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 Un tempo ... sullo Stretto ...

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  Nino Calarco: webmaster, ideaz., prog., fotografia, testi - a cura di V. Aretini

 

Osservata dall’alto, Scilla assume la forma, unica al mondo, di un aquilotto con le ali dispiegate, il cui corpo centrale è costituito dal quartiere alto della cittadina.

Un’antica leggenda vuole che Giove, intento a contemplare le sembianze riflesse nel sole della bellissima Scilla, ninfa prediletta, fosse disturbato da parecchi e audaci aquilotti che, volando in alto, si frapponevano tra il dio e la stella. Pertanto Giove, sdegnato dalla sfrontatezza di quegli animali che osavano distoglierlo dall’immagine dell’amata, si volle sbarazzare di loro colpendoli con uno dei suoi terribili strali.

Non contento, il dio tramutò gli aquilotti scampati alla sua ira in cagne guaiolanti, affinché non avessero più ad infastidirlo, scaraventando i poveri corpi negli abissi del mare Tirreno.

In tal modo la regale aquila madre, tornata al suo nido sulle pendici dell’Olimpo, non trovò più gli amati piccoli e, venuta a conoscenza dei furori del dio, assai addolorata osò chiedere a Giove il permesso di allontanarsi dal monte divino, per andare alla ricerca dei figli perduti.

Ottenuta licenza dal dio impietosito, l’aquila abbandonò l’Olimpo alla disperata ricerca dei suoi piccoli.

In vista della costa calabra del Tirreno l’aquila, stanca per il lungo volo, decise di posarsi sulla scogliera di Scilla al fine di riacquistare le forze necessarie per riprendere l’affannosa ricerca dei piccoli.

Pur tuttavia, nel discendere in picchiata sul mare, l'infallibile istinto materno guidò l’aquila verso il luogo dove erano precipitati i suoi figli.

 

Ormai rassicurata dalla loro presenza, la sventurata madre dimenticò ogni prudenza e, fiera del felice esito delle sue ricerche, osò disprezzare la potenza di Giove.

Il padre degli dei, udite le parole sprezzanti dell’aquila, volle punirne la superbia scagliandole contro un dei suoi terribili strali.

Il fulmine colpì le grandi ali del rapace, squarciandone il ventre e l’incauta madre precipitò con gran fragore sulla sponda del mare, modellando con la sua caduta la sagoma naturale di quel tratto, che acquistò l’odierna e caratteristica forma “a sella”.

Difatti il corpo dell’aquila diede vita all’imponente promontorio che funge da naturale asse di simmetria della cittadina, il capo originò la testa del crinale che precipita bruscamente in mare, mentre le formidabili ali del rapace, rimaste inchiodate a terra, si confusero con essa determinando i due opposti archi di costa che si snodano ai piedi del crinale, in direzione nord-sud.

La leggenda narra anche di come Giove, impietosito dal grande terrore che aveva colto gli aquilotti all’udire l’orrendo fragore della caduta materna, trasformò i piccoli rapaci in scogli.

 In tal modo i piccoli si ricongiunsero finalmente alla loro sventurata madre e la grande aquila regale, felice di aver finalmente ritrovato i suoi aquilotti, tenera e amorevole ancor oggi stende le ali verso di loro, nell'atto di proteggerli.

 

 

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