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Caccia al pescespada

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  Nino Calarco, webmaster,  ideaz., prog., testi, fotografia

 

 Caccia allo Spada

  Maree

 

 

 

 

 

 

Come duemila anni fa…

Le correnti dello Stretto di Messina rendono limpide le acque del mare di tutta la Costa Viola e, soprattutto, si Scilla che è situata al centro dello Stretto.

Per questo motivo la pesca del pesce spada è praticata in queste acque da più di duemila anni.

Nel passato la rupe di Scilla o le alture limitrofe erano le postazioni ideali per avvistare il pesce. La vedetta, dall’alto del castello scorgeva all’orizzonte il passaggio del pesce e con urla, certamente di origine greca, e con l’uso di bandiere avvisava i compagni che, sulle caratteristiche imbarcazioni, chiamate lontri, costeggiavano le rive.

La tipica imbarcazione, di cui un esemplare si può ammirare in una sala del castello, era lunga circa sei metri e mezzo e larga due ed era dotata di un albero alto cinque metri, detto foriera, sul quale si appostava la vedetta.

Due marinai seduti sul banco centrale manovravano due remi, più lunghi del luntre, fissati all’estremità di un’asse, detta croce, situata ai piedi dell’albero. A poppa altri due marinai, in piedi, davano la spinta all’imbarcazione con due remi più corti.

La prua era il posto del ramponiere, ossia il vero e proprio cacciatore, armato di un arpione, lungo circa quattro metri e mezzo, munito di una punta di ferro che si apriva appena entrata nel corpo del pesce, il quale, una volta dissanguato, veniva issato a bordo della piccola imbarcazione e ricoperto con riguardo per essere protetto dal sole.

Questa agonia dell’animale offre tuttora agli osservatori uno spettacolo affascinante poiché la pelle dell’animale cambia tonalità alternando colori intensi a colori leggeri che vanno dal blu all’argento o dall’azzurro al grigio.

Questo sanguinoso scontro tra l’uomo e il pesce, in cui i protagonisti mettono in gioco la propria abilità e la propria forza, ha fatto sì che sin dai tempi remoti si parlasse di caccia e non di pesca.

Oggi le tecniche antiche sono state sostituite da sistemi volti ad ottenere il massimo del profitto commerciale e che fanno leva soprattutto sulla barca a motore.

Il luntre è stato sostituito dalla passerella e, di conseguenza, si è modificato il sistema di avvistamento-inseguimento: il fiocinatore, dalla lunga passerella avvista il pesce e con grande maestria scaglia l’arpione.

La potente imbarcazione è dotata di un albero alto più di trenta metri, in cima al quale un marinaio svolge il duplice compito di avvistatore e di timoniere.

Gli originari posti di avvistamento sono stati, quindi, abbandonati e la caccia al pesce spada, dopo duemila anni ha rotto ogni legame con la terraferma, anche se l’introduzione dei mezzi più veloci non ha modificato i principi tecnici che regolano l’inseguimento e la cattura del pesce, così come altri rituali rigorosamente tramandati e rispettati, tra i quali l’incisione di una croce che il pescatore fa con le unghie della mano vicino all’orecchio destro del pesce, che rendono la caccia un evento spettacolare, ricco di tradizioni, emozioni, colori e costumi di un popolo abituato a condividere col mare la propria vita.

L’ultima invenzione, le spatare, imbarcazioni di notevoli dimensioni, capaci di spingersi in alto mare e di pescare, con reti lunghe migliaia di metri, un ingente numero di pesci spada, insieme ad altri pesci, è stato vietato da alcune norme della CEE, che hanno indotto i pescatori a riprendere l’antica tecnica della caccia, sistema sofisticato e complesso tramandato fin dai tempi dei Fenici e fondato sull’avvistamento, sulla conoscenza minuziosa del comportamento del pesce e, soprattutto, sul rispetto della natura.

Toponimi

Molti termini usati dai pescatori mentre si cimentano nell’ardita caccia del pesce spada, hanno la loro origine nella lingua latina e in quella greca.

Dal latino linter (barca, navicella) deriva lontre, imbarcazione caratteristica e veloce, utilizzata durante la caccia.  Con tale significato linter è citato da Cicerone, nel Bruto, riferito ad un oratore che durante i suoi discorsi si dondolava come se parlasse da una barca. Lo ritroviamo in una elegia di Tibullo “in liquida nam tibi linter aqua”.

Di origine latina è anche la draffinèra, ossia un arpione fornito di due alette e di una estremità piatta lanceolata. Dalla radice rapto, che significa afferro, derivano i termini dialettali arraffare e raffa-raffa, il cui significato riconduce a quello di draffinèra.

Colui che, invece, costruisce l’arpione si chiama ferrara, da cui probabilmente sarà derivato il cognome Ferrara, molto diffuso nella zona. L’origine latina del termine è da ricercare in officina ferraria, ossia il laboratorio dove l’arpione viene costruito.

Chi, invece, ha il compito di avvistare la preda in cima all’albero, lungo anche 20 metri, è il farere. E’ facilmente rinvenibile nella parola la radice faro e la desinenza ere, che indica il lavoro svolto sul faro.

Puddicinedda è, invece, il pescato del pesce spada ancora giovane. Il termine, che ha il suo corrispettivo dialettale in puddicineddara, deriva dal latino pullus, cioè piccolo.

Nella lingua greca trova origine la voce stessa di pesce spada, xiphias, che significa spada.

 I primi a parlare di questo pesce sono stati, infatti, i greci antichi come Aristotele, Anchestrato e Polibio. La stessa radice xiphos si può notare nel termine dialettale zipangolo (anguria lunga). L’aggiunta del diminutivo latino anculus dà al termine dialettale il significato di piccola spada.

Ancora di origine greca è la voce calòma, che indica il dare corda ed ha come radice il verbo chalao che significa allentare, calare le reti: è evidente il riferimento al termine corda.

Anche palamidara, che è la rete che viene usata nella pesca con la fiocina, si rifà al verbo greco palàio (lotto, combatto) da cui deriva anche il termine palame, che indica il pugno, ossia la presa nella lotta.

Dal gesuita Atanasio Kirker, che nel 1638 partecipò ad una battuta di pesca, furono registrati alcuni termini di origine bizantina: stinghè (a terra); manosso (fuori), dove osso è l’avverbio exo che vuol dire, appunto, fuori; manano (sopra); mancato (sotto). Nelle ultime tre parole si ripete il prefisso man che ha il senso direzionale di verso.

 

 

 

 Sk

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