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Possiamo argomentare, non senza fondamento, che Reggio dalla morte di
Giocasto alla venuta de' Calcidesi durasse sempre costituita
dagl'indigeni Aurunci a repubblica aristocratica. Perciocchè quantunque
sia tradizione che dopo l'eccidio di, Troja molti raminghi Trojani
fossero venuti a stanziarsi in Reggio; e (se dobbiamo dar credito a
Catone) un buon numero di Achei vi fossero capitati e dimorati,
ciononostante egli è certo che costoro non furono
mai tanti che potessero far sospetta a' nativi
la loro influenza o potenza (…) (in) un'antichissima
moneta
reggina (…) il nome della città è scritto in lettere osche da destra a
sinistra (...).
Essa reca da un lato un Giove seduto, una testa di Tauro dall'altro. Gli
Aurunci si vantavano progenie di Giove, e non avevano altro sovrano che
lui; e questo nome figuravano sulle monete loro; ed a lui avevano eretto
famosi tempii.
Non meno di Giove era da loro venerato Nettuno, Dio del fiumi e del
mare, simboleggiato nel Tauro.
E questo Giove e questo Tauro noi veggiamo nell'antichissima moneta
osca de' Reggini. Lo stato regio o tirannico non mise per lo più sulle
monete appo i Greci che teste di Re o di tiranni.
Non vi è più alcuno che metta in dubbio una civiltà italica anteriore
alla greca, oggi che la scoperta di tanti monumenti conferma a
meraviglia le opinioni de' dotti.
Lo studio delle antiche monete ci conduce alla dimostrazione che le arti
erano già assai progredite in Sicilia ed in Italia circa cinquecento
anni prima della salute cristiana; quandochè in Grecia restavano
tuttavia a quel tempo assai rozze e grettissime.
Tirrene o sicule sono le più antiche monete che si conoscano, e sino a'
tempi di Gelone, di Gerone, e di Anassila, quando le sicule e le
italiche monete erano già molto eleganti, quelle di Grecia non avevano
ancora alcun nome; nè l'ebbero prima de' tempi di Fidia.
Ond'è manifesto che le arti erano già in gran fiore in Italia quando vi
vennero le colonie greche.
E vedendo ne' primi tempi di queste colonie cosi avanzate le arti nostre
rispetto alle greche, non basta forse a fare arguire non già noi delle
greche arti esserci giovati, ma si i Greci delle nostre? Non già noi
aver derivato incremento alla civiltà nostra dalla greca, ma dalla
nostra i Greci alla loro? E da' nostri libri quanto tesoro non
accrebbero alla loro letteratura, alle loro scienze speculative, alle
loro civili istituzioni? Non furono invitati assai spesso in Grecia i
nostri artefici più insigni a condurre opere di pittura e di scultura?
Non vennero assai spesso di Grecia in Italia i più chiari uomini ad
imbever le dottrine de' nostri, a conoscer le nostre leggi, a
meravigliare i nostri monumenti? Intorno a ciò abbiamo si larga copia d'esempii
storici, che non mi è necessario, l'allungarmi in altre parole.
Senza che, dell'antichissima civiltà italica fanno mirabil fede i
monumenti etruschi pubblicati dal principe Luciano Buonaparte, i quali
comprovano ad evidenza la veridicità delle antiche tradizioni.
Ma se i vasi etruschi da lui scoperti e dichiarati avevano già
dimostrato un periodo d'arte italica antichissima, quelli posteriormente
scoperti in Sicilia e nella Magna Grecia, facevano prova della
perfezione dell'arte non nella sola Etruria, ma in tutta l'Italia.
Onde a ragione non si chiamano ora più vasi Etruschi, ma vasi italici.
A' quali non sono comparabili nè per quantità, nè per grandezza, nè per
bellezza e, delicatezza di lavoro, quelli trovati in Grecia.
Dalle narrazioni degli scrittori greci che precedettero i tempi di
Alessandro traluce chiarissima una civiltà italica anteriore alla
greca;. ma gli scrittori greci che vissero dopo quell'età tennero
linguaggio assai diverso, e crearono alla Grecia una civiltà molto più
antica di quel che attestano i suoi monumenti, e popolarono di favolose
colonie greche tutto il mondo molti secoli prima della guerra trojana.
Mentre chi legga attentamente in Omero come fossero ancor barbari i
Greci a' tempi di tal guerra, vedrà quanto sieno state impossibili le
anteriori loro trasmigrazioni in Italia. Dagli scrittori romani
posteriori a' tempi di Augusto furono al tutto dimenticate le memorie
nostre, e le origini italiche.
Ed all'incontro le opere de' nostri scrittori italici anteriori ai
Romani (dalle quali solo avremmo, potuto raccogliere la vera storia
nostra) andaron perdute irreparabilmente sotto le rovine della nostra
civiltà, che periva combattuta dalla prepotenza de' Romani.
I quali fecero ogni lor possa per disperdere ogni vestigio di una
italica civiltà anteriore al loro dominio.
Ed in questo mentre la jattanza de' Greci non travagliati ancora dalle
Romane armi, si faceva bella di tutto quel tesoro di civiltà, ch'era
stata già nostra, e si usurpava il diritto e la fama di averla propagata
alle altre nazioni sino da' tempi più vetusti.
Certo fu gran ventura alla Grecia che le sue memorie ed i suoi monumenti
durassero quasi intatti; fu grand'infortunio alla Magna Grecia ed alla
Sicilia l'essere state conquassate ed arse cosi lungamente dalle armi
romane e cartaginesi. |