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Le origini di Reggio Calabria

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Pitagora

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le scuole della Magna Grecia

 Ricerche di carattere storico, archeologico e glottodidattico confermano come tremila anni or sono, lo sbarco di colonie di Greci sulle coste ioniche abbia dato luogo in tutta la Regione a un luminoso periodo di civiltà che si protrasse dal VII al IV secolo a. C.

Da Reggio, Crotone, Locri, Sibari e altri centri si diffusero le più alte espressioni del pensiero e dell’arte greca grazie a un folto numero di filosofi, poeti, pittori e legislatori che formarono lo splendore e la gloria di tutta un’epoca e fecero della regione chiamata “Magna Grecia” una delle più civili contrade dell’antichità.

Fu soprattutto merito delle Scuole che sorsero a Crotone, Reggio, Locri e in altri centri minori se la Magna Grecia poté dare la dimostrazione più eclatante della sua cultura e del grado di civiltà raggiunta.

 

La scuola di Pitagora

 Pitagora, nativo di Samo, emigrò nella Magna Grecia, a Crotone, dove fondò la Scuola Pitagorica o Italica, le cui teorie si diffusero anche oltre i paesi della Magna Grecia, raggiungendo il Lazio e l’Etruria. Essa sorse come associazione di carattere religioso e politico oltre che filosofico, collegata, anche se non direttamente, alla Scuola Medica e alla Scuola Atletica, sorte anche queste nella città di Crotone. Fra i suoi discepoli si ricordano Filolao e Timeo di Locri, Archita, signore di Taranto e Alcmeone.

Il carattere politico della scuola, che appoggiava i governi aristocratici delle città greche dell’Italia, ne determinò anche la rovina, allorquando contro tali governi si sviluppò un movimento democratico.

Scacciati da Crotone, i pitagorici si stanziarono nelle varie città della Magna Grecia, diffondendo ovunque, attraverso i loro cenacoli, l’amore e il culto per la filosofia, l’arte, la poesia.

Fu soprattutto Reggio, dove al tempo di Anassila sorse una delle più grandi Scuole Pitagoriche, a risplendere per l’arte e la letteratura, su ogni altra città della Magna Grecia, con effetti positivi anche sui costumi, sulle idee, sulla legislazione repubblicana.

Tra i filosofi pitagorici reggini ricordiamo: Pitone, cittadino di Reggio vissuto al tempo di Dionigi, tiranno di Siracusa.

Trovandosi egli esule a Siracusa, fu avvicinato dal Tiranno con l’obiettivo di far leva su di lui per conquistare Reggio.

Ma il filosofo avvisò i Reggini esortandoli a scagliare pietre e frecce anche contro di lui che era stato posto in prima linea su una macchina costruita per espugnare la città.  Furono così respinte le truppe di Dionigi, il quale considerò il sacrificio del filosofo segno di ingratitudine per chi lo aveva ospitato.

Altro filosofo pitagorico reggino, considerato padre adottivo del poeta tragico Licofrone, fu Butera Lico, che, pare, sia stato ucciso per gli inganni tramati da Demetrio Falereo.

Non meno noto il filosofo Ippone, accusato di ateismo anche dallo stesso Aristotile, forse a causa del modo di vivere corrotto che conduceva.

Filosofo, oratore, storico e poeta fu Ippi, vissuto ai tempi di Dario e Serse, autore di una storia sulla Sicilia, di un trattato sulle origini italiche e di tre libri di dicerie oziose.

Nessuna traccia è rimasta dei precetti morali di cui fu autore il filosofo reggino Astilo, mentre dei filosofi pitagorici Aristide, Atosione, Opsimo, Euticle e Mnesibolo conosciamo solo i nomi.

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La Scuola di scultura a Reggio    

Oltre che della Scuola Lirica, Reggio fu sede anche di una Scuola di Scultura, grazie alla quale potè distinguersi anche nell’arte su tutte le altre città della Magna Grecia.

I più importanti esponenti furono Clearco e Pitagora, ai quali è da aggiungere Learco, vissuto molto tempo prima di loro, considerato il precursore della Scuola di Scultura a Reggio.

Clearco, discepolo di Eurichio di Corinto fu il fondatore della Scuola e a lui fu attribuita la statua di bronzo di Giove che si trova a Sparta, nel tempio di Atena Calcica, considerata la più antica del genere poiché risulta costituita non di un solo pezzo ma di più placche inchiodate tra loro, tecnica già utilizzata da Learco, così arcaica da indurre ad affermare che la statua fosse la più antica opera realizzata in bronzo.

Suo illustre discepolo fu Pitagora, che superò non soltanto il suo maestro, ma tutti gli scultori vissuti prima di lui tanto da essere annoverato tra i cinque più celebri statuari greci, vissuti dopo Fidia. A lui fu attribuito il merito di aver preso in considerazione  le proporzioni nelle statue.

Tra le opere ricordiamo: le statue dell’atleta Astilo e del corridore Imnesco, di Eutimo, Lentisco e Cratillo Mantineo, il bronzo raffigurante il toro che trasportava Europa, figlia di Agenore, la testa di Perseo, conservata al museo di Londra e, quasi certamente, la statua dell’auriga di Delfo, ordinata da Anassilao.

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Legislatori Reggini

Tra i cittadini illustri della Reggio della Magna Grecia, si annoverano coloro che si distinsero nella formulazione delle leggi destinate non solo ai propri concittadini, ma anche alle popolazioni delle altre città della famosa Regione.

