lavori Pubblici, delle Finanze, del Tesoro, dei Trasporti) e ricevette il mandato per formare un governo nel luglio 1922, da lui ricusato per motivi di salute.  

Reggio si dimostrò, almeno all'inizio, poco propensa al fascismo: nel 1924, infatti, le forze antifasciste ottennero la maggioranza dei consensi alle elezioni politiche e nello stesso anno si svolse anche un'affollata manifestazione cittadina, determinata dalla notizia, poi rivelatasi infondata, delle dimissioni del governo Mussolini.

Durante il fascismo, la città allargò l'area del suo comune, con l'aggregazione di altri quattordici paesi limitrofi e la creazione della “Grande Reggio”, la cui realizzazione fu voluta caparbiamente dal primo podestà reggino, Giuseppe Genoese-Zerbi.

La popolazione urbana superò così la soglia dei 100.000 abitanti.

 
 

Tra gli anni Venti e Trenta si andò definendo il volto della “nuova Reggio”: sorsero i rioni di edilizia popolare e si costruirono varie strutture pubbliche (stazione ferroviaria, museo nazionale, teatro comunale).

La Seconda Guerra Mondiale coinvolse direttamente la città reggina, che fu ripetutamente bombardata dagli alleati nel 1943. Il 3 settembre le truppe dell'VIII armata anglo-americana, comandata dal generale Montgomery, la occuparono, insediandovi una nuova amministrazione comunale (il primo sindaco fu Antonio Priolo, che poi divenne sottosegretario nei governi Parri e De Gasperi).

Le elezioni per l'assemblea costituente e quelle amministrative del 2 giugno 1946 videro prevalere la Democrazia Cristiana: si andò così delineando la nuova fisionomia politica della città, che per lungo tempo fu prevalentemente cattolica e moderata.

Nel secondo dopoguerra, un considerevole fenomeno d'inurbamento portò la popolazione ad aumentare sensibilmente, fino a raggiungere nel censimento del 1971 la quota di 165.882 abitanti.

Le condizioni socio-economiche dei reggini non migliorarono, anche per il mancato sviluppo industriale della regione e i limiti della produzione agricola locale, che rimase sostanzialmente vincolata alla coltivazione e alla lavorazione degli agrumi.

Agli inizi degli anni settanta sopraggiunsero momenti di grave tensione sociale: fra il luglio 1970 e il settembre 1971 esplosero in città i moti per il capoluogo regionale, contro la decisione presa dalle forze governative di assegnarne la sede a Catanzaro.

 
 

I moti furono duramente repressi dal massiccio intervento di carabinieri, polizia e reparti dell'esercito, con un bilancio complessivo di cinque morti, centinaia di feriti e migliaia di arresti.

Negli anni seguenti, in seguito al mancato decollo dei poli industriali di Saline Joniche e di Gioia Tauro e alla crisi delle attività agricole tradizionali, Reggio andò sempre più orientandosi verso il settore terziario, mentre si intensificò il flusso migratorio, soprattutto giovanile, in direzione delle regioni del Centro-Nord.

Negli anni Ottanta, infine, la città, raggiunti quasi 180.000 abitanti, attraversò un altro periodo difficile, riconducibile al risveglio della criminalità organizzata e ad alcuni scandali amministrativi, da cui si è in ogni modo ripresa alla fine degli anni Novanta, grazie al rinnovamento della classe politica, al rilancio dei lavori pubblici e all’apertura di nuove attività commerciali.

                                                                             Giuseppe Licandro

 

 

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