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 Un tempo ... sullo Stretto ...

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  Nino Calarco: webmaster, ideaz., prog., fotografia, testi - a cura di Www

 

 

Nino Martino era un brigante che viveva nella foresta con la sua banda.

Era temuto da tutti ma soprattutto dai signori perché lui era un brigante cavalleresco e quando poteva aiutare i poveri, ne era ben felice.

Dopo alcuni anni trascorsi fra i boschi e le montagne, Nino si sentì stanco e pensò di abbandonare quella vita di pericoli e di sangue.

A determinare questa decisione contribuì anche il dolore che egli provava al pensiero della sua mamma, lasciata in paese e odiata da tutti perché madre di un brigante.

Un giorno, dopo essere stato profondamente toccato dalla predica di un frate, raccolse intorno a sé gli uomini della sua banda e, deponendo le armi, comunicò loro la sua decisione.

Si allontanò da solo verso i luoghi più solitari della montagna per chiedere perdono a Dio dei suoi peccati, mentre i suoi compagni rimasero increduli e terrorizzati per quel gesto.

Sapevano benissimo che da soli non avrebbero potuto mai affrontare i gendarmi e sicuramente sarebbero stati arrestati e condotti al patibolo.

Si misero, quindi, sulle sue tracce, e, raggiuntolo su un luogo di montagna, chiamato l’Arma del Conte, gli si lanciarono addosso e lo crivellarono a morte. Poi coprirono il suo corpo con dei sassi e lo abbandonarono.

Presto la notizia della morte di Nino si diffuse ed arrivò anche alle orecchie della madre, che, affranta dal dolore, raggiunse l’Arma del Conte per recuperare il corpo del figlio e dargli cristiana sepoltura. Rimosse con le sue mani il mucchio di sassi e, come per incanto, trovò il corpo del suo figliolo ancora intatto, bello e roseo, come se fosse addormentato: le ferite sembravano petali di fiori, il suo volto calmo e rassegnato in un’espressione di pace eterna.

La povera donna se lo caricò sulla spalle e lo trasportò a casa ma non ebbe il coraggio di tradurlo al cimitero e chiuderlo per sempre sotto terra.

 

 

Pensò, quindi, di tenerlo in casa per poterlo vedere tutti i giorni; lo mise sotto una botte vuota che aveva in cantina e di tanto in tanto la rimuoveva, abbracciava il figliolo, gli lavava le ferite con le sue lacrime e si sentiva sollevata.

Un giorno, dopo alcuni mesi di questo pietoso rito, non riuscì a spostare la botte perché divenuta pesante come quando era piena di vino.

Turbata dallo strano fenomeno provò a staccare una spina posta davanti alla botte e subito zampillò dell’ottimo vino.

Ne spillò una damigiana, lo donò ai poveri e, vista la bontà, seguitò a spillare e distribuire senza risparmio a tutti: la botte restava sempre piena e il vino zampillava inesauribile come l’acqua da una fonte.

La donna,  però, era amareggiata poiché non poteva più vedere il volto del suo caro figliolo, così, chiamò il bottaio e fece togliere il coperchio dalla vecchia botte per vedere quanto vino contenesse.

Uno spettacolo meraviglioso si presentò agli occhi del bottaio e della vecchia madre: in fondo alla botte era disteso, fresco e intatto, come se dormisse, il corpo di Nino Martino e da una delle sue ferite vicino al cuore era nata una pianta di vite che egli alimentava col suo sangue. Portava sui tralci una miriade di grappoli sempre maturi che si rinnovavano tutte le volte che la donna spillava il vino.

Questa meravigliosa storia di Nino Martino vive ancora nei canti delle popolazioni calabresi.

 

 

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