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Le origini di Reggio Calabria

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L'esilio di Giulia, figlia dell’imperatore Augusto, a Reggio Calabria

Giulia, figlia unica dell’imperatore Ottaviano Augusto e di Scribonia, era dotata di grande intelligenza ma di natura leggera e incline alla dissolutezza, così da lasciarsi trascinare a una vita corrotta e scostumata. Della innegabile dissolutezza di Giulia, ne approfittarono, per tornaconto personale, tanto il poeta Livio che Tiberio, figliastro di Augusto.

Si narra che Giulia, per volere di Augusto, abbia sposato in terze nozze Tiberio, dopo che questi aveva divorziato da Agrippina a malincuore.

Il matrimonio con la principessa faceva di lui il principale candidato alla successione alla carica di imperatore dei romani.

Venerat ad Augustum licentiore vestitu et oculos offenderat patris tacentis. Mutavit vestem suam postero die et laetum patrem affectata severitate complexa est. At ille, qui pridie dolorem suum continuerat, gaudium continere non potuit et: "Quantum hic cultus -inquit- in filia Augusti probabilior est!". Non defuit patrocinio suo Iulia his verbis: "Hodie enim me patris oculis ornavi, heri viri". 

(da "Battute di spirito di Augusto e di sua figlia Giulia" di Macrobio)

(Giulia) si e era presentata ad Augusto con un abito troppo spregiudicato, urtando gli occhi del padre (rimasto) silenzioso. Il giorno dopo si cambiò d'abito e abbracciandolo rese il padre felice. Ma egli, che il giorno prima aveva represso il proprio dispiacere non poté trattenere la contentezza e disse: "Quanto più è apprezzabile questo abbigliamento nella figlia Augusto!" La figlia si difese con queste parole: "Oggi mi sono fatta bella agli occhi del padre, ieri a quelli dell'uomo."

Ma quando le notizie sulla  dissolutezza della bellissima figlia del Cesare si diffusero in tutta Roma, dopo che Tiberio si era separato da lei due anni prima della nascita di Cristo, l'imperatore non potendo più ignorare la cosa e per coerenza con i principi conformi alla morale di cui si era fatto portabandiera per molti anni, ordinò che la figlia venisse esiliata nell'arida isola di Pandataria, la odierna Ventotene.

Qui, Augusto, le proibì di fare uso di alcoolici, e di indossare gioielli.

Nessuna persona, nè servi nè uomini liberi, poteva andare a visitarla senza il suo  permesso.

Augusto rimase irremovibile su queste decisioni.  

Solo dopo cinque anni, nel 3 d.C., Giulia ottenne di poter vivere a Reggio gli ultimi anni della sua vita che furono anche gli ultimi di Augusto.

Morì, infatti,  poche settimane dopo il padre, nel 15 d.C., quando, salito al trono Tiberio, fu  assoggettata a una prigionia ancora più dura fino alla morte per fame.

Qualcuno vuole che la sua abitazione a Reggio fosse una torre, esistente fino al 1783 a sud-est dell'attuale Villa Zerbi, nel corpo del palazzo che la fronteggia, al di là della via omonima.

Altri, invece, riconoscono in quell'edificio piuttosto il sepolcro della lussuriosa principessa: un sepolcro sontuoso, indubbiamente, quale si addiceva ad una che in fondo era sempre la figlia del Divino Augusto.

Secondo le testimonianze dell'epoca, infatti, la torre detta "di Giulia" aveva forma quadrata di circa dieci metri per lato e nel corso dei secoli era stata inserita nel sistema difensivo della città come rivellino avanzato da cui si poteva agevolmente controllare sia la Porta Mesa che il lato Nord del Forte di San Francesco, tra i quali essa si trovava.

Lo spazio fra la torre e le mura di cinta era rimasto, ma un arco, quasi un ponticello, permetteva sicure comunicazioni fra questa scolta avanzata e la città.

Nel 1789, dovendosi allineare le costruzioni e i ruderi lasciati dal terremoto di sei anni prima, e dare sfogo a una strada, la torre fu abbattuta. Nulla, però, fu fatto per verificarne la struttura.

L'incertezza, quindi, sulla destinazione vera di quell'edificio rimase, e rimane tuttora, per cui non ci è dato sapere se esso fu la tormentosa dimora di una giovane donna costretta, fra quelle poco allegre mura, a rimpiangere un passato fastoso e gaudente, o ne costituì invece il silenzioso porto, l'ultimo approdo, oltre il quale tutto è oblio e pace.

 

 Sk

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