Dei legislatori reggini si conoscono solo sei nomi, ma non è da escludere che ce ne siano stati molti altri, ai quali non si attribuisce la cittadinanza reggina in quanto divenuti, per vari motivi, famosi in località diverse dalla natia.

Primo in ordine cronologico, pare sia stato Androdamo. Secondo quanto detto da Aristotile nel secondo libro della Politica, egli scrisse leggi per i Calcidesi che vivevano nella Tracia.

L’unica sua opera giunta ai posteri è una raccolta di leggi intitolata “ De caede et de haereditatibus”.

Intorno alla centesima Olimpiade visse l’altro filosofo e legislatore Teeteto. Secondo alcuni critici storici fu amico di Platone il quale gli intitolò il libro primo della Scienza.

Ancora meno notizie si hanno di Elicaone e di Fitio citati da Giambico, iniziatore del neoplatonismo, nel suo libro “De secta Pythagoreorum”,  come fondatori delle Repubbliche Reggine, poiché ebbero il compito di procedere alla riforma delle leggi e degli ordinamenti che venivano superati di volta in volta dal succedersi degli eventi.

Altri due illustri filosofi e legislatori Reggini furono Aristocrate, di cui si tratta in un capitolo della vita di Pitagora di Giambico, e Ipparco che, vissuto intorno al 380 a. C., venne espulso dalla Scuola Pitagorica per aver reso noti i segreti della scuola stessa.

Per questo motivo fu considerato morto prima di esserlo e gli fu dedicata una colonna sepolcrale.

Anche Liside con una sua lettera lo rimproverò, dopo l’espulsione, pregandolo di essere diverso perché anche lui non fosse costretto a considerarlo morto.

Di lui Stobeo ha lasciato molte sentenze relative alla sua personalità e alla sua onestà.

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La Scuola Lirica di Reggio

Nell’etica della dottrina pitagorica trovò fondamento la Scuola Lirica di Reggio, che vantò la creazione di un nuovo mondo poetico, pieno di luce e di incanto, intriso di finalità spirituale che innalzò la poesia ad un livello superiore, attribuendo alla Scuola una posizione di rilievo nei confronti delle altre.

A dar lustro alla scuola sono stati soprattutto Toagene, Glauco e Ibico.

Di Toagene, critico letterario, non esistono opere originali in versi, ma fu, comunque uno dei più antichi interpreti di Omero, nel cui poema egli ravvisò numerose allegorie. Si dà per certo che fu cittadino di Reggio, mentre non si hanno notizie attendibili riguardo l’anno di nascita che, secondo alcuni, si aggira intorno al 529-522 a. C.

Con l’opera “Intorno agli antichi musici e poeti”, Glauco lasciò ai posteri un prezioso documento.

 I pochi frammenti che sono pervenuti sono sufficiente testimonianza della fama da lui raggiunta nella poesia, nella musica,e nel canto, che gli ha consentito di essere considerato il poeta più vicino a Ibico, che, a sua volta, fu il più grande rappresentante della Scuola Lirica, uno dei maggiori lirici della Grecia, i cui versi furono tenuti in così tanta considerazione da essere oggetto di studio da parte dei giovani.

Ibico raggiunse il massimo splendore in Reggio, sua cittadina natale, nella prima metà del V secolo a. C. Pare che  abbia scritto 60 libri in versi, in lingua dorica, molto vicini, per sentimento e metrica, a quelli di Anacreonte, conosciuto dal poeta alla corte di Policrate.

Il contenuto della lirica di Ibico è essenzialmente erotico tanto da essere accusato corruttore della gioventù. Cantò gli amori di Talo e di Radamanto, gli eroi della guerra di Troia, la dea Diana, venerata a Reggio e, secondo alcuni storici, fu inventore di uno strumento musicale, di forma triangolare, chiamato ibicino.

La vita del grande poeta si perde spesso nei meandri della mitologia tanto da far sorgere, in alcuni, dubbi sulla sua esistenza.

Si innamorò di Nereide, una giovane ateniese, promessa però in sposa, dal padre, al ricco Euforione.

La giovane, che contraccambiava l’amore di Ibico, fingendosi consensiente al desiderio del padre, cercò in tutti i modi di rimandare la celebrazione delle nozze.

Un atteggiamento di collera  di Euforione verso uno schiavo che aveva rotto un vaso fece venir meno il matrimonio, mentre Ibico, su consiglio di Nereide si recò dall’oracolo Anfiarao, dio dei sogni, per chiedere la guarigione di un male agli occhi e per avere notizie sul suo futuro.

 Giunto al tempio, Ibico ottenne la guarigione dopo aver strofinato gli occhi con l’acqua della fontana di Anfiarao, ma non buon auspici per il matrimonio.

Ibico, non curante del parere dell’oracolo, partì per Atene per sposare la giovane , ma smarritosi nell’aperta campagna, fu trucidato dai ladroni.

Sempre secondo la leggenda, invocò, prima di morire, la testimonianza di uno stormo di gru che era di passaggio nel tragico momento.

Fu facile arrestare e condannare a morte gli assassini, che nel mercato di Atene, vedendo passare le gru, le additarono ai loro amici come i testimoni di Ibico.

Non è da trascurare l’importanza avuta da Cleomene, un altro poeta reggino, anche se non ha fatto parte della Scuola Lirica di Reggio.

Fu contemporaneo e amico di Alessandro Magno, al quale, sembra abbia scritto delle lettere in cui non tratta di poesia ma di bagordi.

Anche se di lui non sono giunti frammenti, viene ricordato come autore di ditirambi, di un commento al poema di Esiodo e di qualche biografia dello stesso.

 

 

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