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Gli autoctoni

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I diversi stanziamenti scoperti in molte località del versante calabro dello Stretto, le numerose grotte individuate lungo la valle di Catona e i più recenti e accreditati studi storici consentono di avanzare delle ipotesi sulle popolazioni che, giunte nel territorio calabrese a seguito delle grandi migrazioni, furono colonizzate dai Greci, con i quali, poi, costituirono, sottoponendosi o integrandosi, una sola popolazione, certamente più evoluta di quella prettamente autoctona, che diffuse nel Mediterraneo quella splendida cultura conosciuta come Magna Grecia, che ha lasciato nella storia tracce indelebili.

Fonti letterarie attestano intorno al 1600 a. C., e cioè all’inizio del Bronzo Medio, la presenza nella Calabria degli Ausoni.

Strabone li considera i fondatori della città di Temessa, citata da Omero nell’Odissea.

Secondo Diodoro Siculo, gli Ausoni abitavano il territorio di Reggio Calabria, e, secondo Catone anche quello di Tauriano; secondo Licofrone, Ausoni erano le tribù dei Pelleni che abitavano Crotone.

Per Ellenico di Sesto questo popolo era stato cacciato dagli Japigi ed era giunto nella terra di Sicania (Sicilia), probabilmente spinto, come afferma Antioco di Siracusa dagli Enotri.

Ma una parte, secondo Tucidide, sarebbe rimasta nella zona meridionale della Calabria, molto probabilmente nella zona in cui successivamente sorse Locri.

Altri passi ci consentono di conoscere le altre genti che popolarono la Calabria agli albori della civiltà: Dionigi di Alicarnasso afferma che gli Enotri arrivarono in Calabria sotto la guida di Enotro, nel XVI sec. a. C. (Bronzo Medio).

Antioco di Siracusa, successivamente fa riferimento ad una ulteriore suddivisione degli Enotri in “popoli enotri”: Morgeti, Siculi, Itali, Choni.

Strabone conferma che i Siculi, antica tribù dell’Enotria, abitavano insieme ai Morgeti l’area di Reggio.

Probabilmente a causa di pressioni ostili interne al proprio gruppo tribale, furono costretti ad attraversare lo Stretto servendosi di zattere.

Anche Aristotile nella “Politica” parla dei Choni, di stirpe Enotria, stanziati sullo Ionio, e di Italo, re degli Enotri, dal quale successivamente

presero il nome gli Itali, che impose nuove leggi, istituendo, per primo, le sissizie e facendo di un popolo nomade, quale erano gli Enotri, un popolo stabile.

Col passaggio dal Bronzo Medio al Bronzo Finale, una vera e propria evoluzione socio-culturale caratterizzò gli Enotri come una precisa etnia.

Essi si insediarono soprattutto nelle zone collinari, per poter dominare un più vasto territorio, e, nell’età del Bronzo recente, tali insediamenti divennero stabili, caratterizzati da abitazioni in legno con pavimento di argilla e dotati di forni per la cottura dei cibi.

Di sicuro coltivarono cereali, legumi, noci e ulivi e la loro evoluzione socio-economica è testimoniata dall’incremento della produzione di grandi contenitori, detti dolii, per la conservazione delle derrate alimentari e dalla comparsa di un tipo di asce, in bronzo, non affilate e, quindi, non utilizzabili come armi, che quasi certamente avevano un carattere pre-monetale.

Niente si sa in merito alle loro credenze religiose, ma dallo studio archeologico relativo alle necropoli, è emerso che praticavano il rito della incinerazione, almeno fino all’età del Bronzo Finale.

Poiché, molto  probabilmente, provenivano  dall’Arcadia,  la loro  lingua era indoeuropea,  molto diversa  da  quella parlata  dai Greci, come  viene  attestato nell’Odissea di Omero, il quale definisce gli abitanti dell’antica Temessa, sita sulla costa occidentale della Calabria, uomini che parlano un’altra lingua. Il materiale in ferro rinvenuto dalle necropoli testimonia che agli albori dell’età del Ferro (IX sec.a. C.) gli Enotri erano ormai agricoltori capaci di accumulare ricchezze e, quindi, un popolo caratterizzato da differenze sociali, dove preminente era la figura del guerriero.

Anche la  cultura funeraria  aveva  progredito: non più ceneri di cadaveri  cremati con  accanto pochissimi oggetti personali, ma sepoltura distesa del defunto, coperto con i propri vestiti, e con accanto una serie di oggetti, soprattutto armi per gli uomini e servizi di filatura e parure per le donne.

Questo conferma la tesi dello storico Strabone, secondo il quale gli autoctoni erano comunque popoli dotati di una precisa identità culturale, sia pure in evoluzione, e, semplicemente meno progrediti del popolo Elleno che li colonizzò.

 Da ciò deriva  l’opinione  diffusa per la quale furono i Greci a  costituire  l’antefatto per lo sviluppo nel comprensorio calabro-peloritano di civiltà più avanzate, grazie al loro spingersi lungo le rotte del Mediterraneo, che permise loro di aprire una rete di scambi commerciali.

 

 

 

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